Meredith Duran.
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CUORI NELL'OMBRA.
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Titolo originale: The Duke of Shadows. 2008.
Traduzione di: Diana Fonticoli.
2010. Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Solo una passione travolgente pu conquistare il suo cuore. India - Inghilterra, 1857 - 1861 (epoca vittoriana).
Sopravvissuta a un naufragio, Emma Martin riesce a giungere a Delhi per sposarsi, ritrovandosi per nel bel mezzo di un'insurrezione. E a trarla in salvo non  il suo promesso sposo, bens Julian Sinclair, marchese di Holdensmoor, di sangue misto ed erede di un ambito titolo nobiliare. Quando poi Emma scompare, Julian non pu che crederla morta, cos lascia l'India per prendere il posto che gli spetta in Inghilterra. Quattro anni pi tardi, scoprir che Emma  viva, ma prima di riconquistare di nuovo la sua fiducia e il suo amore, dovr salvarla da un misterioso nemico.
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L'Autrice.
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Meredith Duran.
Innamorata da sempre della storia inglese, all'et di tredici anni Meredith Duran stese un elenco degli obiettivi che si prefiggeva di raggiungere, tra cui scrivere romanzi d'amore, assaggiare il sushi e andare a Londra per vedere il ritratto di Anna Bolena di Holbein. Attualmente dottoranda in antropologia culturale,  lieta di poter dire che quei tre obiettivi sono diventati i suoi principali interessi. Quando non  impegnata nello studio, nel lavoro sul campo in India o nella stesura di un romanzo, Meredith trascorre il tempo in biblioteca, sfogliando i diari di viaggio di intrepide signore inglesi vissute nel Diciannovesimo secolo. Per conoscerla meglio, potete visitare il suo sito: meredithduran.com.
Cuori nell'ombra (The Duke of Shadows), romanzo d'esordio di Meredith,  il libro vincitore della Gather.com First Chapters Romance Writing Competition.
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A Shelley, che ha insistito perch ci provassi ancora.
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Prologo.
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- No e poi no.
La sua voce suonava strana, Bassa e roca. Forse per tutta l'acqua salata inghiottita. Il naso e la gola le bruciavano come se glieli avessero strofinati con la soda caustica. Emma diede un colpo di tosse. Dietro la barca capovolta, le onde danzavano in una ridda infinita che si perdeva all'orizzonte.
Tanto valeva mollare.
Flett le dita. Non le sentiva quasi pi, screpolate e ustionate dal sole com'erano, aggrappate da ore alla lancia del capitano. Dopo vari sforzi era riuscita a issarsi con il busto sullo scafo. Per un po' di tempo dalla parte opposta c'era stato un uomo, un altro superstite che si era tuffato dalla prua della nave prima che affondasse, Sperava di riuscire a raddrizzare la barca quando il mare si fosse finalmente calmato.
Alla fine lui non aveva avuto neppure il tempo di gridare. Era arrivata un'ondata enorme e lei aveva tenuto duro; quando era riemersa, l'uomo non c'era pi. Se n'era andato cos, in silenzio.
L'acqua le sferzava la schiena, Un pesce guizz vicino a lei. Non c'erano uccelli in alto mare, il cielo era una grande distesa blu e a guardarlo le bruciavano gli occhi.
Forse a quel punto conveniva arrendersi.
Deglut. Le facevano male le braccia e anche lo stomaco, a furia di tossire e sputare acqua. La cosa peggiore era la sete.
La tempesta era arrivata all'improvviso. Lei aveva sentito scricchiolare gli alberi della nave e la madre gridare, e ora i suoi genitori l'aspettavano gi, negli abissi.
Anche l'oceano l'aspettava, gorgogliando sotto il sole tropicale. Abbandonarvisi non doveva essere difficile. Il caldo era come una grande mano che le premesse sulla schiena per farla andare sotto e sparire per sempre. Non c'era traccia della nave. Guardando la superficie vuota dell'acqua, nessuno avrebbe potuto intuire l'accaduto, nessuno sarebbe venuto a salvarla.
Tuttavia le sue mani non mollavano la presa.
Le guard. La mamma ne andava fiera. Diceva che erano mani da pianista. "L'essenza di trementina le rovinerebbe. Mettiti i guanti quando usi la vernice, Emma. Non sciuparti le mani prima del matrimonio."
Le era sembrata cos strana l'idea di sposarsi. "Credo che sar una grande avventura" aveva detto la sera prima, a cena, al capitano. Pi tardi i genitori l'avevano sgridata. Andava a Delhi per sposarsi, non avrebbe dovuto parlare in modo cos superficiale. Il suo promesso sposo era un uomo di un certo livello e lei doveva comportarsi di conseguenza.
Una lacrima le scivol sul braccio. Pi calda del sole, pi salata dell'acqua marina, bruciava sulla pelle. Continuavano a tornarle in mente sempre gli stessi garbati rimproveri. "Sei troppo cocciuta, cara. Devi lasciarti guidare da noi. Evita di attirare l'attenzione con osservazioni di dubbio gusto." I suoi avevano quasi perso la speranza di riuscire a domare quella figlia ribelle.
L'uomo aveva detto che si poteva raddrizzare la barca. Forse poteva riuscirci anche lei.
Emma prese fiato, poi, issandosi sull'imbarcazione con grande fatica, tent di raggiungere con le braccia il lato opposto, ma era troppo distante. Le mancarono le forze e ricadde all'indietro con un sospiro.
Era di nuovo al punto di partenza. Chiuse gli occhi.
Le lacrime sgorgarono copiose, ma lei non moll.

Parte prima

1
Delhi
Maggio 1857
Julian la not perch aveva l'aria annoiata. Aspettare l'arrivo del commissario l'aveva innervosito. Con gli occhi fissi sulla porta, ascoltava distrattamente il cicaleccio che lo circondava. Le voci che correvano al bazar peggioravano di giorno in giorno e ormai appariva chiaro che se Calcutta non avesse preso provvedimenti, avrebbe dovuto intervenire il governo locale. Quella sera stessa lui avrebbe preteso una promessa in tal senso.
Ad attirare la sua attenzione sulla donna fu la sua immobilit. La sconosciuta se ne stava appoggiata al muro, a meno di tre metri da lui; con tutta la gente che le stava attorno, ridendo e sorseggiando vino, lei si teneva in disparte, come se fosse stanca di tutto; A un certo momento gli occhi di lei, fissi su un punto sopra la sua testa, lo misero a fuoco. Erano di un azzurro intenso e Julian ne rimase turbato. In quel momento comprese che quella sconosciuta non era annoiata, ma infelice.
La rivide pi tardi, nell'atrio, dopo essersi lasciato sfuggire il commissario. - Se ci tenete proprio a mischiare il dovere al piacere - bofonchi costui - sar onorato di parlare con voi, dopo cena. - Contrariato, Julian si volt di scatto e se la trov davanti, nell'atto di portarsi alle labbra un bicchiere di vino. I loro sguardi si incrociarono di nuovo e la donna abbass il bicchiere.
- Signore - mormor, abbozzando un inchino. Dal tono era evidente che aveva udito l'ultima parte della sua conversazione con Fraser. Julian stava per replicare, pensando che lei lo stesse aspettando, ma la sconosciuta si era gi allontanata in un fruscio di seta color fiordaliso. Non era il caso di seguirla.
Stava riflettendo su quella curiosa coincidenza quando la donna lo raggiunse in giardino. Possibile che lo seguisse? Se fosse accaduto a Londra, avrebbe suscitato il suo interesse e risvegliato l'istinto predatorio. Le donne gli piacevano, soprattutto quelle che non facevano le difficili; ma preferiva stare alla larga dalle memsahib. Avevano mariti assai poco comprensivi e, annoiate dal genere di vita che conducevano in India, davano eccessiva importanza alle scappatelle. Per giunta, negli ambienti anglo-indiani lui era noto per essere un tipo a cui le donne non sapevano resistere, e ormai non ne poteva pi.
Comunque, la donna sembrava non essersi accorta della sua presenza. Si ferm al limite del prato, con una mano sul collo, assorta nei suoi pensieri. Una folata di vento le fece svolazzare lo scialle.
Julian ebbe di nuovo l'impressione che lei fosse del tutto distaccata dalla scena che la circondava. Incuriosito, la osserv meglio, ma non not nulla di particolarmente interessante. I capelli ondulati castano chiaro e il pallore del viso facevano pensare che tutta l'energia del suo essere fosse concentrata nell'azzurro intenso degli occhi. Uno strano tipo di bellezza, ammesso che di bellezza si potesse parlare. Chiss, forse si stava ristabilendo da una malattia.
Il solo fatto di aver formulato quel pensiero lo irrit. La sconosciuta era giovane, ventidue o ventitr anni al massimo, e aveva la carnagione chiara come tutte le memsahib. Che c'era di strano? Probabilmente passava le giornate chiusa nel suo bungalow, leggendo o ricamando. Quando la noia iniziava a farsi strada, forse si consolava dicendo a se stessa che lo stile di vita anglosassone era l'unico meritevole al mondo.
La donna mormor qualcosa tra s. Senza volerlo, Julian drizz le orecchie. Forse aveva capito male.
- Sbobba per i porci - disse distintamente la giovane, rovesciando il vino sui cespugli.
Nel giardino faceva caldo, ma perlomeno cera quiete. Emma alz il viso nel vento caldo e chiuse gli occhi. La signora Greeley le aveva detto la verit? In ogni modo doveva essere rimasta sorpresa dall'imperturbabilit con cui lei aveva accolto la notizia. La questione era a dir poco spiacevole. Non era bello scoprire che il proprio promesso sposo aveva una storia con una donna sposata. D'altronde era possibile, considerando com'era cambiato Marcus dopo il fidanzamento.
Forse il cambiamento dipendeva dal luogo in cui viveva. Emma si trovava in India da poche settimane e gi si sentiva diversa, meno taciturna e pi attenta a quello che la circondava. Persino in quel momento in cui la sua mente si sarebbe dovuta concentrare sulla rivelazione della signora Greeley, il frusciare delle foglie e il chiacchiericcio dei pappagalli sugli alberi bastavano a distoglierla dai suoi pensieri. Il profumo di gelsomino nell'aria era cos intenso che si chiese se le sarebbe rimasto addosso anche dopo essere rientrata in casa.
Una mucca mugg in lontananza. Marcus le aveva spiegato che vagavano liberamente per le strade perch gli induisti le consideravano una sorta di divinit. Non aveva aggiunto altri particolari. Le spiegazioni non erano il suo forte.
Neppure sulla festa le aveva detto granch. Avrebbe dovuto prepararla, dirle che genere di persone avrebbe incontrato, A lei comunque erano bastati cinque minuti per capire che la buona societ di Delhi era prevenuta nei suoi confronti. La notizia del naufragio e del suo salvataggio disonorevole aveva influito negativamente sull'opinione che si erano fatti di lei. In pratica Marcus l'aveva lasciata allo sbaraglio, incoraggiandola a familiarizzare con quelle arpie mentre lui conferiva con il commissario.
Per di pi lei aveva scoperto che il suo fidanzato se l'intendeva con la padrona di casa; Dio solo sapeva cosa facesse Marcus quando restava da solo con la signora Eversham. Di sicuro non controllava la lista dei vini, di cui era un intenditore. Con una smorfia sprezzante Emma rovesci il resto del Bordeaux sulle piante. - Sbobba per i porci!
Una risata la fece trasalire. - Chi ? - domand, aguzzando gli occhi nell'oscurit.
Un uomo sbuc da dietro gli alberi, alzando come per un brindisi la fiaschetta d'argento che aveva in mano. - Davvero sbobba per i porci - convenne, prima di bere un sorso.
- Siete pregato di non riferirlo alla padrona di casa - disse Emma, rassicurata dal leggero accento oxfordiano. La voce era un po' roca, ma gradevole.
L'uomo fece un passo avanti, uscendo cos dalla semioscurit e facendo trasalire Emma, che lo riconobbe. Era quello con cui si era quasi scontrata poco prima. Era molto pi alto di lei e persino di Marcus.
Gli occhi, verdi con riflessi dorati, sembravano occhi di gatto. L'uomo la fissava come se si aspettasse qualcosa.
- Ci conosciamo? - domand Emma, pur sapendo che non era cos.
- No - replic lo sconosciuto con un sorrisetto.
Non aggiunse altro. Dato che continuava a guardarla,
Emma fece altrettanto. Lo sconosciuto era di una bellezza imbarazzante, tanto da sembrare irreale. La pelle era ambrata dal sole, i capelli corvini. La prima volta che l'aveva visto, dentro casa, Emma aveva pensato che un volto come il suo meritasse di essere disegnato. Sarebbero bastati pochi segni di matita per tratteggiare il naso diritto, gli zigomi squadrati e la mascella volitiva. Per la bocca ci sarebbe voluto pi tmpo. Le labbra carnose rendevano il suo viso un po' meno severo.
Osservando la cravatta inamidata e il taglio impeccabile della giacca, Emma ebbe conferma delle sue origini inglesi.
-  una notte stupenda - mormor, guardando il cielo stellato.
- Si sta d'incanto.
- State scherzando? - domand Emma con una risata. - C' un caldo insopportabile.
- Allora dovreste trasferirvi ad Almora. I centri montani sono molto frequentati in questa stagione. - Il tono di lui era quasi sprezzante.
- Voi non avete intenzione di andarci? - domand Emma.
- Il lavoro mi trattiene qui.
- Ah, quindi siete nella Compagnia delle Indie? - domand Emma. Era l che lavorava la maggior parte delle persone che aveva conosciuto. Civili o militari che fossero, come Marcus.
- Santo cielo, no. Vedo che la mia fama non mi ha preceduto.
- Ed  un male? - domand Emma senza riflettere.
- Direi proprio di s.
Lui non forn altre spiegazioni, ed Emma si sent in dovere di aggiungere: - Dovrete parlarmene voi. Sono appena arrivata a Delhi, sapete?
- Davvero? - L'uomo sembrava stupito. - Non avrei mai immaginato che in Inghilterra educassero le ragazzine in questo modo.
- Cos', un complimento o una critica? - domand Emma, perplessa.
- Intendevo semplicemente dire che avete spirito.
- Dunque  una critica, non solo nei miei confronti ma anche dell'Inghilterra.
- Pu darsi - replic lui con un'alzata di spalle. - Ora avete scoperto la prima parte della mia reputazione: sono considerato un maleducato.
- L'ho capito subito. Un gentiluomo si sarebbe astenuto dal bere alcolici in presenza di una signora.
- E una signora non avrebbe mai definito "sbobba per i porci" il vino offerto dalla padrona di casa.
Emma non pot trattenersi dal ridere, - Va bene, mi avete smascherato, Anch'io sono una pecora nera. Ha dell'inverosimile che il mio fidanzato mi voglia ancora.
-  una persona inappuntabile?
- Non proprio - rispose Emma, asciutta. - Comunque a lui perdonerebbero qualsiasi cosa. - La conversazione era fuori luogo, naturalmente, ma Emma aveva quasi dimenticato quanto fosse piacevole chiacchierare e scherzare in libert senza essere mal giudicata. - Poco fa ho sentito qualcuno definirlo il "beniamino di Delhi".
- Dev'essere un tipo noioso. Lo conosco?
- Be', per forza. Hanno dato questa festa in nostro onore, per via del fidanzamento. - Il silenzio di lui la colp. Forse l'aveva messo in imbarazzo. - Se non sapete per chi  stata organizzata, vi prometto di non dirvelo. - Lo so, lo so - replic lo sconosciuto. - Quindi voi siete la signorina Martin.
- Infatti. Ora dovete dirmi come vi chiamate voi, cos saremo pari.
L'uomo sorrise di nuovo. - Sta arrivando il vostro fidanzato - disse, guardando al di sopra della sua spalla. Bevve una lunga sorsata dalla fiaschetta.
- Ah, eccovi finalmente, Emmaline.
Emma si volt verso la portafinestra, riparandosi gli occhi dalla luce. - Marcus! - lo chiam. Stava raddrizzandosi la cravatta ed Emma si chiese se avesse avuto un intermezzo con la padrona di casa prima di uscire in giardino. - Stavo prendendo una boccata d'aria - disse. - Gli indumenti di flanella non sono adatti a questo clima.
- Non mi pare il caso di parlarne in pubblico - ribatt Marcus in tono severo. - In ogni modo vi avevo avvertito del clima, ma avete insistito per... - S'interruppe e guard il suo compagno. - E voi che ci fate qui?
- Lindley - lo salut l'uomo - che piacere rivedervi.
- Temo di non poter dire altrettanto - replic Marcus in malo modo. - Non avrei mai immaginato che la signora Eversham potesse essere cos superficiale nella scelta degli invitati.
Osservando i due uomini, Emma not che lo sconosciuto era tranquillo mentre il suo fidanzato sembrava un toro infuriato. - Ma insomma, Marcus - lo apostrof lei - questo signore...
- Sa di non essere gradito. Non voglio vederlo, tanto meno accanto alla mia futura moglie. Vi consiglio di andarvene subito.
- Certo - rispose l'uomo con una scrollata di spalle." Infilata la fiaschetta nella tasca interna della giacca, abbozz un inchino. - Congratulazioni per il vostro fidanzamento, Lindley. La signorina Martin  davvero incantevole.
- Il solo fatto che la nominiate infanga il suo nome - replic Marcus. - Se non la fate finita, vi sfider a duello.
Emma inizi a preoccuparsi. Qualcosa, forse il sorrisetto con cui lo sconosciuto accolse la minaccia di Marcus, la induceva a pensare che avrebbe dato del filo da torcere al suo fidanzato. - Non dite assurdit, signori - intervenne.
- Venite con me - le intim Marcus, afferrandola per un braccio e quasi trascinandola in casa.
La luce delle lampade e dei candelabri era cos forte da farle strizzare gli occhi. Emma si ferm sotto uno dei grandi ventilatori appesi al soffitto. - Stento a credere che vi siate comportato in un modo cos vergognoso - disse. - Cosa vi  saltato in mente?
- Cosa mi  saltato in mente? - ripet Marcus, costringendola a voltarsi e guardarlo. - Sapete chi  quell'uomo? Lo sapete?
- Smettetela di scuotermi - protest Emma, liberando il braccio dalla morsa della sua mano. Marcus puzzava di vino e di sudore. Forse aveva bevuto troppo, ma ci non bastava a giustificarlo. - Si pu sapere cosa vi ha preso?
- Quell'uomo  mio cugino - le spieg Marcus, facendosi paonazzo. - Il mezzosangue che eredita il titolo nobiliare al posto mio.
- Volete dire Julian Sinclair? - domand Emma.
- Infatti.
Emma si volt a guardare le coppie che danzavano. Marcus le aveva parlato in una lettera di quel cugino, Julian Sinclair. Jeremy, suo padre, convinto che il titolo sarebbe andato al fratello, aveva sposato un'eurasiatica, una donna per met inglese e per met indiana. Il destino aveva voluto che Jeremy fosse stroncato dal colera, e di l a poco anche il fratello era morto in un incidente di caccia. Perci il titolo nobiliare spettava al figlio di Jeremy, Julian, che aveva un quarto di sangue indiano.
Ora Julian Sinclair era cresciuto, e suo nonno, il duca, aveva infine accettato l'idea che il ducato andasse al nipote; Marcus invece non sopportava che il titolo lo ereditasse un sanguemisto e non lui, di puro sangue britannico e secondo in linea di successione.
- Non pare un indiano - disse Emma a mezza voce.
- Per forza - proruppe Marcus. - Il duca ha fatto tutto ci che era in suo potere per educarlo nel migliore dei modi: Eton, Cambridge e un seggio alla Camera dei Comuni. Se non  difficile imitare le persone di alto rango, per  impossibile cambiare il proprio sangue.
Emma torn a guardarlo. - Sembrate cos pieno di rancore, Marcus...
- Davvero? Siete qui da cinque giorni appena e gi sbavate per gli indigeni. Cosa ne direbbero i vostri genitori?
Emma ci rimase male. Un domestico stava passando con il vassoio del vino. Prese un bicchiere. - Siete crudele - mormor.
- Pu darsi, ma  la verit. Anche se sono morti, portavano con onore il nome Martin.
Emma bevve un piccolo sorso di quell'orribile Bordeaux e chiuse gli occhi, rivedendo i volti piccoli e pallidi dei genitori mentre l'oceano si chiudeva sopra di loro. Il dolore per la loro scomparsa non si era ancora affievolito. Le capitava spesso, la notte, di svegliarsi piangendo dopo aver sognato di annegare con loro. Solo un miracolo le aveva fatto incrociare la lancia a cui era rimasta aggrappata per un giorno intero. Dio le aveva dato la forza di resistere sotto il sole cocente mentre disperava che qualcuno la trovasse.
Pos il bicchiere su un mobile e torn a guardare Marcus. Faceva cos caldo che le sudava il collo, eppure stranamente aveva dei brividi freddi. - Ritenete che mi sarei dovuta lasciare morire? - domand.
Marcus non rispose subito. - Certo che no, cara - disse finalmente, prendendole le mani.
Non la convinse. Lui si sentiva libero di giocare con il proprio onore quanto voleva, rischiando di comprometterlo con avventure galanti e pesanti debiti di gioco, ma non sopportava che accadesse per colpa sua. Chiaramente lo irritava l'idea di essere ridicolizzato dal fidanzamento con una donna di dubbia reputazione, approdata in India non sotto gli occhi vigili dei genitori, ma in compagnia di rozzi marinai, quelli che le avevano salvato la vita; la comunit anglo-indiana si chiedeva se non le avessero sottratto qualcosa di pi importante, cio la virt.
- Ho scambiato solo qualche parola con lui, Marcus - osserv Emma, alzando il mento con fare risoluto. - Non  il caso di prendersela tanto.
- Non capisco come mai non l'hanno ancora buttato fuori - replic il fidanzato, guardandosi attorno.
- Forse perch  il marchese di Holdensmoor?
Marcus la guard storto. - Non sono in vena di scherzare, Emmaline. Comunque sappi che quell'uomo costituisce una minaccia per la Corona. Ha messo in giro la voce di una possibile insurrezione per convincerci a lasciare Delhi. Secondo lui, le truppe indigene potrebbero rivoltarsi contro di noi.
- Oh, santo cielo!  vero?
-  tradimento il solo pensarlo. Certo che no. Gli diamo noi il pane che i loro figli mangiano ogni mattina, non basta uno stupido incidente a Barrackpore...
Emma si ricord di averne sentito parlare al porto di Bombay il giorno del suo arrivo. Un sepoy, un soldato indiano, si era ribellato agli ufficiali britannici e ne aveva uccisi due prima di essere fermato dai superiori. Il lato preoccupante, se ben ricordava, era che nessuno dei suoi connazionali era intervenuto per disarmarlo.
- Forse non ha tutti i torti - azzard Emma. - Potrebbe essere un problema serio.
- Si tratta di un episodio isolato in pi di due secoli sul continente. Quell'uomo  stato subito impiccato. Non ci daranno altri problemi, ve l'assicuro.
- Ma se lord Holdensmoor ha sangue indiano, forse ha saputo qualcosa...
- Emmaline! - la redargu Marcus con un'occhiataccia. - Proprio perch ha sangue indiano vuole spaventarci e indurci a lasciare Delhi in modo che gli indigeni possano riprendersela. Ne sono convinto e l'ho detto anche al commissario. Ora smettetela di parlare di cose che ignorate e pensate soltanto a essere cordiale con la padrona di casa.
- Intendete la donna che vi portate a letto?
Marcus impallid di colpo. - Cos'avete detto? - domand.
- Allora  vero - mormor Emma con un improvviso senso di nausea. - Ora mi direte che ciononostante mi amate ancora.
- S, certo - rispose Marcus, fissandola con quei suoi occhi azzurri cos limpidi da sembrare innocenti.
- Noi due ci vogliamo bene da molto tempo - ribatt Emma, sorridendo suo malgrado. - Da quando siamo al mondo, si pu dire.
- Da sempre - conferm Marcus, - Qualunque voce vi giunga all'orecchio che sostenga il contrario, la mia unica donna siete voi. Vedete, il fatto  che esistono molte persone invidiose e chiss cosa non direbbero pur di nuocermi.
- Lo so - tagli corto Emma. Non aggiunse altro, nel timore che le si spezzasse la voce. Era triste pensare che non poteva pi credere a una sola parola di ci che lui le diceva. - Vorrei andarmene, Marcus.
Lui la guard un istante e annu. - D'accordo, ma domani verr a farvi visita alla Residenza. Torneremo sull'argomento e allora capirete, mia cara, che non dovete credere ai pettegolezzi.
- Certo. Adesso vi spiace andare a cercare lady Metcalfe per me?
Appoggiata al muro, Emma segu con lo sguardo Marcus che si allontanava per rintracciare la sua chaperon. Conosceva quell'uomo da vent'anni, due decenni in cui le loro rispettive famiglie si erano accordate per farli fidanzare. N i Martin n i Lindley potevano immaginare che i due giovani, a cui toccava il compito di realizzare il loro sogno, fossero i meno entusiasti all'idea del matrimonio.
Emma chiuse gli occhi. Si sentiva spenta dentro, come se le sue difese fossero improvvisamente cadute, lasciandola in preda a una profonda malinconia.
Non tanto per Marcus. Lei aveva rinunciato al sogno di un amore romantico tre anni prima, quando aveva scoperto l'esistenza di una delle sue tante amanti. Ne era uscita con il cuore spezzato, tuttavia sua madre le aveva spiegato che il matrimonio non era un fatto illusorio e passeggero come l'amore. Era invece una questione di alleanze, una sorta di societ, la perpetuazione di una famiglia. Le propriet di Marcus, numerose ma cadenti, avrebbero potuto essere consolidate grazie al denaro dei Martin, e loro due insieme avrebbero fondato una dinastia che avrebbe compensato l'incapacit della madre di Emma di mettere al mondo un erede maschio.
Allora perch lei aveva quello strano presentimento? A un tratto il salone delle feste le sembrava Pompei prima dell'eruzione del Vesuvio, o Roma prima della caduta: una civilt sull'orlo del disastro.
Fu percorsa da un brivido. Alzando la testa, trasal sentendosi avvolta dallo sguardo di smeraldo di lord Holdensmoor, che rientrava in quel momento dal giardino. Il suo volto era privo di espressione. Sfidando Marcus e il proprio stato d'animo, Emma gli sorrise.
Lui le rispose con un sorriso veloce che gli illumin il volto aristocratico, poi si perse a sua volta nella folla degli invitati.

2
Pur avendo trascorso le prime settimane in India adeguandosi alla legge non scritta secondo la quale tutti dovevano comportarsi come se si fossero trovati in Inghilterra, Emma era arrivata a Delhi decisa a visitare il Paese; lady Metcalfe, per, la moglie del Residente di cui era ospite, aveva paura della cultura locale e si rifiutava di mettere piede al bazar. - Potrei leggervi qualcosa a voce alta - le aveva proposto quel mattino.- Ho la nuova edizione del Viaggio del pellegrino.
Emma non sopportava l'idea di trascorrere un'altra giornata oziosa in quella casa dove le mancava l'aria. La madre le avrebbe consigliato di andare a far visita a qualcuno, o di accompagnare lady Metcalfe nel parco di Maidan, oppure al circolo del ricamo; ma l'idea non l'attirava affatto. Fin da quando era arrivata, la prospettiva di fare nuove conoscenze le era parsa intollerabile. Non sapeva come rispondere alle domande che leggeva nei loro occhi e comunque non ne aveva voglia. Nelle conversazioni spicciole, la sua mente tendeva a divagare perch gli argomenti non le interessavano.
Marcus tentava di giustificarla dicendo agli amici che era ancora stanca per il viaggio, traumatizzata e addolorata per la morte dei genitori. Era vero, naturalmente, ma non spiegava la sua impazienza e la sua irrequietudine. Lei stessa non capiva da cosa derivasse tale stato d'animo.
Cos aveva declinato la proposta di lady Metcalfe, poi l'aveva scandalizzata chiedendo alla propria ayah, la cameriera indiana che si chiamava Usha, di farle fare un giro nel quartiere dov'era nata. Quando le strade di Chandni Chowk erano diventate troppo strette per la carrozza, Usha aveva suggerito di proseguire a piedi. In quel momento stavano percorrendo una stradina affollata ed Emma stava attenta a non calpestare escrementi d mucche e rifiuti di vario genere. A sinistra sorgeva un tempio di marmo bianco, dove i fedeli in fila suonavano dei campanelli appesi al soffitto. A destra, delle donne avvolte in sari di seta dai colori vivaci trasportavano sacchi in bilico sulla testa e li reggevano aiutandosi con le mani. I braccialetti e le cavigliere ornate di campanelli luccicavano al sole.
Emma non aveva mai visto una folla cos disordinata e variopinta. Gli acquerelli acquistati a Bombay erano inadeguati in quell'ambiente dalle tinte forti. Le occorrevano i colori a olio. Un cugino doveva averglieli gi spediti da Londra. Se non fossero arrivati, sarebbe dovuta ricorrere ai colori squillanti che usavano gli indiani per le loro insegne, come quella sopra la bottega che vendeva oggetti d'ottone e raffigurava una divinit dalla pelle blu con molte braccia.
Emma sospir. Marcus le avrebbe fatto una scenata se fosse andata alla ricerca dei colori per dipingere. Lui disapprovava quello che definiva il suo "piccolo vizio", ritenendo che lei scegliesse soggetti inappropriati. Emma lo lasciava dire. Fiori, scene pastorali e bambini erano adatti alle signore. Fachiri, conducenti di elefanti e altri personaggi interessanti erano appannaggio degli uomini, che producevano la vera arte e non semplici decorazioni.
- Vi d fastidio il sole, memsahib?
Emma torn di colpo alla realt. - No, Usha, sto bene. Questo posto  stupendo.
- Nel gali c' meno sole - continu la cameriera con un sorriso. - Ci andiamo?
Svoltarono in un vicolo pi tranquillo dove le case, o haveli, come le chiamava Usha, erano state costruite una a ridosso dell'altra, con le finestre protette da grate di pietra rossa che impedivano di vedere all'interno.
Emma non la not subito, ma dietro una di quelle finestre c'era una donna velata.
- Perch ha il volto coperto? - domand alla cameriera.
-  il purdah, memsahib. Lo portano le mussulmane e le bramine, mogli e figlie dei nostri preti, a indicare che sono... - La ragazza s'interruppe per cercare le parole. - Per proteggere il loro izzat, cio l'onore.
- Anche in casa?
- Tutte le volte che un uomo estraneo le pu vedere.
- Come fanno a vederci quando escono?
- Ci vedono attraverso il velo, ma le donne con il purdah non escono quasi mai di casa.
Emma annui. Indiane o inglesi, molte donne vivevano confinate in casa, in quegli anni. Ad alcune forse faceva piacere. Leggevano Il viaggio del pellegrino decine di volte.
- Come fanno a sopportarlo? - domand.
- Non vogliono disonorare le loro famiglie, memsahib.
Gi, certo. Ricordava bene l'espressione tesa di Marcus quando aveva saputo come lei era arrivata a Bombay. Come se il fatto di essere stata salvata dai marinai invalidasse il miracolo della sua sopravvivenza. Sembrava quasi che le opinioni altrui fossero pi importanti per l'onore della propria condotta. -  ingiusto nei nostri confronti, non ti pare?
- Nostri? - ripet Usha, osservandola. - Ma voi, memsahib, siete libera di andare dove vi pare, no?
Emma stava cercando il modo di rispondere, buttandola sul ridere, quando qualcosa la colp alla schiena, mandandola quasi a sbattere contro un muro. Voltandosi, si trov di fronte un tizio basso e tarchiato, con l'uniforme dell'esercito, che la teneva per un braccio.
- Salve, madamigella - disse l'uomo con un marcato accento dell'Hertfordshire. - Splendida giornata per una passeggiata, vero?
- Lasciatemi andare - protest Emma, tentando di divincolarsi.
- Cosa ci fa una bella memsahib come voi da sola nel bazar? - replic lo sconosciuto con una risata.
- Non sono da sola, ma con la mia cameriera.
- Sarebbe lei? - disse il tizio, guardando con disprezzo Usha che, Emma vide con sgomento, era trattenuta dai suoi commilitoni. - Un'indiana non  all'altezza di fare da chaperon.
- E voi non siete un gentiluomo - ribatt Emma - altrimenti non aggredireste le signore.
- Non l'ho ancora fatto - protest il soldato, infilandole una mano sotto il cappello per afferrarle lo chignon e tirarle indietro la testa. - Per non  una cattiva idea. Dubito che una vera signora se ne andrebbe in giro con le indigene come se fossero sue pari. Sai, Harry - continu, rivolgendosi a un compagno - ho sentito dire che  arrivato un carico di prostitute per gli ufficiali. Potrebbe essere una di loro, non credi? - Le si butt addosso, schiacciandole la crinolina. Emma si divincol e l'uomo le affond i denti nel collo.
- Maiale! - proruppe lei, liberandosi il braccio con uno strattone e colpendolo in faccia con una gomitata. Il soldato le diede una spinta che la gett a terra e le fece volare via il cappello. Emma tent di alzarsi.
- Maleducata - protest l'uomo. - Harry, sta' a vedere. Ora le do la lezione che si merita.
A un tratto Emma ud un rumore metallico alle sue spalle. Il suo aggressore s'immobilizz, poi indietreggi di un passo.
- Non muovetevi - intim una voce - se ci tenete a salvare la pelle.
Emma riconobbe subito l'accento. Si alz. Aveva i gomiti in fiamme. Dopo essersi sistemata le gonne ed essersi rimessa il cappello, diede uno spintone al suo aggressore per buona misura e infine si gir.
Si trov di fronte il marchese di Holdensmoor, con la pistola puntata sulla testa del soldato. Lui le lanci . un'occhiata veloce, poi torn a concentrarsi sul militare.
- Come vi chiamate?
- Non intendevo farle del male, signore - rispose l'uomo. - Volevo solo...
- Vi ho chiesto come vi chiamate.
- Pensavamo che fosse una donna di piacere - si giustific il soldato, allontanando Usha da s. - Nessuna signora si azzarderebbe mai a gironzolare per Chandni Chowk da sola.
- Basta cos - ordin il marchese di Holdensmoor. - Non credo che la vostra compagnia sentirebbe la mancanza di due soldati come voi. Tanto per cominciare dovrete spiegare al colonnello Lindley perch avete molestato la sua fidanzata.
- Il colonnello... - ripet il militare, sbiancando in volto. - Oh, Dio!
Il marchese abbass la pistola. - Avanti, correte via. Se vi vedo ancora in giro, vi uccido.
Mentre gli uomini se la davano a gambe, Holdensmoor si volt a guardare Emma. - Tutto a posto? - la interrog.
- S - rispose lei. - Sto bene.
Il marchese fece un cenno d'assenso, poi si rivolse a Usha, - Aap theek hain, na?
La. donna gli rispose nella sua lingua. Il marchese abbozz un sorriso. - Temo di aver deluso la vostra ayah - disse a Emma.
- Per quale motivo?
- Perch non li ho uccisi.
- Capisco - mormor lei, massaggiandosi i gomiti in fiamme.
Una mano si pos, lieve, sulla sua spalla. - Siete sicura di star bene? - le domand il marchese.
- Magnificamente - rispose Emma e, pensando che non doveva permettergli di toccarla, fece un passo indietro.
Il marchese rinfoder la pistola. - Non avventuratevi pi da queste parti, signorina Martin - le raccomand - a meno che il colonnello Lindley non sia con voi.
- S - ammise Emma -  stato stupido da parte mia.
- Qui non siamo in Inghilterra. Le regole sono diverse.
Emma rispose con una risata che non sembrava la sua. - Mi permetto di dissentire - replic. - A quanto ho visto, le regole qui sono uguali a quelle del resto del mondo.
Il marchese si pass una mano tra i capelli neri. Cos scompigliati, gli davano un'aria scanzonata che contrastava con la seriet della sua espressione. - Perch mai vi  saltato in mente di venire nel bazar?
- Be', non posso stare tutto il giorno chiusa in casa a morire dal caldo.
- Suppongo che qualcuno vi abbia spiegato come l'India.
- No, nessuno. Stavo appunto iniziando a scoprirlo quando quei due, quella sottospecie di inglesi, mi hanno aggredito. Questo  un Paese differente, un mondo del tutto diverso - prosegu Emma con foga. - Perch mai dovrei fingere di trovarmi ancora in Inghilterra e rifiutarmi di vedere i luoghi in cui mi trovo? Dovrei andare in giro con gli occhi bendati?
- Immagino che la vostra curiosit cos fuori luogo sconvolga i vostri amici - replic il marchese, addolcendo il tono. - L'India  un Paese da conquistare e non da apprezzare.
- Sono certa che non ne siete convinto.
- Ma il colonnello Lindley s.
Istintivamente, Emma si mise sulle difensive. - E con questo?  qui per servire la regina e il suo Paese.
- A questo punto dovrete fare una scelta - osserv il marchese, ridendo - seguire la vostra personale inclinazione o pensare agli interessi della Gran Bretagna e del colonnello.
- Di questo passo mi suggerirete di dedicarmi al ricamo e restare segregata in casa.
- Sempre meglio che aggirarsi per i vicoli con le gonne alzate fino alle orecchie - rintuzz il marchese.
- Non siate volgare.
- Per  la verit - concluse lui con un'alzata di spalle da cui si intuiva che si era stancato di quella conversazione. - Vi accompagno a casa. Potrete cercare di convincere il vostro fidanzato a mostrarvi la citt.
Marcus non avrebbe mai acconsentito. Era meno interessato alla cultura locale che alla scelta dei cappelli. - Certo - mormor Emma, strofinandosi le braccia. Quella sera a cena si sarebbe dovuta coprire con uno scialle.
Tornarono alla carrozza in silenzio e il conducente pass le redini al marchese. Siccome dietro non c'era posto per tre persone, Emma si sedette al suo fianco.
-  un Paese stupendo - disse con un sospiro.
- Dovreste andare ad Almora - replic il marchese.
- Il colonnello Lindley sostiene che quest'anno non ci andr nessuno. Dice che la stagione  clemente, perci non vale la pena di spostarsi. Pu darsi che abbia ragione, ma io non ho mai sofferto il caldo come qui.
- Accidenti al tempo - comment il marchese.
- Vorreste che facesse ancora pi caldo?
- Forse sarebbe meglio.
- Perch in quel caso ce ne andremmo da Delhi - replic Emma. - Gi, il mio fidanzato mi ha detto che state tentando di convincere gli inglesi a lasciare la citt.
- Il vostro fidanzato ha un modo diabolico di interpretare le mie parole - osserv il marchese. - In realt vorrei che donne e bambini se ne andassero e arrivassero pi militari. Diteglielo, per favore.
- Non credo proprio che gli parler di quest'avventura - rispose Emma, voltandosi a guardarlo. - Siete un uomo singolare, lord Holdensmoor - aggiunse.
- Potrei dire la stessa cosa di voi.
- Gi, ma forse non lo intendereste come un complimento.
- O forse s. - Lui fece una pausa. - Signorina Martin - riprese - avete idea di quanto sta accadendo nel nord dell'India? - domand. - Qualcuna di voi signore ne  al corrente?
- Non siamo stupide - rispose Emma. - Abbiamo sentito parlare dei disordini, ma se gli ufficiali credono nella lealt dei loro soldati...
- Soldati indigeni, signorina Martin. Non ce ne sono altri qui a Delhi.- Il marchese si sporse verso di lei. Odorava di legno di sandalo, di cuoio e di sapone. - Spiegatemi perch quei militari dovrebbero essere leali a chi li ha ridotti in schiavit nella terra dove sono nati.
- Naturalmente non sono un esperta in fatto di politica coloniale - rispose Emma.
- In compenso avete buonsenso, una qualit che manca ai vostri connazionali maschi.
Emma lo scrut per qualche istante. - Siete davvero convinto che stia per accadere qualcosa?
Il marchese annu. - Signorina Martin, vi consiglio caldamente di partire per Almora anche se il colonnello non dovesse accompagnarvi..
Allarmata, Emma si sporse verso di lui. - Se avete qualche informazione, qualche prova che gli indigeni vogliano insorgere, dovete riferirlo al pi presto al commissario.
- Credete forse che abbia partecipato alla festa della signora Eversham per il piacere della sua compagnia? - domand il marchese con un sorrisetto.
Quelle parole ebbero l'effetto di uno schiaffo. Probabilmente Emma si sbagliava: il marchese non alludeva alla relazione di Marcus con quella donna. Sarebbe stata una cattiveria gratuita, e quell'uomo non le sembrava il tipo.
La sua espressione doveva rispecchiare ci che le passava per la testa perch lui si affrett ad aggiungere: - Vi chiedo scusa. Mi sono espresso male. - S'interruppe. Sembrava pensieroso.
Emma distolse lo sguardo, conscia di aver fatto un passo falso. Se si ha un fidanzato incline al tradimento, la cosa migliore  fingere di ignorarlo. Ora lord Holdensmoor sapeva che lei ne era al corrente.
Si appoggiarono nello stesso istante allo schienale del sedile. Una folata di vento sollev il cappello di Emma, facendolo volare via. Mentre si voltava a guardare, lei vide un bambino di cinque o sei anni rincorrerlo, afferrarlo e metterselo in testa. Era cos buffo che lei non pot fare a meno di ridere.
- Torniamo indietro a prenderlo? - domand il marchese.
- No, lasciamo perdere - rispose Emma, ridendo di nuovo. - Comunque quel cappello non mi piaceva granch. - Si rimise diritta sul sedile. L'aria calda che le accarezzava i capelli era piacevole. - Non vogliono perdere questi luoghi - disse. - Se riterranno che ve ne sia il pericolo, reagiranno di sicuro.
- Vi riferite agli inglesi o agli indiani? - domand lord Holdensmoor. - In entrambi i casi, avete perfettamente ragione.

3
Emma si svegli di soprassalto e si sedette nel letto. La lampada all'angolo della stanza si era spenta e i mobili apparivano come una massa indistinta.
Santo cielo, sempre lo stesso sogno. L'acqua che gorgogliava, la nave sballottata dalla tempesta. Quell'incubo l'avrebbe tormentata in eterno?
Trovata l'apertura della zanzariera, si alz per andare ad aprire le tende. Intorno alla tenuta della Residenza correva una grande strada, parallela alle mura della citt. All'ora del crepuscolo la strada semideserta dava un senso di malinconia. Una brezza leggera accarezzava gli alberi, portando con s i cigolii dei risci e le grida dei venditori nel bazar distante circa cinquecento metri.
Ancora qualche ora, poi Marcus sarebbe passato a prenderla per portarla fuori a cena. Era stato ad Agra cinque giorni e si aspettava un'accoglienza festosa. In fondo Emma era contenta che fosse tornato, se non altro perch era un'occasione per uscire dalla Residenza. Lady Metcalfe era indisposta, e lei non si era azzardata ad avventurarsi di nuovo per le strade della citt. Se non fosse stato per l'album da disegno e i nuovi carboncini che sir Metcalfe le aveva procurato, sarebbe morta di noia. Si sentiva prigioniera di quelle quattro mura.
Con un sospiro, si volt a guardare la stanza. Il flacone blu sul comodino attir la sua attenzione. Conteneva laudano misto a chinino. Gliel'aveva dato lady Metcalfe dopo che Marcus ne aveva decantato l'effetto rilassante. Dentro di s, Emma sperava che ponesse fine ai suoi incubi. Non era cos, ma se non altro aveva un'azione tranquillante.
Se ne vers una piccola dose, e qualche goccia schizz sulla manica mentre lo portava alla bocca. Posato il flacone, si guard allo specchio, che le restitu l'immagine di un volto ovale, in cui spiccavano gli occhi adombrati dalla stanchezza. Dormiva male e il sudore le aveva opacizzato i capelli. Per quanto nessuno l'avrebbe definita bella, era decisamente passabile, ma non era mai stata cos poco attraente come in quel momento.
Presa una decisione improvvisa, si butt lo scialle sulle spalle e usc dalla stanza.
Non appena ebbe aperto la porta della biblioteca, cap che c'era dentro qualcuno. Ormai era troppo tardi per tornare indietro. La conversazione si era interrotta di colpo, non le restava che entrare.
In piedi, in fondo alla stanza, c'erano lord Holdensmoor e sir Metcalfe, ai due lati della scrivania su cui era stesa una mappa. Il padrone di casa parve contento di vederla. Il marchese la salut con un sorriso e torn subito a guardare la mappa.
- Signorina Martin - esord il Residente - tutto bene?
- S, grazie. Non volevo disturbarvi.
- No, no, abbiamo quasi finito.
Il marchese alz la testa. - Non direi proprio - lo contraddisse. La sua espressione era strana.
- Vado via subito - lo rassicur Emma, ma sir Metcalfe fece segno di no e tir il cordone del campanello.
- Sciocchezze. Sto aspettando da un quarto d'ora che il cameriere ci porti il t. Che fine avr fatto? Torno subito.
Le pass accanto, camminando pi speditamente del solito. - Non vedeva l'ora di sfuggirmi - comment lord Holdensmoor quando la porta si fu richiusa.
- Davvero? - mormor Emma, avvicinandosi alla scrivania, - Perch? Cosa stavate guardando?
Dopo una breve esitazione, il marchese sospir e spinse un foglio verso di lei. Il laudano iniziava a far effetto. Stentando a mettere a fuoco parole e numeri Emma batt pi volte le palpebre e lesse: "7 Reggimento dragoni della Guardia, esercito della regina, 23.000; 58a Divisione di fanteria indiana". - Postazioni e reggimenti - mormor. - A che cosa vi servono questi dati? Voi non siete nell'esercito. - Marcus ci avrebbe sicuramente trovato da ridire.
- Vedete queste cifre? - domand il marchese, indicando l'angolo in alto a destra su cui erano scarabocchiati due numeri. - Trecentomila e quattordicimila. I trecentomila uomini appartengono all'esercito indiano. Gli europei sono solo quattordicimila.
- Davvero pochi - osserv Emma. - D'altronde gli indiani si sono sempre arruolati nel loro esercito nazionale.
- Fino a vent'anni fa c'erano tre indiani per ogni inglese - disse lord Holdensmoor. - Ora sono sei.
- La cosa non dovrebbe impressionarvi, dal momento che voi stesso siete... - Emma s'interruppe, imbarazzata.
Il marchese scosse il capo. - Non mi offendo se qualcuno mi ricorda le mie origini - la rassicur. - La parte indiana  la migliore delle due. - Sorrise. - Ci che mi preoccupa  conservare la pace. Bench sia fermamente convinto che gli inglesi non dovrebbero stare in India... - L'espressione allibita di Emma lo fece sorridere di nuovo. - L'abbiamo appena detto che sono mezzo indiano.
- Ma siete anche un Pari d'Inghilterra, nonch un futuro duca - farfugli lei, cos scandalizzata da riuscire solo a balbettare.
Lord Holdensmoor la raggel con lo sguardo. - Un giorno diventer duca di Auburn - disse. Dal tono non sembrava che la prospettiva l'allettasse. -  un titolo inglese, come sapete, e non mi d alcun diritto sul suolo indiano.
Emma scosse la testa. - Non ho mai sentito simili discorsi.
Il marchese la guard, pensieroso. - Gi, lo immagino. A proposito, come state? Intendevo lasciare un messaggio per chiedere vostre notizie.
- Ah, vi riferite all'incidente dell'altro giorno? Sono guarita, grazie.
- Davvero? - mormor lord Holdensmoor, afferrandola per i polsi. Colta alla sprovvista, Emma lo lasci fare. Lui le alz le braccia, prima uno e poi l'altro, per guardarle i gomiti.
Se sir Metcalfe fosse tornato in quel momento, la situazione sarebbe stata imbarazzante. Ma Emma si sentiva stanca, quindi non si ribell, limitandosi a fissare la porta. - Erano soltanto dei graffi - disse.
- Sono guariti in fretta - mormor il marchese, lisciandole le braccia con le mani. Emma trattenne il respiro e lo guard, sconcertata.
Lui la lasci andare e fece un passo indietro.
- Vi chiedo scusa - disse. Qualche istante dopo si volt e prese un pacchetto accanto al tavolo. - Questo  per voi - aggiunse, estraendo un libro con le pagine orlate d'oro.
Emma lo prese e se lo rigir tra le mani. - I vagabondaggi di un pellegrino alla ricerca del pittoresco - lesse ad alta voce. Non avrebbe assunto il laudano, se avesse saputo di avere qualcosa da leggere.
- S, un'opera di Fanny Parkes, che ha viaggiato per tutto il subcontinente indiano negli anni Venti e Trenta. Ho pensato che il resoconto dei suoi viaggi potesse interessarvi; anche se, mi duole dirlo, anche lei ha patito l'oppressione di una societ maschilista.
Emma rise suo malgrado. - Non dovreste farmi dei regali - disse. - Marcus andr su tutte le furie.
Il marchese rimase un attimo perplesso. - Potete dirgli di aver trovato il libro al circolo.
- Ottima idea. Credo proprio che lo far - disse Emma, aprendo il libro a caso. C'era un'illustrazione con la didascalia: "Lakshmi, dea della bellezza". Emma tracci con il dito i contorni del suo corpo voluttuoso.
- Grazie - mormor. - D quasi l'impressione di poter schizzare fuori dalla pagina e prendere vita.
- Prego. - Il marchese rimase un attimo in silenzio. - Naturalmente, non sto esortandovi a seguire l'esempio di Fanny Parkes.
- Che intendete dire?
- Si diede all'oppio. Brutt'affare. Oggigiorno nessuno lo fuma pi. Qui in India  passato di moda. In compenso, ho visto molte memsahib eccedere con il laudano.
Emma chiuse il libro. - Io non farei mai...
- Lo si capisce dagli occhi - continu lord Holdensmoor. - Ad alcune donne si dilatano le pupille, altre invece diventano pi graziose. - Sorrise e le sfior la guancia con un dito. - A ogni modo,  sconsigliabile farne uso.
Il suo dito le aveva lasciato una scia calda sulla guancia, come se fosse stata sfiorata da un raggio di sole.
- Capisco - disse Emma con un filo di voce, trattenendosi dall'aggiungere ci che le passava per la mente: "Vi spiacerebbe toccarmi ancora?".
- Me lo auguro. E ora, visto che a quanto pare il Residente si  dileguato, sar bene che me ne vada.
Mentre lo guardava uscire, Emma pens che forse, se avesse osato chiederglielo, lui non avrebbe esitato ad accontentarla.
La luna era alta mentre la giumenta di Julian avanzava tra le rovine. Sullo sfondo scuro del cielo si stagliava il Qutub Minar, il minareto di arenaria che da sei secoli presidiava la periferia di Delhi annunciando l'avanzata dell'Islam verso est.
Julian tir le redini e smont da cavallo a pochi passi dal minareto. La cupola originale era stata distrutta da un terremoto una cinquantina danni prima, e quella eretta in sostituzione dal maggiore Smith era in equilibrio precario. Prima o poi era destinata a crollare. I visitatori pi accorti evitavano di avvicinarsi troppo.
Era un po' il simbolo di quello che stava accadendo nel Paese, pens Julian. Purtroppo il commissario Fraser e il suo entourage si rifiutavano di credere a quelle che definivano "chiacchiere senza fondamento". Per loro le voci di popolo e i tentativi di rivolta a Barrackpore e Meerut avevano la stessa importanza. La gente comune invece vociferava di una profezia fatta dopo la battaglia di Plassey, un secolo prima, secondo la quale il dominio britannico avrebbe avuto fine cent'anni dopo. - Si sa che gli indiani sono superstiziosi - aveva commentato Fraser con una risata, la sera della festa, - Diamogli corda, ma, per amor del cielo non prendiamoli sul serio.
Il Residente, a sua volta, riteneva Julian un allarmista, che bisognava ascoltare e tranquillizzare, ma che alla fine conveniva ignorare. Se non fosse stata tremendamente seria, la situazione sarebbe stata comica. A Londra lo giudicavano noioso, a Delhi un visionario.
- Huzoor!
Julian alz la testa e fece una smorfia. Per quanto avesse chiesto pi volte al cugino di non usare quel titolo servile, Deven continuava a chiamarlo in quel modo: huzoor, storpiatura di "sir". - Sono qui - disse.
Il ragazzo emerse da sotto un arco in rovina. Doveva aver partecipato a una festa di matrimonio, perch era vestito in modo formale, con una lunga tunica e il turbante. I fili d'argento dello shervani luccicavano sotto la luna. In origine era stato uno splendido indumento, ma ormai il tessuto era logoro, specialmente sull'orlo e sui gomiti. - Sono in ritardo - riprese Deven - ma huzoor mi perdoner di certo: sono stato fermato da una pattuglia di soldati vicino alla Quw-wat-ul-Islam Masjid.
- Ti hanno perquisito?
- No - rispose il ragazzo, sputando per terra. - Mi hanno strappato via il pagri e l'hanno messo a una mucca. - Si port le mani al turbante per controllare che fosse in ordine. - Mi sono dovuto fermare per recuperarlo. Bell'esempio di civilt che d la tua razza alla mia!
Julian non replic. Non poteva difendere gli inglesi, non dopo una simile bravata. Fino a dieci anni prima, un episodio del genere non si sarebbe verificato. In caso contrario, sarebbe stato denunciato e i responsabili sarebbero stati strapazzati dai superiori. Il rispetto reciproco di un tempo non esisteva pi. Ormai inglesi e indiani si disprezzavano a vicenda.
Julian lo sapeva per esperienza personale. Il suo sangue misto aveva sempre fornito materiale ai burloni. Dopo una leggerezza commessa in giovent, i giornali l'avevano definito "il nobile selvaggio". La cosa comunque non lo turbava pi di tanto. A preoccuparlo invece era la diffidenza crescente che la comunit anglo-indiana mostrava nei suoi confronti. Certe informazioni non venivano prese in considerazione soltanto perch uscivano dalla sua bocca. Persino Emmaline Martin, arrivata da poco in India, aveva sentito parlare delle sue tendenze ribelli.
Pensare alla signorina Martin accrebbe il suo malumore. Se Lindley non avesse badato meglio a lei, qualcun altro si sarebbe dovuto occupare in modo drastico di quell'uomo.
- Hai sentito i nomi di quei soldati? - domand al cugino.
Il ragazzo si sedette su una colonna spezzata in una posa che voleva comunicare indifferenza. L'aveva copiata da lui, e Julian trattenne a stento un sorriso. - Anche se li avessi sentiti, huzoor, credete che ve li direi?
- Non mi dici mai niente e probabilmente te ne vanti; ma se ci tenessi a tua nonna e alle tue sorelle, accetteresti il denaro che ti offro e le porteresti via per tutta la stagione calda.
- Dove vorreste che andassimo? Solo fino a Mussoorie? Oppure a Simla? O magari a Calcutta? - replic Deven in tono canzonatorio. - Forse huzoor dimentica che tutte queste localit si trovano in India e che questi umili indigeni, a cui huzoor offre protezione, hanno la pelle scura come i loro vicini. Magari huzoor farebbe meglio a preoccuparsi per se stesso.
Julian lo guard storto. Se pensava che nessuno fosse pi cocciuto dei funzionari governativi, si era dimenticato dei diciassettenni. - Restate, allora, ma almeno prendi i soldi. Potreste averne bisogno.
- L'unica necessit che abbiamo  che gli inglesi se ne vadano. La vostra gente mette ossa di mucca macinate nel cibo. Vogliono dannare le nostre anime, costringendoci a convertirci.
Santo cielo, quella era una nuova svolta da aggiungere alle informazioni gi in suo possesso. - Ci credi davvero? - domand Julian. - Occorrono molti soldi per mettere in atto un simile piano, e non penso che gli inglesi li sprecherebbero per una cosa di poco conto come la religione.
Deven lo guard qualche istante, serio, poi si strinse nelle spalle.
Julian intuiva l'irrequietudine crescente del ragazzo. Trattenersi troppo a lungo in sua compagnia equivaleva, ai suoi occhi, a dimostrarsi troppo accomodante con il ramo marcio dell'albero genealogico della famiglia. Perci tir fuori l'asso dalla manica. - Se non accetti il denaro, non mi resta che portarlo personalmente a Nani-ji.
- Vi ha detto chiaro e tondo di non tornare mai pi - replic Deven, stizzito.
- Non ho scelta.
- Non vi importa che debba vergognarsi di voi?
Dunque era questo che provava sua nonna, un senso di vergogna. Julian ripens alla casa di Ajmeri Gate. Tre piccole stanze intorno a un cortile. Le ricordava bene. Un tempo, quand'era ragazzo, era stata la sua casa, un porto sicuro nonostante la penuria di cibo cronica e la . lotta per la sopravvivenza.
Ora Nani-ji non sopportava pi la sua presenza. Gli voleva bene, certo, ma non sarebbe riuscita a maritare le sue cugine se lui avesse girato per casa.
 Prendi il denaro - disse, stanco di discutere. - E non mi far pi vedere. 
- Lo giurate?
Julian si tocc il collo, gesto che rafforzava il giuramento. - Kasam khaata hoon. Giuro.
- Posatelo l - ordin Deven, indicando la terra - e poi allontanatevi. Rester a guardarvi. Sar un piacere vedere l'inglese che se ne va perch penser a quel momento, ormai prossimo, in cui tutti gli indiani assisteranno a questa stessa scena.
Julian gett la borsa nella polvere e si volt. Alla luce della luna, la sua ombra lunga e inconsistente lo precedette fuori dalle rovine.
La festa era in pieno svolgimento, e le signore con gli abiti intrisi di sudore volteggiavano al braccio di loro cavalieri in alta uniforme. L'orchestra suonava un valzer. Emma, ferma in cima alla scalinata, stava facendo la conoscenza della padrona di casa, una donna sudata, dall'ossatura massiccia, gi avanti negli anni. La signora Cameron le strinse la mano con tanta energia da farle male. - Ho sentito parlare del naufragio - disse. - Mi dispiace molto per i vostri genitori, cara. Ringraziando Dio, avevate qui un uomo come il colonnello ad attendervi.
-  vero - conferm Emma. - Il colonnello Lindley  troppo buono con me.
- Per quanto tempo siete rimasta in acqua? - si inform la signora Cameron. - Vogliate perdonare la mia curiosit, ma questa storia ci affascina.  la pi interessante che ci sia capitato di ascoltare da non so quanto tempo.
- Be', quasi un giorno intero - rispose Emma.
- Tutta sola nell'acqua! - esclam la signora. - Dopo che tutti quelli che viaggiavano con voi erano stati inghiottiti dall'oceano. E il capitano che vi ha trovato  un irlandese, se non sbaglio. Avete dovuto condividere gli spazi con gli uomini dell'equipaggio?
Marcus le venne in soccorso, - Ho conosciuto il capitano personalmente - disse. -  stato gentile a cederle la sua cabina, poi per non ha esitato un istante ad accettare la ricompensa che gli offrivo.
La signora Cameron rise. - Con il denaro si ottiene sempre tutto. A ogni modo, immagino che voi foste disposto a sborsare qualunque cifra, purch la vostra fidanzata vi fosse consegnata sana e salva.
Lui conferm con un cenno del capo. Mentre si allontanavano, un gruppetto di donne si stacc da un angolo del salone. Marcus si sistem la giacca.
- Trattatele con il massimo riguardo - le raccomand sottovoce. - Sono le amiche delle figlie del vicereggente.
Emma annu e sorrise, obbediente, mentre il fidanzato faceva le presentazioni; comunque le giovani donne la ignorarono e si divertirono a canzonare Marcus per una partita di cricket che aveva perso. Emma taceva, non avendo nulla da dire in proposito, finch una conversazione in toni sommessi, alle sue spalle, attrasse la sua attenzione.
- Si comporta come una stupida - diceva una voce femminile. - Lui non la degner di un'occhiata.
- Be', non  detto - replic un'altra donna. - Potrebbe darle qualcos'altro, oltre all'occhiata, ma non certo l'anello di fidanzamento.
- Letty, stai forse insinuando...
- Quell'uomo  un casanova, Margaret. Pare che le donne gli piacciano tutte. Figurati che la settimana scorsa Teresa March ha visto la signora Lake uscire dal suo bungalow alle dieci del mattino.
- Davvero? Bench il marito fosse appena tornato da Simla?
Emma ebbe il sospetto che le due amiche parlassero di Marcus. Possibile che se l'intendesse non con una donna soltanto, ma con due?
- Pensi che il signor Lake non se ne sia accorto?
 ovvio che lo sa, ma finge di ignorarlo. D'altronde, il marchese  famoso per la sua ottima mira.
Il marchese? Emma sorrise. Evidentemente lord Holdensmoor conduceva una vita piuttosto movimentata, dal momento che sembrava coinvolto in ogni genere di scandalo.
- Ma non  nell'esercito.
- No. Non lo prenderebbero neppure se lo volesse. Come potrebbero fidarsi di lui, di come si comporterebbe con gli indiani, dal momento che  uno di loro?
Segu una breve pausa. Emma si guard intorno. Nessuno aveva notato la sua disattenzione. Fece un passo indietro.
- ...  terribilmente attraente e un giorno diventer duca, per giunta. In fondo non la biasimo.
- Ma  un sanguemisto, Letty. Non credo che ti sporcheresti in quel modo, che sposeresti un uomo con la pelle scura...
- Perch mai dovrebbe importarmi, se non importa nulla a Sua Maest? Sarebbe perfettamente legale.
- Non saprei. Il modo in cui guarda le donne, come se ridesse segretamente di loro, quasi fosse a conoscenza di qualche segreto...
- Io ho sempre avuto un debole per gli uomini di quel genere. Sono pi affascinanti.
L'amica scoppi a ridere. - Povero George, allora. Non ha speranze.
- No di certo. Perch dovrei imparentarmi con una famiglia che probabilmente ha fatto fortuna vendendo pentolame nell'Essex? In fondo mi dispiace perch George mi adora. Pensa che ieri mi ha detto...
Avendo perso interesse perla conversazione, Emma torn a guardare Marcus. Il gruppetto si era sciolto e lui stava parlando con una bionda che teneva a braccetto. Forse stava gettando le basi per una nuova avventura, - Colonnello Lindley, volete scusarmi?
I due si voltarono di scatto, come se si fossero dimenticati della sua esistenza. Forse si sarebbe dovuta offendere, invece Emma era solo un po' irritata - Volevo semplicemente avvertirvi che mi allontano un momento. Torno subito.
Marcus abbozz un inchino e lei usc dal salone e imbocc le scale.
Nella stanza da toeletta non c'era nessuno. Si sedette. Aveva voglia di stare un po' sola. Sapeva che la stanza sarebbe stata vuota: era presto perch le signore avessero problemi con gli abiti o altro. Pi tardi sarebbero affluite in massa, ciascuna con la propria ayah, e le cameriere si sarebbero affaccendate a riparare orli strappati e pulire macchie.
- Questa  la mia vita - mormor. Quella per cui aveva lottato strenuamente contro l'oceano che voleva strappargliela. Gli altri non ce l'avevano fatta. Erano sotto di lei, negli abissi. Che immagine orribile!
Un singhiozzo le sgorg dalla gola, facendola sobbalzare. Si tapp la bocca. Strano che le venisse da piangere proprio in quel momento, dopo che i suoi occhi erano rimasti asciutti per tanto tempo. - Mamma sussurr.
La madre aveva voluto quel genere di vita per lei. Perch? Le aveva detto che il matrimonio non c'entrava con l'amore, e lei le aveva creduto. Com'era possibile? Emma aveva amato molto il padre, aveva pianto e riso con lui, l'aveva curato quand'era malato. Avevano condiviso momenti bellissimi, preziosi. Eppure anche lui l'aveva spinta a sposare Marcus, pur sapendo che lei non avrebbe voluto. Non era ingiusto? Perch i suoi genitori avevano agito in quel modo?
Forse alla madre non importava che lei fosse felice.
- Ora basta! - disse a voce alta. Si alz e si guard allo specchio. Era pallida. Si diede dei pizzicotti alle guance, poi torn a guardarsi.
Aveva gli occhi rossi. Tutti avrebbero capito che aveva pianto.
Sospir e si lisci i capelli. La madre le avrebbe detto che era bella ugualmente. Lo diceva sempre. A lei comunque il suo aspetto non interessava. Era gi fidanzata, quindi che importanza aveva?
Non c'era nulla che contasse nella sua vita.
Le tremarono di nuovo le labbra. Si copr la bocca con la mano, spalanc la porta e usc. Per un attimo si sent disorientata e commise l'errore di girare a sinistra invece che a destra. Nello stesso istante, in fondo al corridoio una porta si apr, e apparve una donna con gli abiti in disordine.
- Siete un bastardo! - grid in direzione della stanza da cui era uscita. - Non potete prendermi e poi buttarmi via come se fossi spazzatura.
Mortificata, Emma stava per voltarsi e andarsene, ma la risposta che ud la blocc all'istante.
- Infatti, tanto pi che non vi ho mai presa.
Era la voce di lord Holdensmoor. Emma si nascose in una rientranza del muro con l'intenzione di origliare, senza vergognarsene affatto. Del resto non era la prima volta, quella sera.
- Mio marito pretender la vostra testa - minacci la donna, sistemandosi la manica.
- Perch ho respinto le avance di sua moglie? - replic il marchese con una risata.
- No, per avermi preso con la forza.
Segu un lungo silenzio; poi, a voce cos bassa che Emma stent a sentirlo, il marchese replic: - Le menzogne hanno il vizio di ritorcersi contro chi le dice, signora Lake. Vi consiglio di tenerlo a mente.
Il tono era minaccioso. La donna fece un passo indietro.
- Allora dir la verit. Scriver a lord Mason e gli riferir di quando ve la siete spassata con sua moglie a solo tre settimane dalle nozze.
Lord Holdensmoor comparve sulla porta. - Gi che siete in vena di verit, suppongo che racconterete a vostro marito della vostra tresca con O'Malley.
La donna rimase impietrita. - Non oserete tanto - disse - se avete il minimo senso dell'onore.
- Un'ipocrita come voi non pu pretenderlo - ribatt il marchese, calmo. - E ora sparite. Se vi presenterete ancora a casa mia, informer io stesso vostro marito.
La donna pass davanti a Emma, quasi sfiorandola, e qualche istante dopo si sent sbattere la porta della stanza da toeletta.
Emma non si mosse. Fissava Julian Sinclair, che sembrava contemplare il disegno floreale della tappezzeria; ma evidentemente i suoi occhi da gatto l'avevano vista, perch a un tratto le rivolse la parola. - Piacevole serata, signorina Martin? - domand.
- Veramente io... non volevo... - farfugli Emma con il cuore in gola.
- Suvvia, finora siete sempre stata sincera, cosa che ho apprezzato molto.
- Io stavo... - Lei deglut e usc allo scoperto. - Mi dispiace. Sono imperdonabile. Non mi sarei dovuta fermare ad ascoltare.
- Con la scenata che ha fatto, viene da pensare che ci tenesse a farsi sentire. - Il marchese si avvicin. - E voi avete trovato la risposta al vostro interrogativo?
- Quale?
Lui si ferm a pochi centimetri, cos vicino da sussurrarle la risposta all'orecchio. - Sulla mia reputazione - disse.
- Be', quel che ho sentito ora  pi che sufficiente - rispose Emma.
Lord Holdensmoor sorrise, ma si fece subito serio. - Voi avete pianto, vero? - Le sfior la guancia con un dito. - Lindley continua a comportarsi male?
Emma s'irrigid. Non voleva parlare di Marcus con lui. Sapeva che gli avrebbe detto tutto. Fece per incamminarsi, ma lui la costrinse a fermarsi, prendendole la mano.
- Vi chiedo scusa - le mormor. - Perch siete arrabbiata?
Emma avrebbe voluto trovare una risposta spiritosa, ma il suo sguardo assorto la dissuase. -  una situazione che non sopporto - rispose di getto.
Se ne pent subito. Arross di vergogna e avrebbe voluto sprofondare sottoterra. Non conosceva proprio le regole del buon vivere.
Il marchese rest impassibile. - Gi - disse, stringendole pi forte la mano - capisco come vi sentite.
Emma si morse il labbro. Non sapeva come riprendere la conversazione. Avrebbe voluto chiedergli se lui capiva davvero, ma non era il caso. Se solo lui non avesse avuto l'aria cos sinceramente preoccupata e non l'avesse guardata in quel modo... Quello sguardo per ebbe il potere di ricacciarle indietro le lacrime. Marcus non la guardava mai cos. Non le chiedeva a cosa pensasse, n cosa provasse. Forse credeva di saperlo, oppure era convinto che non pensasse affatto.
Emma fece un respiro profondo per calmarsi, poi abbozzo un sorriso. - Perdonatemi - disse. - Sono un po' stanca. Le feste da ballo non mi piacciono molto.
- Tremendamente noiose, vero? - osserv il marchese, giocherellando con le sue dita. - Non so che cosa mi abbia spinto a venire, tanto nessuno mi d retta.
Emma rise piano. Bench lord Holdensmoor portasse i guanti, avvertiva attraverso il cotone il calore della sua pelle. Immagin di sentire la sua mano nuda e di intrecciarne le dita.
"Stupidaggini. Togli subito la mano."
Tuttavia non lo fece. - Cosa vi aspettavate? - replic. - Cassandra non  mai la benvenuta.
- Avete ragione - ammise il marchese con un sorriso. - Sono il profeta che predice il destino di questa novella Troia.
Suo malgrado, Emma lo osserv e immagin di trasporre sulla carta i tratti cesellati del suo volto con pennellate nere, verdi e oro. Se solo avesse potuto posare per lei. - Perch siete venuto questa sera? - domand.
Lord Holdensmoor le pass un braccio intorno alla vita e accenn i passi del valzer che l'orchestra stava suonando al piano di sotto. - Forse perch mi piace ballare? - mormor, facendole percorrere a passo di danza un tratto di corridoio.
Emma non pot fare a meno di ridere, sia per la risposta sia per la situazione.
- A voi no?
- S - rispose lei, lasciandosi trascinare nella danza e chiudendo gli occhi. Non aveva bisogno di guardare. Tra le sue braccia si sentiva al sicuro.
Riapr gli occhi quando lui si ferm in fondo al corridoio. - Vi sentite un po' meglio? - domand il marchese in tono solenne.
Emma avvert un nodo alla gola. Forse era la sua gentilezza a commuoverla. Quell'uomo non le doveva nulla, lei era una perfetta sconosciuta, e per giunta il suo fidanzato lo trattava con disprezzo. - S, grazie - rispose.
- Non occorre che mi ringraziate. Di solito Cassandra fa un po' pena perch  malinconica per natura.
- Davvero? Dev'essere frustrante.
- Infatti, signorina Martin. Preoccuparsi di ci che ha in serbo il destino non lascia il tempo per le piacevolezze.
Lui le strinse pi forte la vita. Emma cap che stava per baciarla. Si sarebbe dovuta ritrarre, ma non ne ebbe la forza.
Lord Holdensmoor chiuse gli occhi e le sfior dolcemente le labbra con le proprie. Emma si abbandon tra le sue braccia e, mentre gli metteva le mani sulle spalle, pens che fosse invidiabile essere cos alti, avere il fisico possente e non aver paura dei pericoli della vita. Quando sent che lui stava per tirarsi indietro, protest, stringendogli con forza le spalle. Lui la baci di nuovo, stavolta pi deciso. Emma apr la bocca per respirare e al tocco della sua lingua un gemito le sgorg dalla gola.
Una risata e delle voci a poca distanza li indussero a separarsi. I loro occhi si incontrarono. Emma not che lui aveva il respiro affannoso, ma la sua espressione era indecifrabile.
- Devo andare - disse. Si sentiva strana, cosa che con Marcus non le capitava. Il suo fidanzato era sempre cos prevedibile. Se fosse rimasta con il marchese, non sapeva come sarebbe andata a finire. - Gi dabbasso - precis.
- S, certo - rispose lord Holdensmoor, con un sospiro che le parve di sollievo. Il suo atteggiamento cambi di colpo, come se nulla fosse accaduto. Emma lo invidi per la sua calma. Mentre scendeva le scale, le tremavano le gambe al pensiero che la guardasse.

4
A mezzanotte, la signora Cameron condusse gli ospiti in sala da pranzo. Emmaline fu scortata da un uomo grasso con un'incipiente calvizie, che si chiamava Cooper ed era, la inform lui con sussiego, l'assistente del direttore amministrativo locale della Compagnia delle Indie. - E voi? - le domand. - Siete la fidanzata del colonnello, suppongo.
Emma annu. - Sono arrivata da poco, da meno di un mese. - Mentre si sistemava meglio sulla sedia, sent qualcosa di caldo sul piede.
- Ah, da Calcutta, immagino. O da Bombay?
Emma guard sotto il tavolo. C'erano delle lampade
sul pavimento e per poco non ne aveva rovesciata una.
- Sono per le zanzare - le spieg il signor Cooper. - Servono a tenerle lontane.
- Oh, davvero? Che sistema ingegnoso - comment lei, prendendo il suo bicchiere di vino. Avrebbe voluto poterlo vuotare tutto d'un fiato per farsi coraggio. Il marchese era seduto tre sedie pi in l. Evit di guardarlo. Non riusciva a pensare a lui senza arrossire. - S - rispose alla domanda di Cooper - sono venuta da Bombay.  molto diversa da Delhi, vero? Ci sono molti pi inglesi. E il tempo  pi clemente.
- Si ha quest'impressione - replic l'uomo - ma quando arrivano i monsoni, cio tra un paio di settimane,  un vero disastro. Ci sono rimasto per un certo periodo, poi, per fortuna, mi hanno trasferito. Pensate che l'acqua mi arrivava alla vita. Un clima orribile.
Marcus si volt a guardarla, di certo per assicurarsi che lei si comportasse bene. Emma ebbe la tentazione di fargli una smorfia.
- Da quelle parti gli indigeni sono ancora pi strani - riprese Cooper, vuotando il suo bicchiere fino all'ultima goccia e osservandola con un'insistenza contraria alle regole della buona educazione. - Figuratevi che adorano un dio con il corpo umano e la testa di elefante. Certo che hanno una bella fantasia.
- Un dio met uomo e met elefante? Ma perch?
- Non ve lo saprei dire. Non l'ho mai chiesto. Avete mai visto la raffigurazione di una delle loro dee? - continu Cooper in tono sprezzante. - Sono nude fino alla vita e hanno sei o sette braccia che spuntano dalla schiena. Be', a letto non sarebbero poi tanto male.
- Signor Cooper! - esclam Emma, scandalizzata.
- Ignoratelo - le sugger lord Holdensmoor; poi, rivolgendosi a Cooper: - Siete ubriaco fradicio, vero?
- Solo un po' alticcio - rispose l'inglese, alzando a mo' di saluto la forchetta su cui aveva infilzato un pezzetto di fagiano.
Il marchese incroci lo sguardo di Emma e sorrise. In effetti doveva essere buffa, con gli occhi spalancati per lo stupore e rossa in volto per l'imbarazzo. - Tentiamo di ricreare un angolo d'Inghilterra in questi lidi, signorina Martin, ma finora non possiamo dire di esserci riusciti.
- Gi - conferm Emma con un filo di voce.
Lord Holdensmoor sorrise di nuovo, poi disse qualcosa all'affascinante brunetta seduta al suo fianco, che guardava Emma con aria di superiorit. - Ah, siete la signorina Martin - domand la giovane donna, alzando le sopracciglia - la famosa fidanzata?
Emma esitava. Le sembrava di essere capitata in un mondo parallelo, dove le buone maniere erano l'opposto di quelle che le erano state insegnate. - Famosa, signorina...?
- Crowley - rispose la giovane, alzando una mano per lisciarsi i capelli e mettendo a nudo buona parte del seno. - Forse il colonnello vi ha raccontato che due anni fa era di stanza a Lucknow con mio fratello, il tenente Crowley, e in quell'occasione siamo diventati amici. Vi stupisce che un ufficiale possa familiarizzare con una fanciulla di buona famiglia? Sono cose che accadono nelle colonie. Qui in India abbiamo abitudini diverse, e chiunque le trovi fuori luogo  antiquato.
Mentre la. signorina Crowley pronunciava quel discorsetto, intorno a loro si era fatto silenzio. All'altro lato del tavolo invece ferveva la conversazione.
Un'altra avventura di Marcus che la coglieva alla sprovvista. Probabilmente un altra storia sordida, a giudicare dall'atteggiamento della giovane donna. Che cosa avrebbe dovuto fare? Svenire? - Mi fa piacere che siate amici. A quanto pare ha molte amicizie, qui a Delhi. - Senza aggiungere altro, si volt verso Cooper.
L'inglese fissava il piatto, ormai quasi vuoto. - Vi sentite bene, signore? - s'inform Emma.
- Cooper, vecchio mio - intervenne il tizio seduto all'altro lato della signorina Crowley - questa  una festa. Perch avete quell'aria malinconica?
- Sto pensando ai conti, Hawthorne - rispose l'interpellato. - Se dobbiamo acquistare nuove munizioni, non so come ce la caveremo l'anno prossimo.
- Sciocchezze - rispose il signor Hawthorne. - Smantelleremo le loro stupide superstizioni. Nessuno di loro pu essere un buon soldato finch continua ad aver paura di un po' di grasso di maiale.
- Interessante, signor Hawthorne - interloqu la signorina Crowley. - Contate di riuscire a convertire tutti gli indiani al cristianesimo nell'arco di sette mesi?
Emma comprese che si riferivano all'incidente di Meerut. Oltre cento soldati si erano rifiutati di caricare i fucili per non dover addentare i proiettili, avendo saputo che erano stati lubrificati con grasso di mucca e di maiale. Un grosso problema, dato che gli ind non potevano toccare le mucche, e ai musulmani era proibito mangiare carne di maiale. Emma si schiar la voce. - Non potreste usare qualche altra sostanza per ungere i proiettili? - azzard.
- Santo cielo! - esclam Cooper, guardandola come s avesse detto un'eresia. - Avete idea di quanto ci costerebbe?
- Gi - intervenne il marchese, sarcastico. - Ragionate, signorina Martin. Meglio dover affrontare il problema delle truppe che si rifiutano di combattere.
- Scemenze - dichiar Hawthorne. - Non oserebbero. Sanno bene chi comanda qui.
- Appunto - conferm lord Holdensmoor. - Cos sanno a chi devono sparare. Mangal Pandey; se vi ricordate, ha mancato il sergente Hewson di pochi centimetri.
- Chiss quanto avete pianto - bofonchi Hawthorne.
Cooper scosse il capo in segno di disapprovazione. Il marchese lanci uno sguardo severo ad Hawthorne, che si mosse sulla sedia, visibilmente a disagio.
- Non capisco - intervenne Emma. - Ritenete che finiranno per accettare i proiettili cos come sono?
Nessuno rispose.
Emma non pot fare a meno di sbirciare il marchese. Vedendo che lui la osservava, avvert una sensazione strana ma non spiacevole. Aggrott la fronte e lord Holdensmoor alz le mani in un gesto che significava: "Vedete, proprio non vogliono capire".
- Ebbene, signori - disse quindi lui, senza rivolgersi a nessuno in particolare - a qualcuno di voi viene in mente qualche frivolezza per risollevare il morale delle nostre memshaib?
- Io non ne ho bisogno - replic la signorina Crowley. - Ho piena fiducia nel nostro esercito e dormo sonni sereni, ve l'assicuro.
- Potete permettervelo - osserv Emma - almeno fino a quando i soldati smetteranno di farsi degli scrupoli e decideranno di usare le armi contro chi li costringe a commettere un sacrilegio. Si d il caso, signorina Crowley, che queste persone siamo noi.
- Che osservazione acuta, signorina Martin comment Hawthorne con una risata. - Leggete molto?
- Come avete detto?
- Non mi riferisco a certi stupidi romanzetti che non insegnano nulla.  raro incontrare una donna istruita, e non sono sicuro che mi piaccia.
- Hawthorne - lo redargu il marchese, secco; ma Emma seppe cavarsela da sola.
- Posso dire altrettanto di voi.
Una mano le strinse la spalla come in una morsa. Emma alz la testa e vide Marcus in piedi dietro di lei. Il suo sguardo era duro. - Posso parlarvi un momento in privato? - le domand.
- Certo - rispose Emma, alzandosi. Gli uomini la imitarono, cosa che la fece sentire ancor pi al centro dell'attenzione. Lanci un'occhiata al marchese e vide che aveva lo sguardo scuro.
Dopo aver chiuso la porta della sala da pranzo, Marcus si gir cos bruscamente che Emma fece un passo indietro. Afferrandola per un polso, lui la trascin nel corridoio e da l in un salottino.
- Si pu sapere cosa vi  saltato in mente? - domand, rosso di collera.
Continuando a indietreggiare, Emma urt un divanetto e si sedette. - Quell'uomo si  permesso di criticare le mie letture - si giustific. -  stato lui a offendermi per primo.
- Voi siete una donna.
- E allora?
Marcus sembrava volerla incenerire con lo sguardo. - Vostro padre non ha saputo educarvi a dovere - afferm. - Mio padre l'ha sempre sostenuto.
- Come ha osato parlare in questi termini di mio padre? - protest Emma con foga. - Il mio non si sarebbe mai permesso.
- Il vostro era un vecchio rincitrullito.
- Era un uomo saggio e pieno di buoni sentimenti! - esclam Emma, balzando in piedi. - Mi ha...
- Ha allevato una figlia che non sa stare in societ.
- Mi ha insegnato molte pi cose di quanto immaginiate. Conosco tre lingue, so disegnare, sono capace di...
- Sapete fare tutto, meno quello che ci si aspetta da una donna: essere graziosa e tenere la bocca chiusa.
- Siete insopportabile - sbott Emma. - Che cosa vi  successo qui? Prima eravate diverso.
- Davvero? Forse non mi ero accorto che la mia fidanzata ha le buone maniere di una serva.
- Avevate accettato di sposarmi - riprese Emma, tremante di rabbia. - E, a differenza di me, eravate abbastanza maturo per sapere cosa significasse. Siete stato voi a...
- Non potevo immaginare che sareste diventata cos l'accus Marcus. - Avete idea di quanto mi sia vergognato sentendovi parlare in quel modo a tavola, come se conosceste gli indigeni meglio di Cooper? Non sapete nulla di queste cose, Emmaline. Niente di niente.
- Lo so, nessuno di voi prende in considerazione l'ipotesi che gli indiani possano ribellarsi. Siete degli irresponsabili, Marcus. La sorte di tante persone dipende dalla vostra capacit di giudizio.
- Ci risiamo. Come fate a sapere che lo escludiamo a priori? Siete cos presuntuosa da credere...
- So che vi. rifiutate di ascoltare lord Holdensmoor.
Segu un silenzio di tomba. Emma si morse il labbro.
- Quando avete parlato con il marchese? - domand Marcus. Il tono, cos come il volto, era piatto, privo d'espressione.
- Ieri  venuto in visita alla Residenza - rispose Emma.
- A trovare voi?
- No, ma abbiamo avuto modo di parlare. L'avevo incontrato al bazar dov'ero andata per disegnare e...
- Che mascalzone! Quell'uomo  un farabutto, Emmaline, un vero delinquente. Quanto a voi...  gi abbastanza grave che vogliate disegnare, con la vostra mania di ritrarre gli esseri umani pi miserabili, ma  imperdonabile che lo facciate in sua compagnia. Volete forse perdere del tutto la reputazione?
- Non credo proprio che disegnare sia disonorevole - replic Emma in tono sommesso, allarmata dallo sguardo adirato di Marcus.
- Certo, perch ignorate cosa sia l'onore. Tant' vero che vi siete salvata facendo gli occhi dolci a dei bifolchi irlandesi.
Quelle parole turbarono Emma a tal punto da frastornarla. - Magari sapeste comportarvi come loro - rintuzz.
- Vogliate scusarmi, ma mi rifiuto di prendere lezioni di etichetta da una sgualdrina come voi.
- Strano che mi diciate questo. Neanch'io ho una buona opinione di voi. Non siete altro che un borioso, un prepotente...
Il pugno la colse alla sprovvista, Emma cadde, si copr la bocca con la mano e la ritrasse sporca di sangue.
- Dio santo - mormor Marcus, mettendole una mano sulla spalla. - Non volevo farlo.
- Non toccatemi - disse Emma, con una voce che non pareva la sua. Aveva le labbra gonfie e calde.
- Non siate sciocca, Emmaline. Permettetemi di aiutarvi.
- No. Non ne avete pi il diritto. Considerate rotto il fidanzamento.
- Non dite stupidaggini - replic Marcus, in tono spazientito. - State esagerando. Capita a tutte le coppie di litigare.
- Mi avete picchiato - l'accus Emma, alzando la testa per guardarlo negli occhi. - Sto sanguinando.  la fine della nostra relazione.
Marcus si inginocchi e le alz il mento. - Voi non capite. Ho aspettato quindici anni per avere il vostro denaro e non vi permetter di mandare a monte i miei piani.
- Complimenti per la vostra sincerit, ma temo che non potrete entrarne in possesso, a meno che non sia io a darvelo.
- Sar ancora pi franco - ribatt Marcus con un sogghigno. - Sono il vostro tutore. I soldi che avete in banca sono a mio nome. Non potete vivere senza denaro, perci dovrete rassegnarvi a sposarmi.
La porta si spalanc. - Oh, vi chiedo scusa per avervi interrotto - mormor una voce femminile.
- Signora Eversham - disse Marcus, alzandosi stavo appunto per venire a cercarvi.
Fingendo di non accorgersi di nulla, o forse con una buona dose di malignit, la donna lo condusse fuori con una risata garrula. Appoggiata la fronte alle ginocchia, Emma pens che mancavano tre settimane al suo ventunesimo compleanno. Di sicuro Marcus non poteva costringerla a sposarlo prima di allora. Comunque, sir Metcalfe non gliel'avrebbe permesso.
Finalmente trov la forza di mettersi seduta. L gonna era imbrattata di sangue. Doveva trovare il modo di ripulirsi.
Dopo cena, Julian fece ci che si era ripromesso di non fare mai, ossia mettersi alla ricerca di una memsahib.
La sedia di Emma era rimasta vuota per il resto della cena, e, per quanto assurdo, lui non aveva potuto fare a meno di stare in ansia. Una preoccupazione fuori luogo, dal momento che la signorina Martin doveva sposare quell'idiota, e non c'era ragione di credere che lo facesse controvoglia. Si era lasciata baciare, d'accordo, ma anche le persone pi devote potevano essere fuorviate da un'attrazione improvvisa. Probabilmente il suo rapporto con il colonnello le andava bene. In amore funzionava cos. Non sempre le coppie avevano l'aria di essere felici.
D'altro canto, la signorina Martin non dava proprio l'impressione di sentirsi appagata, altrimenti non l'avrebbe baciato in quel modo.
Assorto nelle sue riflessioni, e pur giudicandosi ridicolo, Julian percorse il corridoio, controllando una porta dopo l'altra per vedere se fossero aperte. A una svolta per poco non si scontr con Lindley, a braccetto con la signora Eversham. Come uno scolaretto colto in flagrante, il colonnello quando lo vide si affrett a scostarsi dalla sua compagna; tuttavia l'occhiata furtiva della donna fu cos eloquente da accrescere la preoccupazione di Julian.
Trov la signorina Martin in un salottino. Accovacciata sul pavimento, stava esaminandosi la gonna. Aveva la bocca sporca di sangue e la guancia arrossata.
Alz la testa al rumore della porta che si apriva. - Lord Holdensmoor, temo di essere in pessime condizioni, a giudicare dalla vostra espressione. - Si appoggi a una sedia per alzarsi. Julian si avvicin per aiutarla. Il polso di Emma era sottile e fragile. Lindley, con una stretta di mano particolarmente energica, avrebbe potuto spezzarglielo facilmente.
- Sono messa male, vero?
Julian scosse la testa.
- No, avete ragione. Non devo essere un bello spettacolo. Devo pulirmi il viso.
Julian la condusse nel corridoio e, mentre lo percorrevano si par davanti a lei ogni volta che incrociavano qualcuno, per evitare che la vedessero in quello stato. Dopo che furono entrati nella stanza da toeletta, chiuse la porta con il chiavistello.
- Non occorre che vi disturbiate - mormor Emma. - Posso fare da sola.
- Non ne dubito - replic Julian, rovistando nell'armadio alla ricerca di un panno. Lo trov e, dopo averlo immerso nel catino, inizi a pulirle il labbro con delicatezza.
Immobile, Emma lo lasci fare. - Forse sono stata stupida a provocarlo - osserv.
Julian non rispose subito. Gli occorse qualche istante per non perdere la calma. - Forse  un brutale bastardo che dovrebbe stare alla larga da qualunque donna - replic.
- Credo che abbiate ragione - convenne Emma con un sorriso. - La prossima volta che l'incontro, spero di essere armata.
Julian continu a prendersi cura di lei, passandole il tampone sulla guancia che stava gonfiandosi. Che cos'aveva quella donna che lo colpiva tanto? All'apparenza era uguale a tante altre. Persino il profumo che usava era tipicamente inglese. Eppure in lei c'era qualcosa di diverso, che gli faceva venir voglia di spogliarla per coglierne l'essenza. Avrebbe voluto denudarla per costringerla a mostrarsi com'era veramente.
Non era soltanto un impulso sessuale, che comunque provava, c'era anche qualcos'altro. Qualcosa che non riusciva a decifrare.
- Avete lo sguardo truce, in questo momento.
- Vi chiedo scusa.
- Oh, no, lo trovo rassicurante.
Solo perch lei ignorava quello che gli passava per la testa. - Toglietemi una curiosit: cosa vi ha attratto in quell'uomo? Lo trovate affascinante?
- No, sono stati i miei genitori. Pensavano che sarebbe stato un matrimonio ideale. La sua famiglia  molto stimata nel Devon, ma priva di mezzi. Quindi... - Emma scosse il capo e fece una smorfia. Aveva un terribile mal di testa.
- I vostri genitori erano con voi a bordo della nave? - domand Julian, scostandole i capelli dal viso.
- S.
A Julian venne il sospetto che lei volesse ancora sposare quel bastardo per una forma di rispetto nei loro confronti. - Cosa intendete fare, ora?
- Ho rotto il fidanzamento - rispose Emma, facendogli tirare un sospiro di sollievo. - Ma sembra che lui non voglia rinunciare a mettere le mani sui miei soldi.
- Siete ricca?
- Immensamente ricca - rispose Emma, con un sospiro. Julian scoppi a ridere. - Purtroppo lui  il mio tutore e perci; anche se volessi andarmene, non...
- Non preoccupatevi. Provveder io a farvi partire.
- Oh, no, non posso accettare il vostro denaro - protest Emma con aria offesa.
Ecco che lei si comportava come una qualsiasi memsahib, schiava delle convenzioni sociali, quasi non avesse ancora deciso come voleva essere veramente. Forse non sapeva di avere la possibilit di scegliere. - Potrei farvi pagare interessi altissimi - scherz Julian, mettendole di proposito una mano sulla nuca, sotto lo chignon, per provocarla e tentare di scuoterla da quell'eccessivo rispetto delle regole. - Oppure potremmo accordarci diversamente - continu - e trovare una soluzione pi interessante.
Emma sbarr gli occhi per lo stupore. - Vi burlate di me, vero? Mi trovate buffa?
- S, tra le altre cose - rispose Julian con un sorriso.
Qualcuno buss alla porta. Il marchese si stacc da lei a malincuore. - Se avete deciso di partire,  meglio che lo facciate subito. - Perlomeno sarebbe riuscito ad allontanare una persona dalla citt.
- S, lo credo anch'io, sebbene non veda come Marcus possa obbligarmi a sposarlo. Sono al sicuro alla Residenza. - Lei lo scrut in volto. - Non  questo che vi preoccupa, vero?
Per tutta risposta, Julian inclin la testa da un lato. Erano stati seduti vicino a tavola ed Emma sapeva esattamente come la pensava.
- Credo di poter accettare un prestito temporaneo - disse. - Compir gli anni fra tre settimane. Non dovrete aspettare a lungo.
Julian butt il panno nel catino e si alz. - C' una carovana di palanchini che parte domani pomeriggio per Calcutta, se riuscite a preparare i bagagli in tempo. - Emma annu. - Bene. Prender accordi stasera stessa. Dovete essere pronta per mezzogiorno. Verr da voi a quell'ora. - A Calcutta sarebbe stata al sicuro. Ben situata, la citt era sede del governo e c'erano molti militari europei a difenderla, sempre all'erta dopo l'incidente nella vicina Barrackpore. Se anche lei non fosse riuscita a imbarcarsi subito su una nave, per qualche settimana non avrebbe avuto nulla da temere.
- Allora non ci rivedremo mai pi? - chiese Emma.
La domanda lo distolse dai suoi pensieri. Julian si volt a guardarla e a un tratto gli parve ancor pi giovane. La immagin come l'aveva vista la prima volta nel giardino degli Eversham, sola nel buio, lo sguardo smarrito.
I capelli gli si rizzarono sulla nuca. Si pass una mano sul collo in un gesto d'impazienza. Non credeva nelle premonizioni. - Spero che potremo rivederci in futuro - rispose.
Il tono dovette tradirlo. Emma aggrott la fronte.
- Perch non lasciate Delhi? Se credete che qui ci sia pericolo...
Julian scosse la testa. Preferiva evitare l'argomento.
- Vado a chiamare i Metcalfe - annunci. Dopodich sarebbe andato a cercare Lindley.

5
Sul tavolo della prima colazione c'era di tutto. L'ultimo ospite dei Metcalfe a sedersi a tavola, un certo signor Barclay Hosegood di Mhow, si gustava dosi generose di chiaretto. Emma non aveva mai visto nessuno bere prima di mezzogiorno. Evidentemente era una novit anche per i due domestici; essi infatti uscivano continuamente dalla sala, per rientrare subito dopo in compagnia di qualche collega che fingeva di sistemare qualcosa sul tavolo e, andandosene a sua volta, dopo aver richiuso la porta scoppiava a ridere.
O forse ridevano di lei. Ogni volta che le servivano una portata, rivolgeva sempre la stessa domanda: - Ci sono messaggi per me?
- Nahin, memsahib - rispose il cameriere di turno, adocchiando il suo compagno di colazione. -  ancora troppo presto.
- S,  vero - convenne Emma, inutilmente a disagio.
Senza volerlo si tocc le labbra. Chiss se il marchese l'avrebbe baciata ancora, prima della sua partenza. L'eventualit che non lo facesse la metteva in ansia.
Una porta si apr in lontananza con un rumore secco. Il signor Hosegood, intento a riempirsi il bicchiere, ebbe un sobbalzo e lasci cadere la bottiglia. Dopo essersi scambiati uno sguardo interrogativo, entrambi guardarono la porta. Nel corridoio si udivano i passi di qualcuno con gli stivali. Poco prima che raggiungessero la sala da pranzo, Emma riconobbe la voce di Marcus e lo sent imprecare.
Scatt in piedi. Come mai era l? Il luned mattina facevano le prove della parata militare.
Marcus apr la porta della sala da pranzo con lo stesso impeto della precedente e si ferm sulla soglia. Aveva il respiro affannoso: l'unico rumore nella stanza a parte lo sgocciolio del vino sul pavimento. L'uniforme rossa, di solito impeccabile, era sporca di polvere, e teneva i pugni serrati. Qualcuno l'aveva colpito in faccia. Aveva un occhio nero e il naso gonfio, forse rotto. Diede un'occhiata intorno. Gli occhi erano iniettati di sangue.
Emma sent un brivido correrle lungo la schiena. L'arrivo di Marcus non prometteva nulla di buono.
- Dov' il Residente? - le domand, guardandola come se la vedesse solo in quel momento.
- Negli uffici governativi, immagino. Dove altro potrebbe essere?
Marcus annu e guard il signor Hosegood. - Voi - disse, lanciandogli una pistola che atterr sulla macchia di chiaretto. Emma chiuse gli occhi, aspettandosi di sentir partire un colpo. - Andate di corsa agli uffici dell'alto magistrato. Ditegli che non riesco a rintracciare il Residente e bisogna chiudere le porte della citt.
- Ma... - protest Hosegood, alzandosi e allontanandosi di qualche passo dal tavolo e dalla pistola - signore, ditemi almeno chi siete e perch...
- Sono un ufficiale dell'esercito indiano, e se non andate subito vi riterr responsabile della morte di centinaia di cittadini britannici.
Il signor Hosegood lo guardava a bocca aperta. Quando Marcus si avvicin con fare minaccioso, afferr la pistola e corse alla porta.
Marcus si trattenne ancora qualche istante, le mani affondate in tasca e la testa inclinata da un lato. Quando sent sbattere la porta, fece un cenno affermativo con la testa e si sedette. Segu un breve silenzio, durante il quale Emma rimase perfettamente immobile, osando a malapena respirare. Quando lui la guard, vide che gli brillavano gli occhi ed ebbe il sospetto che avesse bevuto.
- Dunque - disse Marcus con il tono indifferente di chi parla di una cosa di poco conto - un nutrito contingente di soldati ammutinati sta tentando di attraversare il fiume Jumna per raggiungere Delhi.
- Ah - si limit a mormorare Emma, non volendo dargli corda.
- Gi. Potrebbe essere troppo tardi per chiudere le porte della citt.
- Oh, in questo caso il signor Hosegood sta facendo una corsa inutile.
- Non  detto - replic Marcus, stringendosi nelle spalle.
- Non dovreste essere alla testa dei vostri uomini? - domand lei, con il cuore in preda a un tumulto di emozioni.
- Cristo santo! - esclam Marcus, balzando in piedi. - Cercate di ragionare, stupida ragazza. I soldati sono indiani. Non combatteranno contro i connazionali. - S'interruppe, come colpito dalle sue stesse parole, e rimase in silenzio. Una settimana prima, proprio in quella stanza, si era vantato con il Residente della lealt del suo reggimento. Doveva essere accaduto qualcosa, su al Ridge, che gli aveva fatto cambiare idea.
- Allora dovremmo fuggire - disse Emma, alzandosi. A quel punto era meglio non aspettare l'arrivo di lord Holdensmoor. Forse lui non avrebbe avuto la possibilit di raggiungerla.
- No - rispose Marcus - non intendo farlo. Probabilmente quel muso giallo non  andato a cercare il Residente. Andr io stesso.
- Bene. Datemi il tempo di indossare l'abito da viaggio e...
Marcus l'interruppe con una risata. - Stupida. Mi fareste solo perdere tempo. - Si rec alla porta, si ferm, trasse un coltello da uno stivale e lo pos sul tavolo. - Se arrivano gli indiani, non disonoratemi. Tagliatevi la gola. Anche se, conoscendovi, immagino che non vi dispiacerebbe farvi mettere le mani addosso. - Fece una pausa, poi riprese: - Comunque non ha importanza. Se riuscirete a sopravvivere, verr a cercarvi. Ho promesso a vostro padre di badare a voi, e io mantengo le promesse. Nascondervi non servir a nulla.
Uscendo sbatt la porta, facendo tintinnare i piatti sul tavolo.
Emma, impietrita, guard il coltello, allung la mano e l'afferr. L'impugnatura era calda. Stringendolo al petto, usc nel corridoio.
La casa era deserta, non c'erano domestici in giro, lady Metcalfe si era recata dalla signora Durham, dopo la passeggiata mattutina, e Usha era uscita un'ora prima per andare al mercato. Emma era sola.
La pesante porta di quercia che dava sul portico era spalancata. Oltrepassandolo, intravide Marcus a cavallo superare al galoppo il cancello.
Lo conosceva da una vita, e ora lui se ne andava senza voltarsi.
Era una bellissima giornata e il cielo era terso. Emma alz la testa. Non c'era nemmeno una nuvola, eppure a un tratto le parve di udire il rombo di un tuono. Invece era il fragore delle armi da fuoco in lontananza.
Mentre indietreggiava fino alla porta, si ricre un silenzio ingannevole, rotto subito dopo dal suono delle campane della chiesa di St. James che davano l'allarme.
Non sarebbe venuto nessuno a prenderla, doveva arrangiarsi da sola. L'abito che aveva in mente di indossare era adatto alle passeggiate a cavallo, non alla guerra. Alzando la gonna, Emma tagli via prima la crinolina, poi la sottoveste e infine la parte inferiore della sottana. Pi facile a dirsi che a farsi. Quando ebbe finito, aveva il volto madido di sudore. Il rombo delle armi era sempre pi insistente, quasi senza interruzioni. Avvolto il coltello in un lembo di tessuto, corse alle scuderie.
Emma aveva messo in conto la possibilit di perdersi, ma non aveva previsto che il panico generale avrebbe reso impossibile chiedere indicazioni.
Un colpo di fucile, vicinissimo, spavent il suo cavallo, che s'imbizzarr. Emma riusc a restare in sella, frustandolo con una violenza eccessiva dettata dalla paura. Quello stupido animale aveva quasi travolto un ragazzino.
Scossa, lo port al passo. Una folla di indiani e inglesi aveva invaso la strada assolata. Tutti alzavano la testa ogni volta che udivano degli spari in lontananza. Qualcuno in citt stava morendo e gli altri avevano il terrore di fare la stessa fine. Fuggivano senza sapere dove andare, perci c'era una gran confusione. Un uomo tent di strapparle le redini. Una donna inglese invece si aggrapp alle sue caviglie per chiederle cosa stesse succedendo. Emma scosse la testa e la donna si allontan in fretta, stringendo al petto un bambino e un libro.
Alle spalle di Emma risuon uno sparo, cui fece eco un coro di grida. Un proiettile pass sibilando molto vicino. Che fosse lei il bersaglio? Port il cavallo al galoppo, recitando mentalmente una preghiera mentre faceva del suo meglio per schivare persone e animali. Difficile aprirsi un varco in quella bolgia. Pi avanti per c'era un vicolo che poteva imboccare. Si diresse da quella parte.
Il vicolo, fiancheggiato dalle kaveli, era simile alla stradina percorsa con Usha per andare al bazar. C'era calma, rispetto all'arteria principale, ed Emma riport il cavallo al trotto.
Pi avanti, una donna con un sari viola e oro agit le braccia per attirare la sua attenzione e le fece segno di tornare indietro. Emma la ignor.
- Jaaiye laut jaaiye vo maar daalenge aapko! - grid la donna, gesticolando freneticamente mentre le passava accanto.
Emma non sapeva che fare. Stava avvertendola di un pericolo o la minacciava? Comunque non faceva differenza, dal momento che le era impossibile tornare da dov'era venuta. Spron il cavallo e continu per la sua strada.
Percorse il vicolo senza fare altri incontri. Poco dopo, arriv in uno slargo gremito di gente. Scorgendo in lontananza la Jama Masjid, Emma si rese conto di essere capitata nella Citt Vecchia, nei pressi del mercato delle spezie. Circondata da una folla impenetrabile, non poteva tornare indietro. Gli uomini, quasi tutti indiani, gridando parole incomprensibili tentavano di arrampicarsi sui punti pi elevati. Il profumo degli incensi che bruciavano sulle bancarelle degli ortaggi si mischiava all'odore acre della polvere da sparo. Dall'altra parte della piazza, i bei dipinti delle divinit da lei tanto ammirati stavano bruciando. Alcune persone si davano da fare per domare le fiamme.
Sospinta dalla folla, Emma prosegu verso la moschea e scorse molti feriti, sia inglesi sia indiani, sporchi di sangue e del fumo della battaglia. Da quale punto della citt venivano? Non avendo scelta, continu ad avanzare verso la Jama Masjid, sotto le cui arcate gruppi di inglesi si erano messi al riparo.
Un uomo richiam la sua attenzione e corse verso di lei, tenendosi il braccio. Era il signor Fraser, il commissario. Emma tir le redini e smont da cavallo. - Signor Fraser, cosa vi  capitato? - grid, sostenendolo mentre stava per cadere.
- Ho fatto del mio meglio - rispose lui. - Il primo attacco  stato a Daryaganj. Avevamo chiuso il Delhi Gate, ma quelli hanno fatto il giro per passare dal Raj Ghat. Entreranno in citt da un momento all'altro.
Il Raj Ghat era a quindici minuti di cammino dal punto in cui si trovavano. - Non possiamo restare qui, signor Fraser - disse Emma.
- Spero che ad Ambala abbiano ricevuto il mio telegramma - riprese l'uomo, prendendole le mani e stringendole tra le proprie. - Pregate che mandino rinforzi.
- Pregher, ma intanto dovete venir via con me. Il
cavallo pu portarci entrambi. Venite. - Lo tir per un braccio, per il commissario non si mosse. - Avevate ragione - mormor, divincolandosi. Emma si guard le mani e, con suo grande raccapriccio, vide che erano sporche di sangue. - Le truppe sono insorte contro di noi - continu Fraser.
Emma si volt e scorse il marchese in sella a uno stallone nero. Lui si stup nel vederla. - Che ci fate qui? Perch non mi avete aspettato alla Residenza?
- Non c' tempo per le spiegazioni - interloqu Fraser. - Stanno uccidendo i loro comandanti.
Il cavallo del marchese, innervosito dalla ressa, scart lateralmente. Tirando le redini, lord Holdensmoor lo riport al punto di partenza dopo avergli fatto descrivere un cerchio sempre pi stretto. - Lasciate la citt, Fraser - disse. - Non tornate alla Residenza a prendere le vostre cose. Andatevene subito.
- Mi occorre un medico - disse il commissario. Quel maledetto per poco non mi staccava il braccio. Ma per prima cosa voglio andare dal re a dirgli che se non placa la sua gente, faranno una brutta fine.
Quasi a sottolineare le sue parole, una terribile esplosione scosse la terra sotto i loro piedi e alte fiamme divamparono intorno. Si voltarono a guardare. - I magazzini! - grid Fraser. - Qualche idiota li ha fatti saltare in aria. Contenevano tutte le armi di cui disponevamo qui in citt.
- Di sicuro  stato uno dei vostri uomini - replic il marchese. - Poco distante ce il fiume; e le truppe non avrebbero avuto difficolt a impadronirsi delle armi.
- Holdensmoor, la situazione  disperata.
Lui annu. - Questo cavallo  vostro? - domand a Emma, afferrando le redini. - Su, montate in sella.
- Ma il commissario...
- Andate con lui - ordin Fraser, sollevandola di peso e mettendola in groppa al cavallo. - Devo tentare di parlare con il re.
- No, vi prego, signor Fraser... - Emma tent di protestare, ma lo stallone di lord Holdensmoor balz avanti, trascinando con s la sua cavalcatura. Lei si volt a guardare: il commissario era gi stato inghiottito dalla folla. Tornando a girarsi, vide che le fiamme non avevano avviluppato solo i magazzini. Alcuni indiani con le torce stavano appiccando altri incendi, e anche il palazzo del governo bruciava. La furia degli incendiari era indiscriminata, poich molti loro connazionali uscivano a precipizio dagli edifici, portandosi dietro gli oggetti pi preziosi.
Lord Holdensmoor si ferm all'ingresso del bazar - Da questa parte non si pu passare - disse.
Emma si volt a guardare la strada alle sue spalle. Era diventata una muraglia di fuoco.
- Shah Bahadur hi jay! Shah Bahadur ki jay! - gridavano molti indiani, in un crescendo che raggelava il sangue. La confusione totale che aveva regnato fino a quel momento si trasform in una sembianza di ordine. Donne in sari, allineate lungo la strada, cercavano scampo nei vicoli, tenendo per mano i figli pi piccoli. Gli inglesi, per la maggior parte donne che erano andate a cercare i mariti negli uffici del Servizio civile, erano terrorizzati dalla massa di indiani che avanzavano urlando, tutti in uniforme militare. Un inglese grid qualcosa, gesticolando freneticamente. Un sepoy prese il fucile che aveva a tracolla e gli trafisse il cuore con la baionetta.
Qualcuno afferr Emma e la fece smontare a forza da cavallo. Lei lanci un grido, poi si accorse che si trattava del marchese. Lui la port al riparo di un edificio e la strinse a s, per proteggerla dalla violenza della folla scatenata.
Qualcosa indusse Emma a divincolarsi per guardare ci che accadeva intorno a loro.
I sepoy avevano rotto la formazione e si erano sparpagliati. Emma vide un soldato accoltellare una ragazza all'incirca della sua et e le pass di colpo la voglia di guardare. Chiuse gli occhi.
- Miss Martin. Emmaline!
Riaprendo gli occhi, vide lord Holdensmoor, accucciato vicino a lei, che le stava porgendo un coltello. - Usatelo, se sar necessario.
Emma lo prese. Era pi grande e tagliente di quello che le aveva dato Marcus. Lei strinse le dita intorno all'impugnatura.
Il marchese stava caricando la pistola. - Cinque colpi - disse, poi guard la strada. - Se ci fermiamo qui resteremo intrappolati - continu. - Al mio via, correte nel bazar.
Il tono sommesso era pi allarmante di un grido. Per contrasto, il caos che li circondava sembrava irreale, come se fosse un'allucinazione. Emma lo guard e annu.
Corsero verso lo sbocco del vicolo.
Non c'era tempo per riflettere. Emma si muoveva seguendo l'istinto, scartando ora a destra ora a sinistra per aprirsi un varco nella folla. Una donna la urt, facendole perdere l'equilibrio, e solo l'intervento del marchese, che la sorresse, le evit di essere calpestata. Mentre tentava di vincere la nausea che l'aveva assalita, sent qualcosa di caldo e cedevole sotto i piedi. Oh, Dio...
Un sepoy le si par davanti. Aveva gli occhi iniettati di sangue. Scoppiando in singhiozzi, Emma lo minacci con il coltello, ma l'uomo lo colp con il calcio del fucile, facendoglielo cadere di mano; poi gir l'arma dall'altra parte per trafiggerla con la baionetta. Emma fece un balzo indietro e nello stesso istante echeggi uno sparo. Il sepoy si afflosci a terra.
- Correte! - grid il marchese, spingendola avanti mentre ricaricava la pistola. Con la coda dell'occhio Emma vide un soldato prenderlo di mira. Con un grido si slanci su di lui e gli strapp il fucile di mano. Il sepoy brand la spada e gliela punt contro.
Lord Holdensmoor afferr l'indiano per un braccio. Una breve lotta, poi il marchese gli spar un colpo al ventre.
Emma lo guard, quasi incredula. Un attimo dopo qualcosa la colp alla tempia, facendole perdere conoscenza.

6
Emma gir la testa verso la luce. Le mancava il fiato. Finalmente, bench le gonne la intralciassero, riusc a emergere dall'acqua e respirare. Vide davanti a s il volto della madre. Gridava. Oh, Dio, stava arrivando un'altra ondata...
- Signorina Martin!
Si mise faticosamente a sedere e sent un dolore lancinante alla testa. Con un gemito ricadde a terra.
- Signorina Martin, non dovete addormentarvi di nuovo. Signorina Martin! Emmaline. Rispondetemi, accidenti.
- Cosa? - disse con una voce che non pareva la sua, Si umett le labbra e riprov. - Cosa? Chi c' l?
- Su, Emmaline. Aprite gli occhi. Subito.
Emma batt le palpebre, disorientata. Era sdraiata, e il marchese, sopra di lei, le teneva ferme le mani ai lati della testa. Ancora quell'incubo, il solito. - Milord - disse con voce tremante.
Il marchese le mise le mani sulle spalle per evitare che si alzasse. - Adagio - si raccomand. - Avete ricevuto una brutta botta in testa.
Certo. Ora ricordava. Lentamente, perch le martellavano le tempie, Emma volt il capo per capire dove si trovasse. Non a Delhi. Dovunque fosse, sperava di essere al sicuro. Un fiume scorreva poco distante e il sole era basso all'orizzonte, quindi erano trascorse diverse ore dal momento dell'incidente. - Dove siamo? - domand.
- A qualche chilometro da Delhi, dalla parte opposta di Kurnaul. Non avevo scelta. Le truppe stavano chiudendo le porte della citt.
Emma rabbrivid. Aveva dolori dappertutto. Inizi a farne l'inventario, muovendo prima le braccia e poi le gambe con cautela. Le bracciale dolevano per essere rimasta a lungo aggrappata al pomello della sella; le costole e gli stinchi per essersi fatta strada tra la folla. La testa sembrava sul punto di scoppiare.
Si alz a sedere. Il dolore pi acuto era quello che sentiva alla mascella. Se la tocc. - Qualcuno deve avermi colpito in faccia - mormor.
- Se n' pentito amaramente.
Il tono disinvolto del marchese la incurios. Lo guard. Neanche lui era in forma. Tanto per cominciare, era scarmigliato e si vedeva la ricrescita della barba. Aveva un taglio che andava dallo zigomo al mento. Ma a colpirla pi di ogni altra cosa furono gli occhi. Lucidi come se avesse avuto la febbre, erano vigili e stanchi nello stesso tempo.
Ripensando alla confusione di Chowree Lane, si chiese come fossero riusciti a lasciare la citt. - Mi avete salvato la vita - mormor.
Lord Holdensmoor sorrise. - Non dovete ringraziarmi. Voi l'avete salvata a me.
Le vennero in mente alcuni momenti della fuga, quando lui l'aveva protetta facendole scudo con il suo corpo, e in un gesto istintivo pos la mano sulla sua.
Un fruscio improvviso indusse il marchese a calarsi su di lei e a tapparle la bocca con la mano. Mentre tendeva le orecchie per captare eventuali rumori, Emma sent il suo corpo forte e muscoloso tremare come se stesse combattendo una battaglia interiore. Pensando che quell'uomo costituiva un pericolo, esattamente come gli altri affrontati quel giorno, si fece pi piccola possibile e rimase immobile sotto di lui.
- No - disse lord Holdensmoor - non credo che ci sia qualcuno. Vado a controllare, - Si alz e s'incammin lungo la riva del fiume, guardingo e silenzioso come un'ombra.
Emma rimase distesa sull'erba a guardare il cielo. In quegli ultimi mesi aveva imparato una cosa: piangere non serviva a nulla, Le qualit importanti erano la forza e il coraggio, e lei le aveva. Ce l'avrebbe fatta. Trovarsi sola in mezzo al nulla non la spaventava. La solitudine peggiore l'aveva provata quando era stata sola nell'oceano. Decise di alzarsi e costeggiare il fiume per sapere se erano stati scoperti.
Aggrappandosi alle radici e ai sassi, sal dalla sponda del fiume e poco dopo trov il marchese.
- Vi eravate stancata del panorama?
Il suo tono scherzoso la stup. - Che cos' stato? - domand, guardandosi attorno.
- Forse una scimmia - rispose lord Holdensmoor, riconducendola in riva al fiume.
Emma pens di sedersi, ma le cedettero le gambe e perci si lasci cadere a terra. Il marchese si distese sull'erba e incroci le mani dietro la nuca. Rimasero entrambi in silenzio. Emma guardava l'acqua scorrere; poi vi infil dentro la mano e subito la ritrasse. L'acqua, tiepida e vischiosa come se contenesse chiss quale strana sostanza, le ricord qualcosa a cui non voleva pensare.
- Non vi piace, vero?
Emma gli lanci uno sguardo eloquente. Non sarebbe piaciuta neanche a lui, se avesse vissuto quella terribile esperienza.
Dall'altra parte del fiume una cicala frin e, quasi fosse stato un segnale, altre la imitarono. Iniziava ad annottare. - Non dovremmo... far qualcosa? - domand Emma.
- Meglio aspettare l'oscurit. Quella laggi  la Grand Trunk Road, la strada principale per Delhi. Sar piena di banditi e sepoy.
- Dove possiamo andare?
- Non lo so. Vi porter in un posto sicuro. A Sapnagar, forse, dove ho degli amici.
- E voi dove andrete?
- Torner a Delhi.
- A Delhi! - esclam Emma, allibita. Lui era ancora sporco di sangue per la ferita riportata durante la fuga. - Siete impazzito? Non potete tornare, almeno fino a quando non sar stata ripresa dagli inglesi.
- Se la riprenderanno...
- Credete che permetteranno agli indiani di tenersela?  una delle citt pi importanti del raj.
Lord Holdensmoor si gir su un fianco per guardarla. - Temo che non avremo voce in capitolo. Gli indiani se ne sono gi riappropriati.
Emma si sent in imbarazzo, cosa che la irrit. Erano stanchi, doloranti e bastava una scimmia per spaventarli, e quell'uomo si permetteva di riprenderla perch desiderava che le cose andassero diversamente. - Sbaglio, o disapprovate che abbia sposato la causa inglese? Dopo tutto quello che abbiamo passato oggi, avete forse cambiato schieramento?
Lord Holdensmoor si mosse e istintivamente Emma si tir indietro. La sua reazione lo fece trasalire, come se si fosse spaventato a sua volta. Rimase immobile.
- Perdonatemi, signorina Martin - disse finalmente.
- Mi rendo conto di avervi turbata. Temo che il mio umore sia un po'... incerto.
Emma si incammin lungo il fiume. La gonna era bagnata per la forte umidit. Le gocce d'acqua che le colavano sulle caviglie la infastidivano. - Lo  anche la vostra lealt alla Corona? - domand.
- Siete al sicuro con me. Non ne dubitate, spero.
- Questa non  una risposta.
- No, infatti. Tornate indietro, Emmaline, vi prego. Non era mia intenzione spaventarvi, e mi dispiace molto.
- Non mi spaventate affatto - replic lei. - Piuttosto mi allarmate.
- Una distinzione sottile - comment il marchese, con un sorriso. - Potreste spiegarvi meglio?
- Siete voi che dovete darmi una spiegazione.
- D'accordo. - Lui fece una pausa. - La famiglia di mia madre vive a Delhi. Credo che oggi siano rimasti in citt, ritenendo che fosse meno pericoloso, Emma riflett un istante. - Ma i ribelli non farebbero del male ai vostri familiari. Sono indiani come loro.
-  vero. - Il marchese si guard le mani, allargando le dita, poi scosse la testa. - Sono andato a trovarli pochi giorni fa e, cos facendo, ho attirato l'attenzione. Non su di me, ma sulla mia famiglia. Vedete, gli inglesi non sono gli unici a non voler mischiare le razze. Ai tempi di mio nonno, era pi facile che fossero gli indiani a disapprovare i matrimoni misti.
Non aggiunse altro. Non sapendo cosa dire, Emma rimase in silenzio.
- Sono stato stupido - prosegu il marchese. - Ho continuato ad attirare l'attenzione su di loro anche dopo che mi avevano raccomandato di non farlo. Pensavo che con le mie conoscenze e le mie possibilit avrei potuto essere d'aiuto. Sono stato un ingenuo.
- Ma siete stato generoso.
Lui alz la testa di scatto. - Non direi. Se non fosse stato per loro... Be', lasciamo perdere. A ogni modo, mi  venuto in mente che i ribelli potrebbero decidere di togliere di mezzo i simpatizzanti degli inglesi, e con le mie visite non ho certo aiutato la mia famiglia.
Emma ci pens sopra e le implicazioni la spaventarono. - Pensate che i ribelli riusciranno a riprendere il controllo di Delhi definitivamente e faranno uno scempio?
-  possibile. Forse nella confusione di stamattina non avete sentito, tuttavia quei sepoy non provenivano dal Ridge, ma da Meerut. Ci significa che la rivolta non  scoppiata oggi. Chiss quando ha avuto inizio e fin dove  arrivata. Ho saputo da sir Metcalfe che i fili del telegrafo sono stati tagliati.
- Sir Metcalfe? Sta bene?
- Non lo so. L'ho incontrato mentre andavo alla Residenza. Cercava la moglie.
- Siete venuto alla Residenza? Quando?
- Non eravamo d'accordo che sarei passato a prendervi? - replic lord Holdensmoor, inarcando le sopracciglia. - Probabilmente sono arrivato poco dopo che eravate uscita. Come stavo dicendo, potrebbero esserci focolai di cui non siamo a conoscenza.
- Oh, mio Dio! - La rivolta si sarebbe potuta estendere all'India intera. - Se tutti i sepoy decidessero di ammutinarsi...
- Non sarebbe pi un ammutinamento, bens una rivoluzione - rispose il marchese con un sorriso che la sbalord.
- Cosa farebbe l'India senza la Gran Bretagna?
- Gli americani ce l'hanno fatta. Non vedo perch gli indiani non possano fare altrettanto.
Il suo sarcasmo la irrit. - Non  questo che intendevo dire - protest lei.
- Vi chiedo scusa, signorina Martin. A cosa vi riferivate?
- Be', non  facile mollare tutto e andarsene cos, di punto in bianco, non vi pare?
- Ah, capisco. Quindi secondo voi la civilizzazione da parte degli inglesi avrebbe potuto aiutare i selvaggi?
Emma non sopportava il modo in cui lui la guardava, come se di colpo fosse diventata un'estranea di cui non gli importava nulla. - Siate obiettivo - disse. - Volevo soltanto dire che abbiamo creato una societ con un codice legale, un sistema giudiziario, un servizio postale... - L'argomentazione suonava debole alle sue stesse orecchie. - Intendevo dire che lasciarci tutto questo alle spalle non sar semplice.
- No di certo. Poche cose lo sono.
-  vero - mormor lei, distogliendo lo sguardo e fissando il fiume.
- Vi chiedo scusa, Emmaline. Il fatto  che sono molto provato.  un termine che non ho mai usato prima d'ora, perlomeno riferendomi a me stesso.
Emma sorrise suo malgrado. - Spero che non perdiate i sensi - scherz. - Non porto mai i sali con me.
- Gi, lo immaginavo.
Quando si fece buio, si misero in cammino e si lasciarono alle spalle la Grand Trunk Road, tagliando per il deserto. Il caldo non era d'aiuto, ed Emma si stanc presto. L'emicrania la stordiva e i piedi sembravano di piombo. Aveva le gambe sudate e l'abito strappato le impacciava i movimenti. Il marchese non doveva essere in condizioni migliori, ma faceva finta di niente. Camminava senza mai fermarsi, se non per aiutarla quando lei inciampava in una radice o in una pietra. A un certo punto tent di prenderla per un braccio, vedendola barcollare, ma Emma scosse la testa e, stringendo i denti, si sforz di stare al passo con lui.
Quando la luna fu allo zenit, trovarono uno specchio d'acqua ai piedi di una collinetta. Dopo essersi rinfrescata il viso e aver bevuto qualche sorso, Emma scoppi a ridere. - Sognavo l'acqua a occhi aperti, e stavolta non era un incubo.
- Sognate il naufragio? - domand il marchese, asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
- Ogni notte. Forse d'ora in poi sogner Delhi.
- Questo posto mi sembra adatto per riposarci un po' - disse lui. - Potreste schiacciare un pisolino.
- Allora ormai siamo al sicuro?
- Lo saremo tra non molto. Stiamo andando al villaggio che conosco, ai margini della citt-Stato di Sapnagar. Ci vorr ancora qualche ora di cammino.
- E voi che farete mentre dormo? La sentinella? - Emma scroll il capo. - Lasciatemi solo riprendere fiato.
Il marchese si strinse nelle spalle e fiss un punto in lontananza.
- State pensando alla vostra famiglia, milord?
- Julian. Mi chiamo Julian.
- Se avete intenzione di raggiungerla, perch ve ne siete andato?
- Detta in questi termini, la cosa non mi fa onore.
- Non era questo che intendevo/lo sapete bene. Perch non siete andato da loro prima di lasciare la citt?
- Se l'avessi fatto, si sarebbero rifiutati di venire con me. Senza contare che voi avevate fretta di andarvene. Non avete rubato un cavallo per questo?
- S,  vero - ammise Emma - ma credo che il Residente non se n'avr a male. Voglio dire, ammesso che sia... - "ancora vivo", avrebbe voluto aggiungere, ma lasci la frase in sospeso. - Se state dicendo che siete venuto via per portarmi in salvo, ve ne sono grata, Julian si pass la mano tra i capelli, poi si guard il braccio per controllare una ferita bendata alla meglio.
Emma trasal, riconoscendo il tessuto: era un pezzo della sua gonna.
Julian not il suo stupore, ne intu la causa e rise. - Non dovreste essermi grata, Emma. Semmai lusingata, e magari anche un po' confusa. Sarebbe un punto a mio favore. Con voi non  facile avere la meglio.
- Non siate sciocco.
- Sciocco, dite? Strano modo di definire un uomo come il sottoscritto, che ha la fama di essere una canaglia.
- Non mi sembrate un tipo pericoloso. Siete troppo serio.
- Eppure, se ben ricordate, vi ho dato una piccola dimostrazione del contrario. La vostra bocca aveva un sapore delizioso. Ma forse non sono stato abbastanza intraprendente.
- Vi piace flirtare con le donne, l'ammetto.
- E voi disapprovate, vero? Avanti, spiegatemi come fa una canaglia del mio stampo a conquistare una donna se non dandosi da fare.
- Non credo che sia il sistema migliore. L'ideale sarebbe blandire la sua vanit.
- Gi, ora capisco. Ho sbagliato tutto fin dall'inizio. Avrei dovuto dirvi che siete la donna pi bella che abbia mai visto.
- Un complimento astuto - comment Emma con una risata. - Cos potrete dire la stessa cosa alla prossima donna che incontrerete. Sarebbe anche giusto, nello stato in cui sono.
- Volete che trovi un altro modo per descrivervi? Non mi sar difficile.
- No, va bene cos. Non  del mio aspetto fisico che vado fiera.
- Ma voi siete bella, Emma. Non lo sapete? Di una bellezza rara, perch il vostro spirito  affascinante quanto il vostro aspetto.
Emma abbass gli occhi per l'imbarazzo.
- E ora dovrei baciarvi di nuovo. Non  cos che funziona?
Lei si pass un dito sulle labbra, tanto secche e screpolate che l'idea del bacio era ridicola. - S, forse nei romanzi - rispose. - Ma ho le labbra talmente rovinate che, se mi baciaste, sanguinerebbero.
Julian scoppi a ridere. - Be', visto che la mettete sul romantico, potrei baciarvi da qualche altra parte. Potrei essere pi audace.
Che situazione paradossale. In mezzo al nulla, malconci, in fuga per salvare la pelle, il marchese si burlava di lei. Bastava guardare la sua aria sorniona per capire che non doveva prenderlo sul serio.
-  assurdo - disse.
- S, certo. Non c' pi nulla di normale. Per esempio, dov' finita la vostra crinolina?
Emma si strinse l'abito intorno alle gambe. Non era mai uscita di casa vestita in modo tanto sommario, e l'aria che filtrava sotto la gonna le dava la sensazione di essere nuda. - Se foste una persona beneducata, non me l'avreste fatto notare - replic.
- Ci ho provato - mormor Julian. - Sembra facile, ma non lo .
Emma trov il coraggio di guardarlo negli occhi. - Non state scherzando, vero?
- No, Emmaline. Mai stato cos serio.
Si chin su di lei. - Vi ho detto che ho le labbra...
- S, lo so - mormor Julian. Emma chiuse gli occhi e sent i suoi denti mordicchiarle il lobo dell'orecchio.
- Questo non  un bacio - disse con voce flebile, meno percettibile dei battiti del cuore.
- Ne volete uno vero? - mormor Julian senza staccarle la bocca dall'orecchio. - Pensavo che non fosse consigliabile.
Emma avrebbe riso, se non si fosse sentita tanto priva di forze. - Siete davvero imperdonabile - disse.
- Che osservazione poco originale. - Lui le sfior la guancia con le labbra e, giunto al collo, fece una leggera aspirazione, quasi volesse portare in superficie i battiti del suo cuore.
Come dotata di una volont propria, la mano di Emma si pos sulla guancia del marchese. La pelle era calda e la ricrescita della barba le faceva un effetto strano ma piacevole. - Neppure questo  un bacio - disse.
- No - ammise Julian, chinando il capo per baciarle il collo. Emma gli mise la mano sulla nuca e la fece scorrere tra i suoi capelli morbidi, soffocando a stento l'impulso di stringerlo a s. Era la prima volta che provava qualcosa di simile.
Per era inebriante e forse per quello la sconvolgeva.
- Questa volta era un bacio?
- No, non proprio.
- Temo che dovrete accontentarvi.
- S, certo,
Julian si scost leggermente, quanto bastava perch Emma lo vedesse sorridere. - Riprendiamo il cammino?
- D'accordo - rispose lei, dandogli la mano.

7
Un campanello suon in lontananza, melodioso accompagnamento di un coro di voci che intonava un canto. Emma si svegli nel bel mezzo di un sogno. Apr gli occhi. Il crepuscolo tingeva di rosa i muri bianchi della piccola stanza. Fuori, nel cortile, le ombre si erano allungate.
Aveva dormito tutto il giorno. Ci voleva proprio, dopo tante peripezie. Erano giunti poco dopo l'alba al villaggio, preannunciato dalle voci di giovani donne raccolte intorno a un pozzo. L'acqua, offertale in un mestolo da una giovane con gli occhi color ambra, le era sembrata dolce come l'ambrosia, fonte di vita. Altre donne l'avevano separata dal marchese e condotta in una casupola, dove una vecchia curva e grinzosa le aveva servito un piatto di lenticchie, spinaci e pane fritto nel burro. Emma aveva mangiato con le mani senza vergognarsene, sotto lo sguardo incoraggiante della nonna.
Il coro di voci la indusse a uscire dalla casetta e imboccare la strada. Il villaggio di Sukhpur, tranquillo e pulito, era costituito da una fila di case minuscole con i tetti di paglia lungo una strada tortuosa fiancheggiata dagli alberi. La luce del sole al tramonto, filtrata dalle foglie di pipal, tracciava disegni intricati sulla terra battuta. Emma si diresse verso il grande albero di banyan, suggestivo con le sue radici enormi e contorte, che cresceva in fondo al villaggio. Oltrepassata la curva della strada, cap da dove proveniva il canto: un edificio di pietra sormontato da una struttura piramidale luccicante. Un tempio induista.
Si sedette sotto il banyan e rimase a guardare un gruppo di scimmie che, con le code alzate, saltavano gi dal tetto di una casa vicina. Sorrise e le segu con lo sguardo finch non scomparvero dalla visuale.
Dall'interno del tempio provenne uno scampanellio. Emma si sporse per sbirciare dentro e vide un gruppo di uomini e donne seduti sul pavimento, di fronte a un tavolo su cui troneggiava una statuetta dalle sembianze maschili. Aveva sei braccia, la pelle blu e suonava il flauto. Emma sapeva ben poco della loro religione, ma intu che quella doveva essere una delle loro divinit.
Un uomo vestito di bianco, in piedi, reggeva un vassoio d'argento su cui ardevano delle fiammelle. Muovendo il vassoio, disegnava delle volute di fumo intorno alla statua. Al suo fianco, un uomo pi giovane suonava il campanello che Emma aveva sentito da lontano.
Il campanello cess di suonare, le voci tacquero e tutti si avvicinarono all'uomo con il vassoio, che disegn dei simboli sulla fronte di ciascuno di loro. Il marchese, con grande stupore di Emma, fu il primo a sottoporsi al rituale.
Emma stava per tirarsi indietro, quando Julian si volt e la vide. Qualcuno gli aveva dato un cambio di indumenti: una tunica lunga fino alle caviglie e dei pantaloni larghi, entrambi di cotone senza ornamenti. I capelli neri e folti, lavati di fresco, gli arrivavano sotto le orecchie, e il cerchietto rosso disegnato in mezzo alla fronte faceva risaltare il verde dei suoi occhi. Se Marcus l'avesse visto in quel momento gli sarebbe venuto un colpo apoplettico, perch il marchese appariva tutto fuorch inglese.
- Sembrate una che ha appena ingoiato un rospo comment Julian quando la raggiunse.
Era scalzo. - Siete induista, milord? - domand lei.
- Non vi pare che sia una domanda ridicola, a questo punto?
- Siete induista, Julian? - ripet Emma.
- Mia nonna lo , e io rispetto il rito quando mi viene richiesto. - Lui la prese per mano. - Il vostro aspetto  decisamente migliorato, ma Kamala-ji mi ha detto che non avete accettato gli abiti che vi sono stati offerti.
- Alludete alla donna che mi ospita? Voleva darmi quegli indumenti? - Durante la cena la padrona di casa gliene aveva mostrati alcuni, ma siccome Emma non aveva idea di ci che quella stava cercando di dirle, si era limitata ad annuire e sorridere e aveva continuato a mangiare. - Credevo che mi chiedesse se mi piacevano.
- Come vi sono sembrati?
- Davvero belli - rispose Emma, lisciandosi la treccia che la donna le aveva fatto la sera prima. Parlando di vestiti si rese conto di come fosse conciata. La gonna dell'abito, oltre a essere macchiata in modo irreparabile, aveva assunto un colore tra il grigio e il marrone. - Spero che l'offerta sia ancora valida - disse. - Mi piacerebbe cambiarmi e fare il bagno, se possibile. - Indic il tempio. - Ci sono tutti gli abitanti del villaggio?
- Solo gli induisti. I mussulmani professano il culto davanti al muro della preghiera, a oltre un chilometro da qui.
- Perch cos lontano?
Julian diede un'alzata di spalle e si appoggi al tronco dell'albero. - Gli eserciti invasori innalzavano i muri dove si accampavano. Questo dev'essere stato eretto cinquecento anni fa, e da allora i mussulmani del villaggio ci vanno a pregare.
Emma sorrise. - Le abitudini sono dure a morire.
- In alcuni casi - replic Julian, ricacciando indietro una ciocca di capelli. Aveva l'aria stanca.
- Che ce? Non avete dormito?
- Poco - sospir lui. - Ho avuto cattive notizie.
- La rivolta non interessa soltanto Delhi e Meerut, vero?
Julian scosse la testa. - Anche tutta questa zona - rispose.
- Allora dove possiamo andare?
- A Sapnagar, come previsto. - Lui la guard e sorrise senza un motivo apparente, poi le volt la mano a palmo in su. - Alcuni credono che il destino sia scritto qui - riprese, seguendo con un dito la linea che andava fino, al polso. Bench la sfiorasse appena, a quel contatto Emma fu sopraffatta da una sensazione di calore. Julian le prese il polso e glielo strinse, - Queste righe - continu, indicando le pieghe della pelle alla base della mano - significano che siete fortunata, e questa linea  quella della vita. La vostra sar lunga e senza intoppi.
Tutte stupidaggini. Anche se poteva considerarsi fortunata per essere sopravvissuta fino a quel momento. Per un attimo Emma immagin se stessa, vecchia e curva, ma ancora viva, Tutti quelli che aveva conosciuto erano morti. Era rimasta sola al mondo. Ridicolo augurarsi una sorte del genere. Qualunque cosa stesse per rivelarle sul suo futuro, preferiva ignorarla.
- Vorrei farmi un bagno - disse, ritraendo la mano. - Vi prego.
Non lontano dal villaggio, in un boschetto di pipal tra cui si aggiravano i pavoni, c'era uno stagno sulla cui superficie si specchiava il cielo infuocato del tramonto. Intorno crescevano tuberose e gelsomini. Julian vide Emma irrigidirsi di colpo e poi sedersi su una pietra. - Cominciate voi - gli disse. - Vi aspetto qui.
Julian si sedette accanto a lei. Emma non riusciva a nascondere le proprie emozioni le si leggevano negli occhi. In quel momento stava fissando lo specchio d'acqua.
- Vorrei tanto avere l'album da disegno - mormor. Siccome Julian taceva, si volt a guardarlo.
Lui la scrut dalla testa ai piedi, minuziosamente, e la vide arrossire. Iniziava a prenderci gusto. Voleva capire fino a che punto sarebbe riuscito a metterla in imbarazzo.
- Che c'? - domand Emma. - Perch mi guardate in quel modo?
- Avete detto che volete fare il bagno.  qui che viene a lavarsi la gente del villaggio. Ho chiesto espressamente che ci lasciassero soli per un po'. - Julian si protese verso di lei, le mise una mano sul ginocchio e l'abbass lentamente fino ad accarezzarle il polpaccio. Forse le sue motivazioni non erano nobili come avrebbe voluto far credere; d'altronde non era un santo.
- Non avete idea di quante persone al villaggio sarebbero curiose di sapere com' una memsahib senza le gonne - disse. Un desiderio che condivideva in pieno. - C' chi sostiene che le donne inglesi siano deformi, altrimenti che bisogno avrebbero di nascondere le gambe sotto quei coni rigidi?
Emma scoppi a ridere e lo guard, probabilmente per capire se lui fosse serio o scherzasse. Le erano spuntate delle nuove lentiggini sulle guance. Alle donne inglesi non piacevano. Julian si chiese se, scoprendo quanto quei puntini disegnati dal sole sulla pelle fossero affascinanti, avrebbero cambiato idea al. riguardo.
- Emma, vi rendete conto che se volete tornare in Inghilterra dovrete attraversare l'oceano? - le domand a bruciapelo.
Lei si fece seria di colpo e Julian ebbe all'istante nostalgia della sua risata. - Ho degli incubi, l'ammetto, e nell'acqua non mi sento tranquilla; ma ci non significa che non possa salire a bordo di una nave.
- Se non volete nuotare, non siete obbligata - replic Julian. - Comunque  meglio provarci qui, piuttosto che a Calcutta.
- Perch ci tenete tanto?
- Ottima domanda - rispose Julian, con un sorriso che non tent di reprimere. Invece di rispondere, alz la testa e contempl le nuvole.
- Voi... Entrereste nello stagno con me?
- Naturalmente.
- Mi rovinerei del tutto l'abito.
- Kamala-ji ve ne dar uno dei suoi.
- Non vedo perch. In fondo non  necessario che entri in acqua.
- Scusate, ma mi permetto di dissentire. Siete sporca.
- Grazie del complimento.
Julian si volt su un fianco, puntellandosi sul gomito. - Comunque non siete il tipo di donna incapace di vincere le proprie paure.
- La paura non c'entra. Penso solo che non sia necessario.
- E quando una cosa non  necessaria, bisogna assolutamente evitare di farla.
Emma socchiuse gli occhi. - Va bene - disse finalmente.
- Brava - mormor Julian, alzandosi e aiutandola a fare altrettanto. Quando furono in riva allo stagno, Emma tocc l'acqua con un piede, poi inaspettatamente afferr l'orlo dell'abito e se lo sfil dalla testa. - Non guardate - disse con voce soffocata.
Che pretesa assurda. Mentre faceva mostra di fissare le cime degli alberi, Julian ud il fruscio dei pizzi, seguito dal rumore metallico delle stecche a molla, un'odiosa invenzione che consentiva alle donne di togliersi il busto da sole.
- Ho visto annegare i miei genitori, sapete? - disse Emma. Julian la guard. Era pallida. - Ho visto i loro volti mentre un'ondata li travolgeva.
- Li amavate molto, vero?
- Li amo ancora.
- Anche loro dovevano volervi molto bene. Vi hanno accompagnata fin qui per essere certi che arrivaste a destinazione sana e salva.
- Credo di s. In certi momenti per penso a tutti gli sbagli che ho commesso e che continuo a fare. Non sono mai stata una figlia obbediente. Combinavo sempre guai. Non stavo mai ferma, non davo retta...
- Eravate la loro figlia, quindi perfetta ai loro occhi.
Emma si sforz di sorridere, ma Julian vide che le tremavano le labbra. - Forse - mormor, coprendosi la bocca con la mano.
- Sicuramente - la corresse lui.
Gli occhi di Emma si gonfiarono di lacrime. Non aveva mai pianto se non per colpa di Lindley. Julian si sent un verme. - In fondo  quasi come entrare nella vasca da bagno - mormor lei per farsi coraggio.
Julian le si affianc. - Da bambino nuotavo nel lago di fronte ad Auburn Manor - disse. - Mio nonno si arrabbiava perch sporcavo i tappeti di fango. Si dava arie da duca, ma si comportava come una governante.
- C' una bella differenza - replic Emma. - Nella vasca da bagno non si corrono rischi, nello stagno s. Pu darsi che qualcuno sia annegato qua dentro. Avete chiesto in giro?
- No.
- Dato che la gente del villaggio ci viene regolarmente, non pensate che possa essere accaduto?  facile sopravvalutare le proprie forze quando si  nell'acqua.
- Nel vostro caso tendo a escluderlo.
- Non ce la faccio... - balbett lei, mordendosi il labbro. Avanz di un passo e Julian la segu. L'acqua gli arrivava ai polpacci mentre lei era immersa fino alle ginocchia.
-: A me  sempre piaciuto galleggiare sul dorso - disse Julian. Guard Emma e rimase senza fiato. Indossava una camicia sottile, che lasciava intravedere i seni e il triangolo scuro del pube. Il tessuto era cos leggero che, se l'avesse accarezzata, lui avrebbe sentito tutto come se fosse stata nuda. - ...  facile da fare - continu dopo essersi schiarito la voce. - Qualche volta avrete provato anche voi. Da piccolo immaginavo che le nuvole fossero dei mostri. Era sempre meglio che studiare il latino.
- Conoscete i classici? - domand Emma, continuando a camminare tanto da immergersi fino alla vita, con sommo dispiacere di Julian.
- Ho studiato a Cambridge e avevo il massimo dei voti in due materie. In seguito me ne sono pentito, a forza di sentire il nonno che se ne vantava.
- In quali materie? - domand Emma. - Latino e matematica?
- Anche voi avete studiato latino?
- S, e anche greco - rispose Emma. Fece un passo avanti, ma ci ripens e torn indietro. A quel punto era immersa fino alle ascelle, e la camicia bagnata rivelava pi che mai le sue forme perfette. Julian sapeva esattamente come sarebbe stata sotto le sue carezze e come gli sarebbe apparsa quando le avrebbe sfilato quel ridicolo indumento che non la copriva affatto.
No, non era un'idea brillante.
- Proviamo a galleggiare sul dorso? - propose.
Emma lo guard, forse chiedendosi perch la sua
voce si fosse improvvisamente abbassata di un'ottava.
- Va bene - acconsent. Trattenendo il respiro si volt sulla schiena, poi scosse la testa e si rimise in piedi, - Non ce la faccio.
- Lasciate che vi aiuti - si offr Julian. Non tent pi di giustificarsi. La verit era che aveva voglia di toccarla.
Le pass un braccio intorno alla vita, poi le infil le mani dietro le spalle. Emma chiuse gli occhi. Era davvero bella. I busti dovevano essere un'invenzione dei monaci. Sforzandosi di non perdere la testa, Julian l'afferr per le spalle mentre Emma si metteva supina.
Quando sent l'acqua lambirle le orecchie, ebbe paura e batt pi volte le palpebre. Julian la sostenne, in attesa che lei aprisse gli occhi. Sarebbe stato un buon segno. D'altro canto, se non l'avesse fatto, lui non avrebbe di certo chiuso i suoi. Quel corpo seminudo l'attirava come una calamita, facendolo sentire un ragazzino alla sua prima esperienza amorosa.
- Reggetemi forte - gli raccomand Emma.
- Certo. Vedete qualche nuvola dalla forma curiosa? - le domand.
Emma apr gli occhi. - Medusa, forse - rispose. Tutti quei frammenti intorno al nucleo potrebbero essere serpi. - Alz un braccio per indicare la nuvola e il movimento la sbilanci. La paura la fece annaspare.
Afferrandola sotto le ascelle, Julian la rimise in piedi e nel farlo le tocc il seno. Per sbaglio, naturalmente. Non era cos depravato da approfittare delle sue paure. Emma s'irrigid e Julian si affrett a togliere la mano.
Lei la prese e l'attir a s.
- Riproviamo - mormor. Julian rimase perplesso, poi cap che Emma tentava di trovare il coraggio di lasciarsi andare nell'acqua.
Nei suoi occhi si leggeva ancora la paura, ma c'era anche dell'altro, una nuova luce che sembrava un invito a cui Julian non poteva restare indifferente. Con un sorriso lei si adagi nell'acqua, sfuggendogli dalle mani.
Julian si lasci andare a sua volta e galleggiarono a fianco a fianco.
Emma non era ancora del tutto tranquilla. Lo si capiva dal suo respiro/a tratti affannoso. Dopo un po', Julian decise che lei doveva smetterla di aver paura. - Come va? - domand.
- Sempre meglio - rispose lei, prendendolo per mano.
Mentre tornavano al villaggio, delle grida si levarono da un gruppo di persone riunite davanti al tempio. La loro attenzione era concentrata sul lato opposto dell'abitato.
Tre uomini a cavallo arrivavano al galoppo.
Lanciando un'imprecazione, Julian afferr la mano di Emma e la trascin dietro un albero. - Sedetevi - ordin. Siccome lei non si muoveva, la gett a terra con una spinta e si abbass a sua volta, facendole segno di tacere.
I tre uomini indossavano le giubbe rosse della fanteria britannica. Due di loro portavano un turbante color zafferano, il terzo teneva il suo shako nero sotto il braccio. Da lontano sembrava un macabro trofeo di caccia.
Due donne corsero loro incontro. - Sono venuti a trovare le famiglie - disse Julian, tirando un sospiro di sollievo.
Emma aveva il cuore in gola. - Che facciamo? - domand.
- Aspettiamo.
- Ci uccideranno.
- Non tutti i sepoy sono ribelli. Forse questi sono disertori. Comunque, la prima cosa che dovete fare  vestirvi da indiana. Con il vostro abito date troppo nell'occhio.
- Ci noteranno subito.
- No. Guardate, stanno entrando nel tempio. Avanti, muoviamoci.
Gli indumenti che le erano stati offerti la sera prima erano ancora ammucchiati nella casupola: una camiciola blu lunga fino ai fianchi, una gonna rossa che si chiudeva con un laccetto, e un pezzo di stoffa in tinta che forse serviva per coprirsi la testa. Il tessuto era leggero e ruvido, facile da indossare. Emma stava terminando di vestirsi quando arriv la padrona di casa. La guard, alz le braccia al cielo e la condusse fuori, nel cortile.
Julian usc da una stanzetta. - Kya baat hai?
Ascolt la risposta della donna e annu. L'anziana signora spinse Emma verso di lui e torn fuori di corsa.
- Venite, dobbiamo nasconderci sul tetto - disse Julian con un sospiro.
Emma lo segu fino alla scaletta malandata in un angolo del cortile e si alz la gonna quando Julian le fece segno di precederlo. - Siete sicuro? - domand, iniziando a salire. - Non  il punto pi esposto della casa?
- Non dove siamo diretti - rispose lui in tono rassegnato. - Mettetevi in ginocchio - aggiunse quando Emma raggiunse il tetto intonacato di bianco. Lei obbed e rimase a guardarlo mentre recuperava la scaletta,
Julian la condusse verso quello che sembrava un comignolo ed era invece un serbatoio di acqua piovana. Per fortuna, non essendo la stagione delle piogge, era vuoto, ma un po' angusto per contenere due persone. Lui aveva le gambe molto pi lunghe e, dopo che Emma si fu sistemata, le afferr le caviglie.
- Mi dispiace - mormor, con una luce divertita negli occhi - ma temo che dovrete mettermi i piedi in grembo.
- Non potete stringervi un po'?
Julian rise. - Sono abbastanza duttile, ma se mi stringo ancora un po' mi spezzo le ossa.
Emma alz i piedi e Julian si accosci nella tipica posizione degli indiani; anche cos, i loro corpi erano a stretto contatto. Emma abbass Torlo della gonna.
- Non resteremo qui a lungo - la rassicur lui. - Solo fino a quando andranno a cena.
- Lo trovate divertente? - domand Emma.
- Direi piuttosto senza senso.
Emma annu, chiuse gli occhi e avvert subito un elemento di disturbo. Un odore strano, di legno di sandalo misto a qualche altra sostanza, decisamente maschile. La prendeva allo stomaco, come il profumo del pane appena sfornato quando aveva appetito. Non riusciva a capire. Non aveva fame, eppure la sensazione si acuiva ogni volta che Julian si spostava leggermente. Era cos forte da farla tremare.
Apr gli occhi e vide che lui la guardava. Dal suo viso non trapelava nulla, tranne la genialit di un dio ingiusto, che aveva dispensato tanta bellezza a un'unica persona.
Forse era meglio tenere gli occhi chiusi.
-  difficile - mormor, ma s'interruppe subito, strabiliata dalla domanda che stava per rivolgergli: " difficile essere cos belli?". Doveva aver preso un colpo di sole. Chiss quanto l'avrebbe presa in giro, se lei gli avesse posto una simile domanda.
Julian la guard con aria interrogativa. Siccome Emma scuoteva il capo, sospir e appoggi la testa al muro. Aveva i capelli di un nero assoluto, e la sua pelle dorata spiccava sul bianco dell'intonaco. Se avesse dovuto fargli il ritratt, Emma avrebbe usato solo quei due colori per renderlo al meglio, oltre al verde intenso degli occhi.
Sbuff. Si sentiva ridicola; Aveva notato da un pezzo che lui era bello, perci era assurdo esserne a un tratto cos affascinata. Date le circostanze, meglio concentrarsi sulla sopravvivenza.
Non c'era pi il sole, ma nel loro nascondiglio non circolava l'aria e quindi il caldo era insopportabile. La treccia della sera prima non si era sciolta e i capelli erano quasi asciutti. Emma rigir la treccia in modo da formare una specie di chignon, che ferm appoggiando la testa al muro. Una goccia di sudore le scivol sul collo. Se solo avesse avuto un po' d acqua da bere, magari con un po' di ghiaccio. Per fortuna si era cambiata d'abito e quello che indossava era pi leggero.
- Non mi sar facile riabituarmi a portare il busto - osserv.
- Allora non fatelo.
- Sarebbe bello, ma non potrei pi mettere piede in societ.
- Chiss quanto ne sentireste la mancanza.
Non voleva essere una critica, tuttavia il tono era scanzonato. Come se Julian intuisse, anzi sapesse per certo, che a lei non importava proprio niente.
- Ditemi la verit: non vi scandalizzereste?
- No di certo, Emma. Al contrario, sarebbe una gradevole sorpresa. - Lui fece una pausa. - Mi piace come mi state guardando. No, non voltatevi dall'altra parte. Quando arrossite siete ancora pi bella.
Emma ud delle voci. Gli tapp la bocca con la mano e guard in quella direzione.
Le voci si alzarono come per un diverbio. Emma tolse la mano dalla bocca di Julian e lo guard, preoccupata. Lui aveva gli occhi chiusi e la testa inclinata da un lato. Mentre ascoltava la conversazione, aggrott la fronte. Non era un buon segno.
- Diavolo! - esclam a voce bassa. - I sepoy vorrebbero che il prete benedisse la rivolta contro gli inglesi e lui si  rifiutato. Vogliono dimostrargli che l'allineamento delle stelle  favorevole, perci stanno cercando la scala per salire sul tetto,
- Cosa? - replic Emma, facendo l'atto di alzarsi. Julian la ferm. Le voci erano pi vicine.
Evidentemente avevano trovato il modo di salire. Ormai erano in cima.
Emma non si sentiva pronta a morire. Non poteva essere quello il suo destino, dopo la disgrazia a cui era sopravvissuta. Eppure Julian doveva aver sbagliato a leggerle la mano. Lo guard mentre lui la spingeva il pi in basso possibile, e si chiese se quella sarebbe stata la sua ultima visione. I loro sguardi si incontrarono. Quello di Julian era distante e indecifrabile.
Poi la mise a fuoco e sorrise.
A Emma fece l'effetto di uno schiaffo. Da quando lo conosceva, Julian le aveva mostrato una grande variet di sorrisi: divertiti, enigmatici, canzonatori, maliziosi, risoluti. Ma uno simile lei non gliel'aveva mai visto. Le tolse il respiro come dopo uno spavento. La curva delle labbra ricordava il sorriso degli angeli: una sorta di benedizione e di incoraggiamento insieme, il pensiero rivolto a un dio misterioso che li lasciava morire in quel modo. C'era anche, in quel sorriso, una specie di rassicurazione, quasi lui volesse comunicarle che se quella era la sua sorte, non si lamentava di doverla dividere con lei.
Continuarono a fissarsi e l'espressione di Julian mut di nuovo. Il sorriso si spense e lo sguardo si fece assorto. Emma comprese il messaggio sottinteso e si sporse verso di lui perch la baciasse.
Il bacio le fece passare la paura. L'incontro delle loro labbra, della lingua e del respiro di lui le provoc una strana esaltazione. Come se il suo cuore, sentendo prossima la fine, si fosse sciolto e le scorresse con il sangue nelle vene.
- Are bhai chalo chalo jaldi dekho! Tum! Angrezi! Niklo vahaan se! Haath uthaao!
Julian si stacc da lei e alz le braccia sopra la testa. Emma si sent stordita finch la risata rauca di un uomo la riport alla realt.
- Alzatevi, Emma - mormor Julian. Non guardava lei, ma il sepoy che gli puntava la baionetta al cuore.

8
Emma si alz. Le gambe le tremavano tanto che dovette aggrapparsi alle pareti del serbatoio per reggersi in piedi. C erano solo due sepoy sul tetto. Quello che minacciava Julian indietreggi di un passo e fece segno di uscire allo scoperto.
Emma obbed. L'altro soldato l'afferr e la trascin via. Il suo compagno disse qualcosa che lo fece ridere.
Il prete pronunci un'unica parola con un tono secco, si tolse una scarpa e con gesto fulmineo colp prima la baionetta e poi il sepoy. Il soldato cacci un'imprecazione.
Segu una discussione accesa tra il prete e il sepoy. Emma guard Julian, che assisteva impassibile alla scena. Palesemente contrariato, il soldato che la teneva per un braccio glielo strinse pi forte. Disse qualcosa e, siccome il compagno lo ignorava, sfog la sua rabbia con uno sputo che manc per un pelo il piede di Emma.
L'altro sepoy raccolse la scarpa del prete e fece l'atto di colpirlo in testa.
In un silenzio denso di tensione, il prete allung la mano con fare imperioso. Il sepoy scroll il capo, disse qualcosa a mezza voce, poi lo colp alla testa con la scarpa.
Il soldato che teneva Emma prigioniera lanci un grido e nel medesimo istante Julian entr in azione, facendo cadere l'altro, quello con il fucile. I due uomini rotolarono nella polvere, e quando si fermarono Julian, che era sopra, gli sferr tre pugni in faccia, balz in piedi e, dopo essersi impossessato del fucile, glielo punt alla gola.
Un istante dopo Emma sent la punta di un coltello premerle sul collo. Il soldato disse qualcosa in tono minaccioso. Julian non lo guard neppure, ma contrasse i muscoli della mascella.
- Non muovetevi - le ordin.
Emma apr la bocca per replicare, per l'aumentata pressione della lama l'indusse a desistere. Sent delle gocce di sangue colarle sul collo. Per poco non era morta.
Il prete si prese la testa tra le mani e disse qualcosa in tono lamentoso. Julian gli rispose in fretta, poi si tocc la fronte, vicino al cerchietto che gli avevano disegnato nel tempio. Rotolando nella polvere, il sepoy che aveva neutralizzato si mise in ginocchio e gli fece una domanda. Dopo una breve esitazione, Julian annu e gli indic il taglio che aveva sulla guancia.
Il soldato rise e, lanciando a Emma uno sguardo intimidatorio, disse al suo compagno: - Angrezi mem unki hai.
Angrezi era una parola che Emma conosceva. Significava "inglese". Le si raggel il sangue nelle vene. Julian come pensava di cavarsela?
Lo guard mentre scambiava qualche parola con l'altro soldato. Parlava indiano, naturalmente, e mentre si esprimeva in quella lingua, la sua voce suonava diversa, quasi irriconoscibile. Ci che disse parve divertire il sepoy, che scoppi a ridere, mostrando i denti macchiati di rosso. Marcus le aveva parlato in una lettera dell'usanza locale di masticare paan, ossia foglie di betel arrotolate intorno alle noci di una palma particolare. Ciononostante, nell'agitazione in cui si trovava, Emma immagin che i denti del soldato fossero sporchi di sangue.
Soffoc a stento una risata isterica nel timore che la lama del coltello le affondasse nel collo.
Con un grido improvviso di esultanza, il sepoy si alz. Mentre le si avvicinava, Emma incontr lo sguardo di Julian, fermo dietro di lui, ma non riusc a decifrare la sua espressione. La fissava intensamente, immobilizzandola con lo sguardo mentre il soldato la scrutava dalla testa ai piedi.
Dopo un'ispezione attenta che dur alcuni secondi, i pi lunghi della sua vita, il sepoy fece segno al compagno di lasciarla andare. - Theek hai - disse a Julian. - Pandit-ji ko handook de dijiye.
Julian consegn il fucile al prete.
Il sepoy afferr Emma per un braccio e la spinse verso Julian.
- Dio ti ringrazio - bisbigli Emma, - Come avete fatto...
- Tacete - le intim lui, mettendole una mano sulla spalla e girandola in modo che avesse la schiena rivolta verso di s. I due soldati, uno di fianco all'altro, assistevano alla scena apparentemente con grandi aspettative. Il prete stringeva il fucile in mano e sembrava turbato, cosa che non prometteva nulla di buono.
Emma sent che Julian le tirava la treccia. - Vi salver la vita - le sussurr. - Fidatevi di me. - Con la coda dell'occhio, lei vide che faceva segno a un soldato di avvicinarsi.
Il sepoy gli diede il coltello.
Il panico si impadron di lei, oscurandole la vista e provocandole uno strano ronzio nelle orecchie. Chiuse gli occhi. Cosa volevano farle?
Quello che sent non fu la lama del coltello. Julian le tir la treccia, poi la moll di colpo. Emma perse l'equilibrio e cadde. Afferrandola per un gomito, il marchese la rimise in piedi.
Emma non capiva cosa fosse accaduto, ma i soldati ridevano. Quello con il fucile fece un passo avanti e Julian gli lanci la sua treccia. Le aveva tagliato i capelli! Si tocc la testa. Se la sentiva leggera. Come mai non aveva capito subito?
Il prete gli lanci il fucile. Julian lo afferr al volo e lo imbracci, ma non prese la mira. - Jaa - intim ai soldati. - Ghodon ko chhodkar jaa. Theek hai?
Emma sent cederle le gambe. Mentre si accasciava, i due soldati iniziarono a scendere la scaletta.
Presero i cavalli dei sepoy. I soldati erano stati clementi. Julian aveva detto che Emma era sua prigioniera e per cameratismo gli avevano offerto i loro cavalli di riserva. Appartenevano agli inglesi che avevano ucciso, perci gli avevano consigliato di tenersi alla larga dalle pattuglie britanniche.
Emma ricordava ben poco di quella cavalcata. Era subentrata in lei una sorta di rassegnazione.
Sopraggiunta la notte, si fermarono vicino ai ruderi di un vecchio edificio. Emma leg le redini del cavallo a un pilastro spezzato e si incammin tra le lastre di pietra, spettrali alla luce delle stelle.
In un muro c era una piccola nicchia che faceva al caso suo. S'infil dentro e l'abbraccio di quelle vecchie pietre la rassicur tanto che smise di tremare. Raccolti i capelli che le cadevano disordinati sulle spalle, li strinse nel pugno.
Pass del tempo. Un minuto, un'ora, forse secoli. Difficile stabilirlo in un luogo simile dove, in mezzo al nulla, sorgevano i resti di quello che un tempo era stato un palazzo favoloso.
Ora metteva tristezza. Emma incroci le braccia sulle ginocchia e vi appoggi la testa.
In quella pianura vuota e sterminata si sentiva pi sola che mai. In un passato lontano quelle rovine dovevano essere state il fulcro di qualcosa di grandioso, un mondo sfavillante, incapace, nel suo splendore, di prevedere la propria fine. Gli uomini e le donne che vi avevano regnato si sarebbero adirati con gli indovini, se questi avessero predetto che erano condannati all'oblio.
- A cosa state pensando? - domand Julian.
Emma alz la testa. La nicchia era troppo piccola perch potesse infilarcisi anche lui, perci il marchese si sedette davanti all'apertura, con le gambe incrociate e le ginocchia premute contro il petto, nella posizione tipica degli indiani. Del resto, non aveva avuto difficolt a convincere i sepoy che era della loro stessa razza. Quei due non avevano messo in dubbio che Emma fosse sua prigioniera e sicuramente avevano pensato che lui avesse ucciso molti inglesi durante la rivolta.
Julian le aveva chiesto a cosa stesse pensando. - Che non vi conosco - rispose lei.
La luna era coperta da una nuvola e la luce delle stelle troppo fioca perch potesse vedere la sua reazione. Ma a cosa le sarebbe servito, se le apparenze erano cosi fuorvianti? N il suo aspetto, n il suo nome, n i momenti condivisi bastavano a delineare la sua personalit. Persino il suo silenzio le risultava incomprensibile. Non aveva mai conosciuto nessuno capace di restare immobile come lui.
Non che gli servisse a qualcosa. Per quanto tentasse di passare inosservato, Julian era un tipo che attirava l'attenzione. Cerano persone fatte cos, che non sfuggivano alle critiche perch non volevano convincersi di essere come gli altri le vedevano.
Nonostante la sua singolarit, tuttavia, Julian non le dispiaceva. Le aveva salvato la vita, anche se la innervosiva, cos come la irritava il suo paese debole, prevedibile e indifeso. E la contrariava il fatto che lui le leggesse negli occhi pi di quanto lei avrebbe voluto rivelare.
- Come posso convincervi che mi conoscete se siete sicura del contrario? Se vi sembro uno sconosciuto, allora lo sono.
- Potevate semplificare le cose dicendo per esempio: "S, Emma, mi conoscete. Siamo nella stessa barca e ho fatto ci che ho fatto per salvarvi la vita".
- Sarebbe stato inutile - rispose Julian con un sospiro. - Lo sapevate gi. Non  questo che intendete quando affermate di non conoscermi.
- Secondo voi cosa voglio dire? Se vi comportate in questo modo, che altro dovrei pensare?
Julian rise, ma era una risata gelida, terribile a sentirsi. - Pretendete forse che vi legga nell'anima? Che vi spieghi perch eravate terrorizzata mentre parlavo con i sepoy? Dovrei domandarvi se avreste preferito che li uccidessi piuttosto che sacrificare la vostra treccia? - Fece una pausa. - O magari chiedervi se il vostro atteggiamento sarebbe stato diverso se i soldati fossero stati inglesi invece che indiani?
- No - protest Emma con foga. - Non  come credete. Non so proprio cosa pensare di voi. Un momento siete come quando vi ho conosciuto nel giardino degli Eversham e un attimo dopo una persona completamente diversa.
- Capisco - mormor Julian. - Se volete comprendere che tipo di persona sono, i prossimi giorni non saranno facili per voi. Non sono soltanto un aristocratico inglese, Emma. Sono nato in questo Paese e da bambino conoscevo solo due parole inglesi: il mio nome di battesimo  il mio cognome. - Via via che parlava, il tono diventava sempre pi tagliente. - Se pensate che con il passare del tempo sia cambiato in peggio, vi sbagliate di grosso. L'uomo che avete incontrato a Delhi e credete di conoscere, il marchese di Holdensmoor,  un personaggio fittizio, la persona che sono stato costretto a diventare. - Il suo tono si raddolc. - Naturalmente, ho fatto ci che sappiamo per salvarvi la vita. Pensate che mi sia divertito a tagliarvi la treccia? I soldati volevano umiliarvi. Avrei potuto tentare di fermarli, ma avrei avuto la peggio. Se mi avessero messo fuori combattimento, che ne sarebbe stato di voi? Forse vi avrebbero uccisa. In ogni caso, dovete comprendere che volevano fare a voi ci che  stato fatto a loro. Emma, questa terra  stata schiacciata dagli inglesi. Le sue ricchezze trafugate, il suo onore calpestato. Non stiamo parlando dei cattivi di certi romanzetti, ma di esseri umani amareggiati per essere stati privati della loro dignit, dell'autonomia e delle proprie certezze.  per questo che si sono ribellati. Il grasso di maiale sulle munizioni o altre stupidaggini non c'entrano. La ribellione non  che la conseguenza inevitabile di quello che gli inglesi hanno fatto all'India.
Dopo quel lungo discorso, Emma riusc soltanto a dire: - Vorreste che vincessero loro.
- Quello che vorrei veramente, Emma - replic Julian con un sospiro -  che non ci fossero spargimenti di sangue. Quanto alla rivolta, non si fermer a Delhi, ma non credo che andr a buon fine. Gli indiani non hanno le risorse materiali e organizzative per battere gli inglesi.
Gli inglesi, diceva. Come se lui non fosse uno di loro. Che stupida era stata. Marcus aveva ragione.
- Dunque voi siete indiano - farfugli. - Non vi considerate inglese. Siete indiano.
- Se volete proprio mettermi un etichetta, fate pure - replic Julian. - Senza badare a me, come sempre accade. Il tono sconfortato la colp profondamente. Emma cap che il male peggiore non era la solitudine, ma il non essere compresi. - Vi ho deluso, vero? - mormor. - Mi giudicate una stupida superficiale, come tutte le memsahib.
- No - replic Julian. Nonostante il buio, riusc a prenderle le mani. - Affatto. Uscite da quel buco, mia cara.
Emma lasci che lui la tirasse fuori dalla nicchia in cui si era rifugiata e la facesse sedere sul suo grembo. E l, in quell'oscurit desolata, si rattrist per se stessa, per lui e per tutti gli esseri umani di quel mondo impietoso, costretti ad affrontare le tribolazioni della vita. C erano poche gioie a cui aggrapparsi, poche certezze. Eppure gli uomini continuavano a sopportare e a sperare nel futuro. L'istinto di sopravvivenza li spingeva ad andare avanti nonostante tutto.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi Emma domand: - Quand' che il prezzo di vivere diventa troppo alto?
- Lo si decide quando si stabilisce di morire - le sussurr Julian tra i capelli.
Emma appoggi il volto alla sua spalla e lui le mise una mano dietro il collo. Non per confortarla, come lei aveva creduto in un primo momento. Lo cap quando Julian la strinse pi forte a s. Con decisione, come se ritenesse di averne il diritto anche contro la sua volont.
Emma non se n'ebbe a male. Al contrario, lo trov fantastico. Gli prese la mano, accarezz la pelle ruvida e le dita affusolate, poi segu con il polpastrello il solco che lui le aveva indicato come la linea della vita. Julian le strinse la mano nella propria.
Emma alz la testa. Non lo vedeva, ma avvertiva il suo calore, le vibrazioni che lui emanava e la forza discreta della sua personalit. Aveva notato come lo guardavano gli anglo-indiani nei salotti delle loro case, altalenando tra adulazione e disprezzo. Con quel genere di persone Julian doveva controllarsi, soprattutto quando avrebbe potuto schiacciarle, se solo l'avesse voluto.
Lui chin il capo. Era cos vicino che Emma sentiva il suo alito sulle labbra. - Potete tranquillamente affidarmi la vostra vita - le disse. - Ma non siete mia sorella e non mi comporter come se lo foste, quindi non potete fidarvi di me in tal senso.
- Non ho fratelli, e ora non ho pi n madre n padre. La mia vita  tutto ci che ho.
Qualcosa mut in lui, come se si concentrasse sul suo silenzio o smettesse di colpo di respirare. - Siete una sciocchina - mormor, prendendole la mano e mettendosela sulla guancia. La sensazione che Emma prov a quel contatto le imped di sentire che lui le sfiorava il mento con i capelli. Poi Julian pos le labbra sulla curva del suo collo.
Glielo succhi un istante, quindi lo mordicchi ed Emma perse la ragione.
Julian risal verso la guancia, seguendone i contorni con le labbra, e mentre Emma respirava, lui le sfior con la lingua l'interno della bocca. S, era proprio quello che lei desiderava. Inutile riflettere, inutile pensare a un futuro che forse non ci sarebbe stato. Era quello che voleva. Ogni tocco della sua lingua dava vita a un sogno pi vicino nel tempo, la promessa di un piacere pi forte, pi intenso. Le sue labbra erano lievi, ma Emma si sentiva determinata, terribilmente viva e attratta in modo irresistibile dal suo calore e dal suo corpo solido come la roccia. Mettendogli una mano tra i capelli, lo strinse a s.
Julian non parve sorpreso. Come se le avesse letto nel pensiero, le diede ci che lei voleva. La baci con ardore sulla bocca e, passandole un braccio dietro la schiena, l'adagi a terra.
Fu allora che Emma pens all'abbigliamento come a qualcosa di irritante, che le impediva di sentire il calore del suo corpo. Quando Julian si distese sopra di lei, l'irritazione si trasform in fastidio. Si sarebbe dovuta togliere la camiciola. Il tessuto era un impedimento insopportabile.
Julian le prese il volto tra le mani e le inclin la testa, per meglio penetrare con la lingua dentro la sua bocca. "S", pens Emma, "continua cos, divorami." Nella mente le si agitavano pensieri senza costrutto. Provava una strana frenesia, come se volesse che il suo corpo schizzasse fuori dalla pelle. Come sarebbe andata a finire? Sarebbe morta? La sua vita era in pericolo come quando era stata in balia delle onde? Julian sarebbe riuscito a darle il piacere che i suoi baci le avevano promesso? Stava pensando a questo quando lui le infil la mano sotto la gonna e le accarezz la gamba, per poi salire piano, leggero come una piuma, sempre pi in alto. Quando arriv sopra il ginocchio, Emma sent la bocca di lui posarsi sul suo collo.
A un tratto Julian si ferm. Emma apr gli occhi e lo vide sopra di s, con il respiro affannoso. Nell'istante in cui la luna emerse dalle nuvole, scorse la sua espressione assorta e impenetrabile. Per un attimo si sent sperduta nella vuota immensit che la circondava. Aveva la sensazione che fosse tra loro e li separasse.
Julian si mise in ginocchio e si sfil la tunica.
Era straordinariamente bello, con le spalle larghe e i muscoli messi in risalto dalla luce della luna. Istintivamente, Emma allung le mani verso di lui per esplorarne il corpo. Julian chiuse gli occhi. Dopo averlo attirato di nuovo a s, lei gli accarezz la schiena e le natiche. Puntellandosi su un braccio, Julian affond la testa nel solco tra i suoi seni.
Ancora una volta il tessuto era d'impaccio.
- Toglietemela - disse Emma con un filo di voce.
Julian ebbe una breve esitazione, poi rise. - Forse  sconveniente, non vi pare?
- Non mi sono mai curata delle convenienze. Toglietemi la camiciola.
- Come desiderate - mormor lui. Mentre le sfilava l'indumento, si sofferm due volte a baciare la sua pelle nuda. Impaziente, Emma lo spinse via e si tolse la camiciola da sola, se la mise sotto la testa e torn a sdraiarsi. Julian non distoglieva gli occhi dai suoi seni.
Finalmente alz la testa. - Dio, quanto siete bella - mormor.
Non era quello che Emma desiderava sentirsi dire in quel momento. Pi che bella, si sentiva scatenata, ma non lo puntualizz. Julian non avrebbe capito.
Vedendogli prendere in bocca il suo capezzolo Emma rimase senza fiato. Non si era mai guardata prima d'allora. Era considerato un peccato. Invece in quel momento era l, nuda fino alla vita, e Julian le succhiava il capezzolo, emettendo mormorii di apprezzamento come se avesse avuto in bocca una caramella. L'altro capezzolo si rizz. Anche il suo corpo si comportava in modo sconveniente, ma era stato creato per quello. Oh, quante cose non sapeva. Tanto per cominciare, che i mormorii di Julian le avrebbero trasmesso una sensazione di calore intenso in mezzo alle gambe. E che mordicchiandola, dapprima delicatamente e poi un po' pi forte, lui avrebbe trasformato una sensazione dolorosa in un piacere pi grande.
Gli insegnamenti ricevuti su come doveva comportarsi una ragazza seria non avevano pi senso in quella situazione. Divaricare le gambe le venne naturale.
Julian le abbass il labbro inferiore con il pollice e la baci con una violenza che le piacque, Emma aveva sempre sospettato che esistessero altre regole, forse pi convincenti di quelle che le avevano insegnato. Si strinse a Julian, che qualche istante dopo si stacc per tornare a baciarle i seni e i capezzoli. Nel farlo, lui allontan quella parte dura di s che Emma aveva sentito premere contro il proprio corpo. Le mancava. - Ditemi come si chiama - mormor.
- Che cosa? - domand Julian, tenendo il capezzolo stretto tra i denti.
Mentre Emma faceva scivolare la mano sul suo ventre sodo, Julian emise una specie di singhiozzo. Lei strinse nel pugno quella cosa pulsante che sporgeva tra le sue gambe. - Questo - disse.
Invece di rispondere, Julian inizi ad armeggiare con il laccetto della gonna e lo sciolse. Emma inarc la schiena mentre lui gliela sfilava e la stendeva sotto il suo corpo nudo. Poi le allarg le cosce. - Questa  la vagina - disse, toccandole un punto che la fece tremare dalla testa ai piedi.
Emma sent scivolare sulle parti intime la lingua bagnata di lui, a tratti carezzevole, a tratti violenta. Julian la leccava come se fosse stato affamato e lei potesse nutrirlo. Una sensazione meravigliosa, celestiale. Emma si port una mano alla bocca e l'addent. Sentiva la necessit prepotente di avere qualcosa di pi di quello che lui le stava dando.
Julian mise la mano sulla sua fessura e lentamente spinse dentro due dita, allargandogliela, poi infil un altro dito e intanto continuava a succhiarla avidamente, quasi a volerla divorare.
Le sensazioni si facevano sempre pi acute, propagandosi in tutto il corpo, tendendole ogni nervo fin quasi a spezzarlo, e il piacere intenso, travolgente, le faceva dimenare i fianchi in maniera spasmodica. Lui non si ferm.
- Basta... basta. Non resisto.
Julian stacc la bocca e torn a stendersi sopra di lei. - Va bene, mi fermo - disse, baciandola sotto l'orecchio. Stava per cambiare posizione, poi ci ripens e riprese a baciarla, premendo con forza le anche contro i suoi fianchi e strofinando quella cosa che aveva in mezzo alle gambe su quella parte di lei che la sua bocca aveva reso pi sensibile.
- Quella cosa  il vostro...
- Il mio pene.  vostro, se lo volete. Ma vi prego, Emma, decidete subito.
S - rispose lei in un sussurro. - Lo voglio.
Julian la baci sulla bocca e inizi a penetrarla lentamente. Era una sensazione strana. Il pene era pi grosso delle dita, riempiva meglio la vagina. Poi a un tratto Emma prov dolore.
Julian si ferm. - Pu darsi che ti faccia...
- Male - mormor lei, anticipandolo e artigliandogli le natiche. In fondo era giusto soffrire un po'. Era un dolore dolce, e lei aveva provato di peggio. - Continua: - disse.
Mentre Julian riprendeva a penetrarla, Emma gli morse la spalla. Era troppo... Non riusciva a sopportarlo. Poi a un tratto cap che era fatta. Julian era dentro di lei. Quando si ritrasse, Emma fece per protestare, ma lui la penetr di nuovo, e il piacere era cos intenso che le fece venire le lacrime agli occhi. Si ferm dentro di lei.
- Tutto bene?
Lei cerc la sua bocca e lo baci con furore, prendendogli la testa tra le mani e avvinghiandosi al suo corpo. Julian emise un suono strano e riprese a muoversi con un ritmo sempre uguale e ipnotizzante che non lasciava spazio ad altri pensieri. Ai colpi sempre pi possenti e veloci facevano eco il battito del cuore e il respiro di Emma, che s'inarcava sotto di lui, libera di muoversi, ma nello stesso tempo deliziosamente inchiodata a terra. Non poteva far altro che sottomettersi al suo volere, lasciarsi dominare e dimenticare tutto, tranne lui.
Improvvisamente Emma grid, strinse Julian ancora pi forte e sent il suo corpo in preda a tremiti convulsi.
Forse tremava anche lei. Non era facile capire la differenza.
Julian la baci ancora, e lei, aprendo gli occhi e vedendo le stelle infinite, luminose, fredde e distanti, torn in s. - Oh, mio Dio - bisbigli, facendo scorrere la mano sulla schiena sudata di Julian.
Lui alz la testa per un attimo, togliendole la visuale, poi l'abbass di nuovo. - Ti si legge tutto negli occhi - disse. - Emma, io sono qui. Sono qui con te.
S, pens lei, sentendo qualcosa rimescolarsi dentro di s, un vecchio dispiacere o una speranza nuova. La sensazione era cos forte che scoppi in singhiozzi, forse spaventando Julian, che la fece sedere sul suo grembo e, avvolgendola in un abbraccio, la cull.
- Sono qui - le sussurr all'orecchio, mentre le lacrime le scorrevano copiose sulle guance. - Emma, sono qui con te. Ci sar sempre.
"Sempre" pens Emma. Aveva detto "sempre", ma si era dimenticato di aggiungere "finalmente". Finalmente si erano trovati.

9
Il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, raggiunsero un altopiano roccioso che s'innalzava dalla pianura come se fosse stato posato dalla mano di un gigante. Ai suoi piedi, una manciata di case dai muri bianchi brillavano al sole.
- Il villaggio di Sapnagar - indovin Emma.
Cavalcava con Julian sul suo cavallo. L'altro zoppicava, perci l'avevano legato dietro. Julian le prese la mano. - Roccaforte - la corresse, accarezzandole la mano con il pollice. - Osserva l'altopiano.
Per tutta la mattina aveva cercato il contatto fisico, quasi per caso e di continuo. Emma era euforica e spesso rideva senza motivo. Schermandosi gli occhi con la mano, scrut il paesaggio avvolto nella foschia. - Santo cielo, quelle in alto sono mura, vero? Scavate nella montagna.
- La fortezza  indisturbata da due secoli. Il Maharajah  un mio vecchio amico.  il luogo pi sicuro che mi sia venuto in mente.
Un sentiero tortuoso attraversava il villaggio. In cima, l'ingresso della fortezza era sbarrato da porte di ferro alte come tre uomini uno sopra l'altro, Con gli anni il ferro era diventato verdastro. Sul cancello c'erano diverse file di punte acuminate. Julian le spieg che servivano a scongiurare la carica degli elefanti. Una porta pi piccola, che Emma non aveva notato nel disegno intricato del ferro battuto, venne aperta da due guardie in tunica bianca e turbante arancione. Dopo aver scambiato qualche parola con Julian, gridarono qualcosa e le porte si spalancarono.
Julian spron il cavallo su per un sentiero lastricato, delimitato da alte pareti rocciose. "Una vera fortezza" pens Emma; ma poteva trasformarsi in una prigione, se i proprietari l'avessero voluto.
Il sentiero era cos ripido che occorreva procedere lentamente. Sfinita, Emma appoggi la testa alla schiena di Julian.
Nel tratto finale il sentiero si allargava, diventando una strada parallela ai bastioni merlati che racchiudevano la rocca. Smontarono da cavallo e un contingente di guardie li scort attraverso un cortile  un giardino abbellito da statue e fontane. Sotto un imponente porticato di marmo, la strada era divisa in due da un canaletto pieno d acqua, su cui galleggiavano petali di rose che emanavano un profumo delizioso.
Fino a quel momento, Julian aveva parlato con le guardie. Si volt a guardare Emma e sorrise, leggendo lo stupore nei suoi occhi. - Serve a rinfrescare il palazzo - le spieg. - A quanto pare, Emma, non siamo gli unici ospiti inglesi. Si sono rifugiati qui anche i superstiti di una base vicina. Ti va di conoscerli e riposare un po' mentre parlo con il Maharajah?
Emma non aveva molta voglia di separarsi da lui, ma annu e lo segu con lo sguardo mentre si allontanava, scortato da alcune guardie armate di spade.
"Spero che tu sappia quello che fai" pens.
Le altre guardie la accompagnarono in uno stretto passaggio da cui si diramava un dedalo di stradine. L'architettura era leggiadra, piacevole, con molti balconi che sporgevano dai muri. C'erano giardini, templi e cortili dove si esercitavano i soldati e i mercanti esponevano la loro mercanzia. A tratti, attraverso grate di pietra scolpita con decorazioni di piante e fiori, Emma intravedeva la pianura sottostante che si perdeva all'orizzonte.
C'era da augurarsi di non dover trovare l'uscita da soli.
Si fermarono in un cortile quadrato, delimitato da palazzi di tre piani con le finestre protette da grate di marmo intagliato. Una guardia le fece segno di entrare dalla porta all'estrema destra.
La stanza in cui entr era molto luminosa. I muri erano coperti di affreschi e il pavimento da un grande tappeto persiano. Su un tavolino vicino alla finestra c'era un vaso di rame con delle fessure per infilare i bastoncini d'incenso. Il resto della stanza sembrava arredato per accogliere ospiti inglesi. C'erano sedie, tavoli e un grande letto a baldacchino in un angolo.
- Oh, Dio sia lodato! Finalmente possiamo avere notizie.
Emma si volt. Aveva visite. Due donne: una matrona con i capelli grigi e una giovane bellissima con il viso a forma di cuore e gli occhi viola sotto una cascata di capelli biondi. La giovane le and incontro e le strinse la mano con una forza sproporzionata alla sua struttura esile.
-  vero che le truppe si sono ribellate? - domand, - Da dove venite?
- Anne Marie - la rimprover l'altra donna. - Vogliate perdonarla, signora. Siamo ansiose di sapere cosa sta accadendo, perci dimentica le buone maniere. Sono la signora Thomasina Kiddell, e lei la signorina Stringer.
- Sono la signorina Martin - si present Emma - e vengo da Delhi.
- Capisco. Noi stavamo a Bikaner ed eravamo dirette ad Ajmer, dove la signorina doveva incontrare il padre, ma gli uomini del Maharajah ci hanno intercettate e hanno insistito perch ci rifugiassimo qui. Ci hanno accennato a una rivolta in corso, per, come potete capire, avevamo qualche dubbio, non avendo avuto modo di parlare con una persona affidabile. - Adocchi l'abito di Emma e le trem il labbro. - Ma temo che il vostro abbigliamento tragga in inganno.
-  vero - conferm Emma - come vi ha riferito il Maharajah, le truppe si sono ammutinate. A Delhi e a Meerut. Mi risulta che la rivolta si sia estesa, tuttavia non so nulla di preciso.
- Oh! - esclam Anne Marie, indietreggiando di un passo. - Oh, no! - Guard la signora Kiddell. - Ci uccideranno.
La donna era impallidita. - Calmatevi, bambina - le disse.
- Come faccio? - protest Anne Marie con un filo di voce. Soffocando un singhiozzo, corse alla finestra. Vedendo i sobbalzi delle spalle, Emma cap che stava piangendo.
La signora Kiddell guard la sedia pi vicina. - Se permettete, signorina Martin...
- Certo, fate pure - replic Emma, sedendosi a sua volta. - Mi rincresce di avervi portato cattive notizie, ma perlomeno qui siamo al sicuro.
- Purtroppo no - disse Anne Marie, voltandosi verso di loro. - C' una giovane donna che ci perseguita. Non so proprio dove abbia imparato l'inglese, comunque non fa che ripeterci che le donne dello zenana sono contrariate per la nostra presenza e vorrebbero che il Maharajah ci desse in pasto ai lupi.
- Temo che abbia ragione - conferm la signora Kiddell, strappandosi dei pelucchi dalla gonna con gesti misurati, probabilmente dettati da un forte nervosismo. - Peggio ancora, ci ha detto che il principe ereditario di questo piccolo regno odia gli inglesi. Credo che abbiano intenzione di inviare qui un Residente, e ovviamente il principe si oppone. In questo periodo  a caccia nel Kashmir, ma ieri abbiamo saputo che il suo ritorno  imminente.
- Non dovete preoccuparvi - la tranquillizz Emma, scuotendo la testa. - Un caro amico del Maharajah mi ha garantito che qui siamo al sicuro.
- Davvero? - La signora Kiddell si strinse nelle spalle. - Pu darsi, cara. Il Maharajah  stato d una gentilezza squisita, ma sapendo come funzionano le cose negli zenana, non sono certa di potermi fidare. Una maharani e un principe ereditario che complottano per ottenere i loro scopi sono incredibilmente potenti.
Se i singhiozzi di Anne Marie non la preoccupavano pi di tanto, i timori espressi con calma dalla signora Kiddell iniziavano a far presa su Emma. - Veramente lord Holdensmoor mi ha condotta qui ritenendo che fosse l'unico posto in cui sarei stata al sicuro - disse.
Anne Marie rimase a bocca aperta. - Il marchese? - domand. -  uno di loro. Non potete fidarvi di lui.
- Invece io mi fido ciecamente.
La signora Kiddell scroll il capo. -  un mascalzone, signorina Martin. Persino a Bikaner  giunta voce...
- Vi auguro buona giornata - tagli corto Emma, scattando in piedi.
Anne Marie aveva ricominciato a piangere. Dopo una breve esitazione, la signora Kiddell si alz. - Venite, bambina.
Si ferm sulla porta. Emma alz il mento con aria di sfida.
- Non so cosa vi abbia ridotto in questo stato - disse freddamente la signora Kiddell - ma immagino che sia stata un'esperienza orribile e quindi vi concedo delle attenuanti. Se vi occorrono indumenti pi adeguati, chiedeteceli pure. Viaggiavamo con molti bagagli e ora sono nelle nostre stanze, dall'altra parte del cortile.
Emma inclin la testa, ma non replic.
Dopo che le due donne furono uscite, torn a sedersi. Su una credenza c'erano dei piatti d'argento contenenti del cibo, Li aveva notati prima. Aveva avuto fame fin dal mattino, ma le si era chiuso lo stomaco. Aveva paura.
Emma si era addormentata sul letto. Indossava ancora il chanya choli, ormai lacero, che le avevano dato a Sukpur. - Le occorrono degli indumenti puliti - disse Julian sottovoce.
La donna al suo fianco annu. - Hann. Vado subito a prenderli.
Julian aspett che Kavita uscisse, poi si avvicin al letto con l'intenzione di svegliare Emma, ma qualcosa lo trattenne. Prese una sedia, si sedette accanto a lei e la guard.
Emma dormiva come una bambina, con le braccia incrociate sul petto e le mani strette alla schiena. Aveva la bocca socchiusa. Una bocca stupenda, rosea e con le labbra carnose, ma la cosa adorabile erano le sue lentiggini. Julian si chin per baciarla. Dolcemente, per non svegliarla di colpo. Emma lo guard, prima con stupore e poi con desiderio, ma era chiaro che stava ancora dormendo.
Cos lui si ritrov a guardare i suoi capelli tagliati in quel modo orribile, proprio da lui, e gli venne un nodo alla gola. Non poteva portarla fuori di l, mettendo di nuovo a repentaglio la sua vita.
Si pass una mano sul viso. Era esausto. Quand'era stata l'ultima volta che aveva dormito una notte intera? Continuava a pensare alla conversazione con il Maharajah, Rathore-ji era preoccupato, e aveva ragione. "L'odio nei confronti degli inglesi  forte, Julian. Anche qui, nel mio regno. Ma non devi temere: non sono cos sciocco da giocare con un fuoco che ci divorerebbe tutti."
Che cos'era successo a Delhi? Gli uomini del Maharajah avevano poche informazioni. Sapevano soltanto che l'imperatore Moghul, Bahadur Shah, era dalla parte dei ribelli, che avevano preso possesso della citt. Gli inglesi intanto si stavano riorganizzando a Kurnaul in vista di un attacco in forze.
Ajmeri Gate era il punto ideale per l'ingresso delle truppe. Sarebbe stato sufficiente un breve assedio per aprire un varco. Le case vicine non avrebbero resistito ai mortai e alla polvere da sparo degli inglesi. Chiss se il suo giovane cugino se ne rendeva conto. Guardando i muri deboli che proteggevano la sua famiglia, Deven aveva finalmente capito che il denaro che lui gli aveva offerto avrebbe potuto salvarli? Nani-ji doveva aver insistito perch desse retta a Julian. Gliel'aveva promesso nella sua ultima lettera. Ma la nonna sentiva il peso degli anni e non aveva la forza necessaria per contrastare Deven che forse, con la sicurezza tipica dei diciassettenni, era convinto che Delhi potesse resistere.
Non aveva scelta. Doveva lasciare Emma nel palazzo e partire.
Emma mormor qualcosa nel sonno. Julian s'irrigid, pensando ai postumi di un incubo, ma poi vide che lei era tranquilla. Si era semplicemente rivoltata nel letto. Magari aveva pronunciato il suo nome.
Julian si alz per sedersi accanto a lei, e mentre le accarezzava il gomito, Emma sospir e lasci ricadere il braccio lungo il fianco.
Aveva una minuscola cicatrice sotto il mento. Julian non l'aveva mai notata. In effetti lui la conosceva poco. C'erano molte cose che dovevano ancora dirsi. Stare con lei era come esplorare il mare alla ricerca di bellezze nascoste. Chiss se ne avrebbe avuto la possibilit.
- Emma - la chiam piano, baciandola dolcemente sulla bocca.
Lei si mosse appena. Julian la baci di nuovo, stavolta con meno delicatezza, e le accarezz il fianco. Emma apr gli occhi e il suo viso si color di colpo. Le sorrise. Le fiabe dicevano il vero: non aveva mai immaginato cosa significasse svegliare qualcuno con un bacio.
- Julian - sussurr Emma, abbracciandolo. La sua espressione cambi all'improvviso e cos pure il tono. - Julian, sai che ci sono delle inglesi qui, dall'altra parte del cortile? Non si sentono al sicuro. Dicono che alcune persone nel palazzo complottano contro gli inglesi.
Julian stava per rispondere, ma ci ripens. Evidentemente quelle donne l'avevano spaventata. Dovevano essere ottuse, prevenute e forse anche isteriche. Chiss cosa le avevano detto. - Si sbagliano, Emma. Il Maharajah ha giurato che qui sarai al sicuro. A ogni modo parler con loro, se vuoi, e spiegher che le loro paure sono infondate.
- Ma il Maharajah non c'entra - replic Emma, posandogli una mano sul braccio... Guard alle spalle di Julian e tacque di colpo.
- Ho portato gli indumenti - disse Kavita, porgendogli un involto di seta.
- Emma - disse Julian, alzandosi - lei  Kavita-ji.
- La moglie di Yuvraj - precis la donna, con un sorriso.
- Il principe ereditario - aggiunse Julian.
- Oh - mormor Emma, ancora sconvolta. Si alz.
Parlate inglese, altezza? - domand, inchinandosi.
Kavita rise. - Na, na, Emma behin,  come se noi due fossimo sorelle. Chiamatemi Kavita e basta, come fa bhaiyya quando non  cos formale. Aur haan, parlo bene l'inglese, vero?
- Perfettamente - rispose Emma.
- Nello zenana dicono che sono intelligente, ma io rispondo che  tutto merito del mio insegnante, Julian bhai. Ero alta cos - continu la donna, indicando il pavimento - ma bhaiyya aveva molto pazienza. So anche leggere nella vostra lingua. Robinson Crusoe, s?Vaah vaah!
- Pecca di modestia - intervenne Julian. - Le ho insegnato le basi molti anni fa, mentre trascorrevo l'estate ad Amanpur...
- Mio padre  il "governatore" di Amanpur - puntualizz Kavita.
- Questa parola non gliel'ho insegnata io - disse Julian.
Kavita sorrise. - Mi prendete in giro, bhaiyya. Per vostra fortuna la mia famiglia vi vuole bene, perci non riferir a Yuvraj che vi burlate di me.
- Il principe ereditario - mormor Emma. Sembrava imbambolata. Kavita tendeva a fare quell'effetto.
- S, mio marito. Peccato che non sia ancora tornato dal shikaar. Se non torna entro la fine della settimana, ci rester molto male. Aur agar vo aapki mahila se na mileto bahut nakhush honge.
- Che significa? - domand Emma, rivolgendosi a Julian.
Il tono di lei lo colp. Emma non era imbambolata, ma impaurita. Forse ancor pi spaventata dopo che Kavita era entrata nella stanza. Chiss perch. - Significa che al marito dispiacer molto di non avervi potuto conoscere - tradusse. - Kavita, sareste cos gentile da far portare qualcosa da mangiare? Temo che i piatti si siano raffreddati.
- Oh, hhan! Ma quando me ne sar andata, dovete indossare gli abiti che vi ho portato. Sono per questa sera, sapete? Ci sar un ballo per festeggiare il vostro arrivo.
- Grazie - disse Emma. - Li prover.
- Bhaiyya, dato che tra poco arriveranno i servi e la signorina deve cambiarsi d'abito, vi prego di uscire. - Si rivolse a Emma. - Mi dispiace. Spero che non vi offendiate se vi separiamo da Julian. So bene che voi inglesi non siete altrettanto rigorosi, ma se non mi attenessi alle regole, si spargerebbe la voce che a corte ci comportiamo in modo indecoroso. Julian  quasi un fratello, perci  importante che sia tameez, in modo da dimostrare... Come si dice in inglese?
- Izzat - rispose Emma, lasciando Julian a bocca aperta. - S, conosco il concetto.
Kavita sorrise. - Molto bene. Venite, bhaiyya.
- Un momento - disse Julian in tono risoluto. - Vi raggiungo tra qualche istante.
Prese Emma per un braccio, ma non ebbe bisogno di far domande perch, non appena Kavita usc, lei disse: - A quanto vedo, quella donna  una tua amica, ma le due inglesi mi hanno parlato di lei.
- Davvero? - Julian non si stupiva che Kavita le avesse cercate, perch non aveva molte occasioni di parlare inglese, data la rigida purdah che vigeva nel palazzo. Yuvraj non ostacolava la loro amicizia solo perch lui era il fratello rakhi e la conosceva da quando era piccola.
- S. Mi hanno detto che le ha minacciate.
L'idea era cos assurda che Julian rise. Se ne pent immediatamente, perch Emma si scans e gli lanci uno sguardo d'accusa. - Dev'esserci stato un malinteso. Hai sentito tu stessa che il suo inglese non  perfetto.
- Se la cava discretamente - osserv per lei. - Sembra anche che le abbia minacciate pi di una volta, quindi non credo che si sia spiegata male. Dicono che le assilla.
- Allora mentono - afferm Julian.
- Come puoi dirlo senza neppure averle ascoltate?
- Conosco Kavita da quando era bambina.  capricciosa e a volte un po' superficiale, ma non  cattiva. - L'espressione di Emma non gli piaceva affatto. Lui era convinto di aver chiarito la situazione una volta per tutte. - Emma - riprese - credi che metterei a repentaglio la tua vita? Come puoi dubitare, dopo quello che  successo ieri sera? Farei qualunque cosa pur di saperti al sicuro. Posso giurarti su tutto quello che vuoi che Kavita  sincera quando ti chiama behin, cio "sorella".
- E il marito?
- Cosa?
- Mi hanno detto... - Lei s'interruppe per guardare la porta. - Mi hanno detto che il marito odia gli inglesi.
-  vero, ma  il padre che comanda. - Siccome Emma non pareva convinta, Julian aggiunse con un sospiro: - Va bene, parler con il Maharajah e gli suggerir di far restare il figlio nel Kashmir finch ci saranno disordini. Del resto le strade non sono sicure, specialmente per un principe del cui padre si dice che favorisca gli inglesi.
- Sai meglio di me cos' opportuno fare - replic Emma, corrucciata, - Se pensi che ti dia retta...
- L'importante  che serva a tranquillizzare te - disse Julian, dandole un bacio sulla fronte.
- Bhhaiyya! - grid Kavita, ricomparendo all'improvviso. - Conosco perfettamente il significato di "un momento", ma mi pare che stiate esagerando.
- Emma...
- Vai - lo sollecit lei, guardandolo negli occhi, Mi fido di t. Davvero.
- Perch quello sguardo triste, behin! Non siete eccitata all'idea del ballo?
Julian guardava Emma con preoccupazione evidente. Lei gli sorrise, ma ci non bast a rassicurarlo. - Parler con il Maharajah durante il durbar, poi ti riferir.
Spazientita, Kavita sbuff e Julian la zitt con un'occhiata. C' sempre una prima volta in tutte le cose.
Emma inciamp nell'abito di seta pesante trapunta d'oro che Kavita le aveva prestato.
- Bechaari! Si rischia di cadere, na? Ma  importante essere eleganti in queste occasioni - disse Kavita, dandole un'ultima occhiata mentre percorrevano il porticato, seguite da due guardie armate di scimitarre. - Non ci vedr nessuno, per  importante ugualmente.
Emma distolse lo sguardo dai muri di pietra ricchi di affreschi e di specchietti che rifrangevano la luce delle torce. Erano stupendi, ma senza finestre. L dentro poteva accadere qualunque cosa.
"Kavita  sincera quando ti chiama sorella."
Emma tir il fiato. Si fidava di Julian. - Perch dite che non ci vedr nessuno? - domand.
- Sar presente tutta la corte, perci dobbiamo osservare la pratica della purdah. - Kavita rise, notando la perplessit di Emma, - Non  una tragedia, vedrete. Matlab yeh hai ki saremo sedute dietro un jallis, in fondo al cortile. Di solito sto vicino alla Maharani-ji; le donne si spingono l'una con l'altra per vedere meglio e non  piacevole. Ma la Maharani-ji ha fatto preparare un posto solo per noi, cos vedremo benissimo. - Imboccarono una scala alla loro sinistra, in fondo alla quale si ritrovarono all'aperto, e presero posto dietro una grande grata dal disegno complesso, da cui si vedeva un enorme cortile di marmo.
Un centinaio di uomini sedevano su grandi cuscini di seta. Portavano turbanti dalle tinte vivaci. Strizzando gli occhi, Emma riusc a vedere di fronte, nel cortile, il Maharajah e Julian seduti sulle sedie e perci sopraelevati rispetto agli altri. Un lato del cortile era occupato da una vasca rettangolare, al cui centra c'era una piattaforma di arenaria. Quattro uomini che indossavano una specie di pigiama bianco si avvicinarono alla vasca. Due di essi entrarono e si immersero fino al mento. Gli altri due diedero loro una lastra di pietra sottile. Dopo averla appoggiata alla piattaforma a mo' di passerella, i primi due uscirono dall'acqua.
- Le danzatrici di nautch si esibiscono al centro della vasca - spieg Kavita. - I musicisti sono di fronte a noi, su quel balcone. Sotto ci sono la Maharani-ji e la sua corte, ma da qui non possiamo vederla.
- Rajkumari-ji? - disse qualcuno.
Si voltarono. Alle loro spalle, una giovane - donna con un sari trasparente color argento reggeva un vassoio con due bicchieri decorati d'oro. Kavita ne porse uno a Emma, poi attese che la giovane bevesse un sorso dall'altro bicchiere.
Mentre lo prendeva, la principessa not l'espressione di Emma. - Lo assaggia per assicurarsi che non sia avvelenato - le spieg. - Volete che assaggi anche il vostro?
- Credete che sia necessario?
- Uno dei due bicchieri potrebbe contenere del veleno - rispose Kavita. - Ma in questo caso particolare, anche se aveste dei nemici, non potrebbero essere sicuri di aver scelto il bicchiere giusto. - Scoppi a ridere. - Haay Ram dovreste vedere la vostra espressione. Non preoccupatevi, behin. Ecco, l'assaggio io stessa. - Afferr il bicchiere, ma la giovane glielo tolse di mano.
Kavita la rimprover aspramente e la ragazza si inchin, bevve un sorso dal bicchiere di Emma, glielo restitu e si allontan. - Suchitra non conosce le buone maniere - comment Kavita - ma  una brava ragazza. Su, gustate la bibita prima che il ghiaccio si sciolga.  un sorbetto immerso nel liquore.
Emma ne assaggi un sorso e fece una smorfia. Era forte, per lasciava un buon sapore in bocca ed era gradevolmente freddo. Decise che le piaceva.
- Oh - mormor Kavita quando le ballerine entrarono nel cortile a passo di danza, - Bahut sundar hain, na? Incantevoli, vero?
Le ragazze avevano dei campanelli ai piedi che tintinnavano a ogni passo. Le sete dai colori sgargianti, le spalle erette, le teste alte e il kohl che sottolineava gli occhi le facevano sembrare delle principesse. Emma vide che Julian sussurrava qualcosa al Maharajah e si chiese se lei non gli sembrasse sbiadita in confronto a quelle splendide fanciulle.
Un suono dolce, simile a quello di un violino, ruppe il silenzio. Accompagnate da un crescendo di tamburi, le danzatrici alzarono le mani sopra la testa e salirono sulla lastra di pietra volteggiando cos vorticosamente da far temere a Emma che cadessero nella vasca. Dopo che si furono disposte in cerchio sulla piattaforma, un uomo port via la passerella.
- La tolgono per evitare che le danzatrici possano raggiungere il Maharajah - spieg Kavita. - Due generazioni fa, un maharajah venne accoltellato in questo stesso aangan da una ballerina, quindi non vogliamo correre rischi.
Emma annu. Le ragazze si muovevano con movimenti fluidi, dando l'impressione che non avessero ossa nelle braccia. Una di esse si ferm al centro della piattaforma e inton un canto.
- Parla di un amore impossibile - tradusse Kavita. - Del suo amato, che non pu nemmeno guardare per non suscitare l'ira dell'imperatore. Il cuore le batte forte e non riesce a dormire... - S'interruppe e la fiss. - Siete innamorata del bhaiyya?
- Come avete detto? - domand Emma, sospettando che l'alcol le avesse dato alla testa.
- Vi ho messa in imbarazzo? - mormor Kavita, con un sorriso. - Il fatto  che mi sento a mio agio con voi, behin. Forse ci siamo conosciute in una vita precedente. Dovete avere sangue indiano, altrimenti come avreste fatto a conquistare Julian? Non  uno sciocco e non si sarebbe mai innamorato di una di quelle inglesi fredde e insignificanti. Come quelle due che il Maharajah-ji ha salvato, Le avete conosciute, vero? Cos mi hanno detto. Sono presuntuose e arroganti. Ulloos. A volte penso che non meritino la benevolenza del nostro Maharajah-ji.
"C' una giovane donna che ci perseguita." Emma guard fuori dalla grata. Julian era lontano e la grata le faceva lo stesso effetto delle sbarre di una prigione. Una guardia alle sue spalle si mosse e la sua spada fece rumore, urtando contro il muro.
- La mia domanda vi ha rattristato - riprese Kavita. A me non darebbe fastidio l'idea di essere la donna di Julian. Molte hanno provato a sedurlo.  ricco, bello e bahut dilwaale, molto coraggioso. Una volta ha ucciso una tigre mangiatrice di uomini armato solo di una spada, e per il Maharajah-ji  come un figlio. Tutti gli uomini lo rispettano, anche se il suo sangue non  puro perch suo padre era inglese.
- Non mi d fastidio l'idea di essere la sua donna - disse Emma.
- Allora probabilmente vi spaventa.  successo anche a me con Yuvraj. La paura vi passer. Ecco, bevete ancora un po'. Faremo un brindisi, secondo l'usanza inglese. - Mise la mano di Emma sul bicchiere che aveva posato e lo tocc con il proprio. - Al superamento delle nostre paure - mormor - e all'Hindustan.
- All'India - disse Emma, Mentre beveva, incroci lo sguardo di Kavita al di sopra del bicchiere.
- Comunque si voglia chiamarla - mormor la principessa, tornando a guardare le danzatrici.
Volente o nolente, Emma si vide costretta a bere diversi sorbetti. Kavita insistette per brindare alla grazia delle danzatrici, alla generosit della Maharani, alla brezza fresca della sera e persino alla tempestivit della cameriera nel sostituire i bicchieri vuoti con quelli pieni. Dopo un po' il liquore inizi a ottenebrarle la mente e poi a farle perdere il senso dell'equilibrio.
- Che cosa ti ha fatto? - domand Julian, vedendo che Emma, alzandosi, barcollava.
- Abbiamo bevuto qualche sorbetto - rispose lei. Non era mai stata felice di vederlo come in quel momento e si trattenne a stento dal dirlo.
- L'hanno preparato con quel liquore al miele che piace tanto a Yuvraj - aggiunse Kavita con uno sbadiglio. - Spero che la Maharani-ji mi perdoner se mi ritiro senza augurarle la buonanotte.
- Ne sono certo - replic Julian, palesemente divertito. - Volete che vi accompagni allo zenana?
- Haay Ram! Chiss che scompiglio creerebbe. No, mi far accompagnare dalle guardie. - Kavita si alz e, barcollando pericolosamente, svolt l'angolo e scomparve dalla visuale.
- Se suo padre la vedesse in questo momento - comment Julian con una risata.
- Julian - mormor Emma, aggrappandosi al suo braccio per non cadere.
- Che ne dici di salire sulla terrazza? Non ci vedr nessuno e la vista  stupenda.
- Ottima idea. -; Se nessuno poteva vederli, pens Emma, avrebbero avuto la possibilit di parlare senza correre il rischio che qualcuno li sentisse.
Percorso un corridoio, salirono su per una scala ripida da cui si accedeva a una terrazza. Julian aveva ragione: il panorama era fantastico. La pianura illuminata dalla luna sembrava estendersi all'infinito.
Lui le pass un braccio intorno alla vita e le baci il collo, poi abbass la testa e appoggi la fronte alla sua. - Rispetto la tua convinzione che qui siamo al sicuro - disse Emma - ma ti confesso che non la condivido. - Julian sospir. Lei lo baci teneramente. - Mi dispiace - aggiunse.
Julian scosse la testa e lasci vagare lo sguardo sulla pianura sottostante. - Domani parto per Delhi - annunci.
- Cosa? - domand lei, staccandosi dall'abbraccio.
- Devo tornare indietro. L'inviato del Maharajah  arrivato questa sera. Le truppe ribelli hanno stretto d'assedio il campo inglese sul Ridge e l'esercito radunato a Kurnaul si prepara ad attaccare. Dovr partecipare ai negoziati.
- Non puoi partire, proprio ora che ti ho detto... Julian, potrebbero ucciderti.
- Ascolta, Emma. Ho parlato con il Maharajah. Mi ha promesso che ordiner al figlio di restare nel Kashmir e...
- Non  il figlio che mi preoccupa, ma sua moglie. Quella donna...
- Emma, io ti amo.
Aveva capito bene? - Come hai detto? - domand, lei incredula.
- Che ti amo. Questo  l'unico luogo che mi viene in mente dove sarai al sicuro. Se ti lascio qui  perch ti amo e se questo non ti basta, non so proprio cosa fare per convincerti.
- Portami a Delhi con te - disse lei, di getto.
- No.
- Perch no?
- Santo cielo, Emma! - La sua collera la intimor. Fece un passo indietro. Julian si pass una mano tra i capelli. - Sai, ho ucciso tre uomini per portarti in salvo. Come minimo. Il bazar era... - S'interruppe. - Non fraintendermi. Non mi pento di quello che ho fatto, ma come puoi pretendere che ti riporti l?
- Allora resta. Lascia che siano altri a condurre le trattative. Non sei nell'esercito. Nessuno si aspetta che te ne occupi.
- Questo  vero - ammise Julian.
Emma fece una smorfia di dolore e si accorse di essersi affondata le unghie nel collo. - Spero che tu non lo faccia per dare una prova di coraggio a questa gente - disse. - Non se lo merita.
- "Questa gente"  la mia gente - la corresse lui. - Gli uni e gli altri. Sia per gli inglesi che per gli indiani, devo contribuire a far cessare questo spargimento di sangue.  mio dovere.
- No - protest Emma in tono pacato, avendo compreso di colpo che non c'era modo di fargli cambiare idea. Lo capiva dalla sua espressione e dal modo in cui gli guizzavano i muscoli delle mascelle. "Vi porter in un posto sicuro." Gliel'aveva promesso all'inizio, in riva al fiume Jumna. Aveva deciso fin da allora che l'avrebbe lasciata l. Possibile che se ne fosse scordata?
Ma da quel giorno erano cambiate molte cose. L'universo intero. Julian l'amava, - Non posso... - Emma s'interruppe. Non poteva perdere anche lui. - Se parti, non ti... - "Non ti perdoner mai." No, non doveva dirlo.
- E poi c' la mia famiglia - riprese Julian. - Che accettino o meno il mio aiuto, devo almeno sapere se sono al sicuro.
Emma non poteva dirgli che non era disposta a perdonarlo.
Le bruciavano gli occhi. Guard la luna, immutabile nel buio del cielo.
- Torner a prenderti - promise lui, avvicinandosi. -  superfluo dirlo. Lo giuro su me stesso e su di te. Resterai qui fino a quando tutto non sar tornato alla normalit, e quando i disordini saranno cessati, verr a prenderti.
Emma si fece coraggio. - Hai ragione - convenne. - Devi andare.  stato stupido da parte mia tentare di trattenerti. La tua  una dimostrazione di coraggio, di nobilt d'animo, e ti ammiro per questo.
- Non guardarmi in quel modo - disse Julian con voce alterata. - Torner a prenderti. Per la miseria, dimmi che lo sai.
- S, se ne uscirai vivo - replic Emma con la morte nel cuore.
- Certo che ne uscir vivo - mormor Julian, - Devo sopravvivere per te.
La baci quasi con violenza ed Emma tent di staccarsi, ma Julian la strinse cos forte da farle male. Lui non voleva lasciarla andare, per sarebbe partito. Tutti la abbandonavano. Tutte le persone che amava alla fine sparivano dalla sua vita. Sent un singhiozzo salirle dalla gola e lo soffoc con rabbia. Affondando le dita come artigli nelle spalle di Julian, rispose al suo bacio con altrettanto ardore.
Poi lo spinse via. Julian non fece resistenza, Indietreggi di un passo.
- Vai - disse Emma. - Vai, allora.
Non avrebbe pregato per lui. Aveva provato in passato, ma non era servito a nulla. Le preghiere non funzionavano.

10
Kavita le mise in mano un bicchiere di limonata. - Non  la fine del mondo, Emma. Questa guerra finir presto e Julian verr a prendervi.
Emma distolse lo sguardo dallo schizzo che stava facendo sull'album da disegno che Kavita le aveva regalato. Guard distrattamente il bicchiere. - Oh, grazie - mormor. Bevve un sorso e batt le palpebre mentre uno dei servi le faceva aria con un grande ventaglio di piume.
- Ehi, kya kar rahe ho! Fai attenzione! - l'ammon Kavita. Il ragazzo chiese scusa. So cosa significa doversi separare dall'uomo che si ama - riprese la principessa. - Non vedo l'ora che torni il mio Yuvraj.
- S - mormor Emma. Nell'ultima settimana non aveva ricevuto lettere da Julian. Era vivo? Era riuscito a convincere quel cugino testardo a lasciare la citt? Si mise una mano sul petto. Di giorno si sentiva come se avesse una pietra sul cuore e faceva fatica a respirare. Di notte, a letto, riviveva quello che c'era stato tra loro tra le rovine e non riusciva a dormire. Le mancavano le sue mani e la sua voce. Passava la notte camminando avanti e indietro per la stanza.
- Quando torner, lo prender a scarpate in faccia - scherz Kavita.
Emma sorrise. Il Maharajah aveva mantenuto la promessa. Dopo quattro settimane, il principe ereditario si trovava ancora a Srinagar. Kavita era demoralizzata.
- Finalmente vi vedo sorridere - disse. - Brava, behin. Non dovete avere quella faccia triste. Cominciavate ad assomigliare a quelle due ulloos laggi. - Indic il giardino sottostante. Emma guard e vide che Anne Marie e la signora Kiddell avevano finalmente trovato il coraggio di uscire a fare una passeggiata.
Le due donne non le rivolgevano la parola. Non sapeva perch. Forse Kavita aveva detto qualcosa che avevano frainteso. In quelle ultime settimane, Emma aveva capito che Julian aveva ragione. La principessa non era cattiva, ma traboccava di entusiasmo, e a volte certe sue espressioni, tradotte in inglese, potevano essere male interpretate. Il disprezzo che manifestava nei confronti delle due ospiti straniere, forse pi simulato che reale, probabilmente dipendeva dal fatto che si sentiva offesa dalle loro scortesie. Kavita era abituata a essere amata da tutti, e ora che iniziava a conoscerla meglio, Emma capiva perch. La principessa era, a suo modo, una vincente Sveglia, allegra e incontenibile.
Le sorrise, - Facciamo ancora un tentativo - disse, sporgendosi dalla terrazza. - Signora Kiddell! - chiam. - Anne Marie! Come va? Bella giornata, vero?
La giovane sbuff cos forte che la sentirono dalla terrazza. - Avevamo deciso di non rivolgerle pi la parola, non  vero, signora Kiddell? - disse a voce alta.
- Certe persone sono proprio ottuse.
- Aggrottando la fronte, Emma guard la principessa.
- Niente da fare - osserv. - Non mi possono vedere.
- Stupide oche - proruppe Kavita, - Forse dovrei mettere quelle due e Suchitra in un piccolo... - Interrotta da uno squillo di tromba, si gir sulla sedia per guardare il cancello del forte.
Emma si alz di scatto e, facendosi schermo con l'album da disegno per riparare gli occhi dalla luce abbagliante, guard a sua volta in quella direzione e vide arrivare un gruppo di uomini a cavallo. - Oh, mio Dio, non sono sepoy, vero?
- Nahin, no, sono gli inviati del Maharajah.  il periodo delle tasse, e una settimana fa ha mandato i suoi uomini al villaggio pi vicino a riscuotere i tributi.  con questo denaro che paga la decima agli inglesi - aggiunse Kavita con un sorriso malizioso - praticamente dissanguando i suoi sudditi.
- Mi dispiace - mormor Emma a occhi bassi. - Non  giusto. Comincio a pensare che tutto il sistema sia sbagliato.
- Non fatevene un cruccio - replic la principessa. - So che fate del vostro meglio per essere obiettiva, behin, ma siamo due donne, e pensare troppo potrebbe essere pericoloso. Sono gli uomini che prendono le decisioni, perci  giusto che se ne assumano anche la responsabilit.
Emma fece una smorfia, - Non  consolante, vero? - Delle grida che venivano dal basso la fecero scattare in piedi di nuovo. Non pot fare a meno di ridere, vedendo Anne Marie e la signora Kiddell che strillavano come aquile alla vista degli esattori delle tasse. Anne Marie si era afflosciata al suolo e la signora Kiddell tentava di farla alzare, chiamando aiuto a gran voce.
Kavita guard gi e scoppi a ridere anche lei. - Razza di stupide!
- Veramente non dovremmo prenderle in giro - mormor Emma, tornando seria. - Signora Kiddell! - chiam. - Anne Marie! Va tutto bene. Quelli sono uomini del Maharajah.
La signora Kiddell si gir e alz la testa per guardarla. - Oh, grazie al cielo. Siete sicura?
- S, ne sono... - Tacque di colpo perch Kavita le aveva posato una mano sul braccio. - Che cosa c'? - le domand.
- Quegli uomini... - rispose la principessa, impallidendo non li riconosco... Guardie! - grid. - Oe bachaao!
Emma torn a guardare gi. La signora Kiddell aveva ancora la testa alzata verso di loro e gli occhi sbarrati quando il primo uomo la raggiunse. Senza esitare, lui trasse fuori un coltello e le tagli la gola. La testa le ricadde all'indietro mentre si accasciava a terra.
Anne Marie lanci un urlo agghiacciante, e uno degli uomini le tagli con un colpo secco il davanti dell'abito.
- Oh, mio Dio! - mormor Emma, atterrita. - Oh, mio Dio!
- Emma! - la chiam Kavita, scuotendola energicamente. - Dovete fuggire, behin.
L'uomo alz la testa e per un attimo Emma ne incroci lo sguardo; poi la lama colp di nuovo, tranciando di netto i seni di Anne Marie. La ragazza stramazz a terra. L'uomo grid qualcosa, indicando Emma con la lama insanguinata.
Lei si volt verso Kavita e le afferr il polso. - Se Julian torner... quando torner, ditegli che ho...
- Glielo direte voi stessa - la interruppe la principessa, trascinandola verso la porta che dava accesso alle sue stanze. - Svelta, behin, strappate quelle tende - ordin. - Hay Ram, dove si sono cacciate le maledette guardie?
Emma infil l'album da disegno sotto il braccio in modo da avere le mani libere per strappare i tendaggi pesanti che le caddero addosso, sollevando una nuvola di polvere.
- Spingete avanti il candelabro che sta in quella nicchia.
Emma ubbid e si ud uno scatto. Kavita corse dalla parte opposta della stanza e spinse uno dei pannelli di gesso con tanta forza da dare l'impressione che si spezzasse. Il pannello si apr, rivelando uno stretto corridoio. La principessa afferr una torcia e gliela diede.
- Il passaggio sbuca nelle scuderie - disse. - Date agli uomini... - Si guard attorno, poi si esamin e si tolse un anello dal dito. - Dategli questo e prendete un cavallo. Lasciandovi il sole alle spalle e proseguendo in quella direzione, incontrerete dei soldati inglesi. Andate, behin.
Emma le diede un bacio sulla fronte e imbocc il corridoio. Quando il pannello si richiuse, aveva gi sceso la prima rampa di scale.
Emma cavalc come non aveva mai fatto in vita sua. Aveva la mente vuota. Non voleva pensare alla scena a cui aveva assistito. Era incredibile; inconcepibile che degli esseri umani potessero comportarsi in quel modo orribile. Scacciando quel pensiero dalla mente, si concentr sulla fuga. Kavita le aveva detto di procedere nella direzione opposta al sole ed era quello che stava facendo.
Solo dopo aver attraversato villaggi deserti, disseminati di cadaveri e distrutti dalle fiamme, alcuni dei quali bruciavano ancora, Emma usc dallo stato di torpore in cui era caduta. In un primo momento pens che i villaggi fossero stati rasi al suolo dai sepoy, poi per si rese conto che non era possibile. Era la prima volta dopo tante ore che riusciva a ragionare con lucidit.
Perch mai le truppe indiane avrebbero dovuto distruggere i villaggi e sterminare gente della loro stessa razza? Doveva essere opera degli inglesi. Gi, dei soldati britannici che avanzavano verso Delhi.
Si sarebbe dovuta sentire sollevata al pensiero di incontrare i suoi connazionali, invece era in preda al terrore. Erano tutti uguali, inglesi e indiani, se riuscivano a commettere simili atti di violenza contro persone innocenti. Lei non voleva schierarsi n da una parte n dall'altra. Le venne la tentazione di rallentare la corsa per gettarsi sulla sabbia del deserto e lasciarsi avvolgere dal suo calore, restare l in attesa che qualcuno decidesse della sua sorte. Perlomeno non sarebbe stata testimone di tanti spargimenti di sangue. Ma Kavita le aveva detto di fuggire.
Quando finalmente scorse degli uomini a cavallo e cap, sebbene avesse la vista offuscata dalle lacrime e dalla polvere, che non erano inglesi ma indiani, non prov nulla. Forse solo sollievo. Aveva fatto come le era stato detto e presto sarebbe tutto finito.
Port il cavallo al passo e si avvicin, raddrizzando istintivamente le spalle e alzando la testa con fierezza. La debolezza non faceva parte della sua natura. Se non altro, di quello poteva essere orgogliosa.
E pensare che aveva riso di loro. Aveva riso di Anne Marie e della signora Kiddell qualche istante prima che morissero.
Soffoc un singhiozzo e strinse i denti mentre i sepoy la circondavano.
- Memsahib - disse uno di loro in tono rispettoso - da dove venite?
- Da Sapnagar - balbett Emma. Non riusciva a spiegarsi l'espressione grave di quegli uomini e la loro calma. - Hanno... hanno ucciso...
- Memsahib - ripet l'indiano con un sospiro, togliendole le redini di mano. Emma trasal, aspettandosi che l'uomo sguainasse la spada. Invece lui accarezz il muso del cavallo e la guard. - Non abbiate paura. Il mio reggimento non si  unito ai rivoltosi. Vi scorteremo fino al campo inglese.
Confusa, Emma lasci che lui voltasse il suo cavallo nella direzione opposta e la guidasse verso il sole che tramontava.
Nella citt di Kurnaul regnava il caos. Le stradine tortuose erano diventate un labirinto di tende militari, intorno a cui si aggiravano soldati stanchi in attesa di ordini. La pioggia recente aveva trasformato la terra in fango e i colori predominanti erano il grigio e il marrone, che ben si addicevano allo stato d'animo generale.
Il reggimento di sepoy che aveva scortato Emma fino al campo si era disperso nei meandri della citt, allo scopo di trovarle una stanza tra quelle occupate dalle mogli degli ufficiali. Dopo mezz'ora trascorsa sotto gli sguardi curiosi e le battute di dubbio gusto dei soldati inglesi, Emma smont da cavallo e si incammin tra le tende senza una meta.
Mentre passava si accorse che la guardavano tutti, forse per il suo abbigliamento o per lo strano taglio dei capelli che la cameriera di Kavita aveva pareggiato. Pi probabilmente, s chiedevano se fosse caduta prigioniera dei sepoy e fosse stata violentata.
Non le importava un accidente di ci che pensavano.
Preoccuparsi della propria reputazione in quel momento era semplicemente ridicolo. Era viva, e solo questo contava. Tanti non ce l'avevano fatta.
- Ehi, signorina.
Emma si gir. L'uomo arross sotto il suo sguardo.
- Che cosa c'? - domand.
Mi rincresce molto, signorina, perch mi rendo conto che dovete aver avuto qualche brutta esperienza, ma questa parte del campo  riservata agli ufficiali, e i civili non sono ammessi. Volete che vi accompagni nel settore riservato alle donne?
Emma diede un'occhiata alle tende alle sue spalle. - Chi sono gli ufficiali al comando?
- Oh, vi chiedo scusa. Cercavate uno di loro?
Emma ebbe una breve esitazione, poi pens che era improbabile che Marcus fosse l. - Per caso c' il colonnello Lindley?
- S, signorina. La sua tenda  proprio quella che avete di fronte, ma in questo momento non  qui. Stiamo tentando di riportare l'ordine nella zona intorno a Kurnaul e ci  giunta voce che ci siano dei disordini al nord. Il colonnello  andato a sedare la rivolta.
- Ammirevole - disse Emma senza entusiasmo. I villaggi distrutti erano opera sua? Era quello il suo modo di ristabilire l'ordine?
- Tenente Ripley! - chiam una voce da un punto poco distante. - Venite a far rapporto o no?
Il tenente fece una smorfia. - Aspettate un momento, signorina. Trover qualcuno che vi riaccompagni, - Spar in una delle tende ed Emma si guard intorno, incerta sul da farsi. La prospettiva di doversi confrontare con delle memsahib inglesi la nauseava. Scacciando il pensiero dalla mente, attravers la strada e si intrufol nella tenda di Marcus.
La tenda si richiuse ed Emma trattenne il respiro nel timore che qualcuno l'avesse vista e sollevasse un putiferio. Quando sent che dall'esterno provenivano soltanto i rumori consueti, si tranquillizz e trov il coraggio di andare avanti. Finalmente sola. E al sicuro, almeno per il momento.
Le venne quasi da ridere. Al sicuro. "Oh, Julian, ti sei proprio sbagliato."
Meglio non pensarci.
La tenda era semivuota. Oltre a una scrivania pieghevole e una sedia, c erano solo un calamaio e una pila di mappe arrotolate in un angolo. Il letto era stato rifatto. Marcus era sempre stato un tipo preciso. Le venne la tentazione di schiacciare un pisolino, ma non le andava di sdraiarsi sul suo letto e comunque troppi pensieri le si agitavano nella testa, troppe scene orripilanti le si erano impresse nella mente. Strinse i pugni, poi pens che disegnare le avrebbe fatto bene, l'avrebbe aiutata a vincere il terrore.
And alla scrivania, prese una penna e trasse l'album da disegno dal fondo della tasca. La copertina era sporca. Rivoltando il tessuto, la vuot della sabbia che conteneva.
Dopo essersi seduta, osserv una lettera scritta nella grafia svolazzante della lingua urdu. Quei caratteri cos piacevoli a vedersi, pieni di curve rassicuranti, contrastavano con i pensieri che la tormentavano. Si ricord di quanto si fosse entusiasmata quando li aveva visti per la prima volta, nel bazar di Delhi. Sembrava che fosse passata un'eternit. Il tempo volava. Chiss, forse l'indomani si sarebbe svegliata con i capelli bianchi e il viso solcato da rughe. Poteva capitare di tutto, in un Paese come quello.
A un tratto la scrittura si fece confusa sotto i suoi occhi, e i caratteri si mossero come in una danza. Batt le palpebre e i segni si mossero ancora, stavolta come le onde dell'oceano. Che strano. Forse la scrittura era la chiave di tutto.
Accorgendosi di formulare pensieri senza senso, inizi a preoccuparsi.
Fece un respiro profondo e spost la lettera. Aperto l'album da disegno e ripulita la carta alla meglio, inizi a disegnare; la mano tremante, fuori controllo, tracci sul foglio una linea continua che le imbratt anche la gonna.
Sforzandosi di calmarsi, Emma riprov. Stavolta la penna, obbediente, disegn in un linguaggio universale la curva della guancia di Anne Marie.
Dopo aver alzato la testa che aveva appoggiato alla mano, Emma batt pi volte le palpebre nel tentativo di tornare alla realt. Le faceva male il collo per la posizione scomoda che aveva assunto. Com'era possibile che si fosse addormentata? Guard il foglio davanti a s e per un attimo le manc il respiro. Dio, che immagine agghiacciante. Meglio di cosi non avrebbe potuto renderla. Chiuse l'album.
Anche le braccia erano indolenzite. Si alz e, mentre si stiracchiava, voltandosi si trov davanti un uomo che la guardava in silenzio.
- Avete dormito tanto - disse questi, battendosi sulla coscia i fogli che aveva in mano. - Vi osservavo.
Emma deglut. - Sto aspettando che torni il colonnello Lindley - mormor.
- Capisco.
- Sono la sua fidanzata - continu Emma. - Mi aspettava.
- Mi avete gi ingannato una volta con questa storia - riprese l'uomo con un sorriso maligno - voi e quel mezzosangue del vostro amico marchese. Ma ora so che mentivate. - Mentre si avvicinava, Emma trasal. L'aveva riconosciuto: era l'individuo incontrato al bazar. - Vi ho vista arrivare con quei selvaggi e so che cosa vi  capitato. Che vergogna. Una donna onesta morirebbe piuttosto che essere disonorata. Forse speravate di morire e non avete avuto il coraggio di togliervi la vita.
- Vi sbagliate - replic Emma a voce alta - e se non vi allontanate subito...
L'uomo le si avvent contro e le tapp la bocca. - Io vi purificher - le sussurr all'orecchio. - Sono di puro sangue inglese. Non vi ricorderete pi di ci che vi hanno fatto con le loro manacce scure.
Emma tast la scrivania alle sue spalle nella speranza di trovare qualcosa da usare come arma e fece cadere l'album da disegno. L'uomo la stratton cos forte da farle sbattere la testa per terra, ma Emma nel frattempo era riuscita ad afferrare il tagliacarte.
- Non ci vorr molto - riprese l'uomo, bagnandole l'orecchio con la bocca umida. - Solo pochi...
Emma gli conficc il tagliacarte nella, tempia.
L'uomo sbarr gli occhi e si accasci al suolo. Mentre lo guardava morire, Emma non vedeva lui, ma il volto terrorizzato della signora Kiddell che chiedeva rassicurazioni. Risent la propria voce che rispondeva: "Va tutto bene. Sono gli uomini del Maharajah".
Il militare respirava in un modo strano, rumoroso. Tremando incontrollabilmente, Emma si chin a raccogliere i suoi disegni, ma faceva fatica a separarli dai fogli che l'uomo aveva fatto cadere. Avrebbero pensato che li avesse rubati, che fosse una ladra. Oltre che un'assassina.
Oh, santo Dio!
Si rialz e corse fuori dalla tenda.
Cawnpore puzzava di carne carbonizzata e polvere da sparo. Il luogotenente si allontan da Julian e rimase in attesa ai margini di quello che un tempo era stato il campo di parata. Appoggiato al muro, sentiva la terra tremare sotto i piedi. A meno di un chilometro, vicino all'edificio dove gli uomini di Nana Sahib avevano trucidato decine di donne e bambini inglesi, l'esercito britannico smembrava gli ammutinati legandoli ai cannoni e facendo fuoco.
Il luogotenente che l'aveva scortato al campo gli era sembrato troppo giovane e inesperto. - Mi hanno appena trasferito da Calcutta - gli aveva detto. - Tra qualche giorno mi sar abituato. Ho appena ricevuto una lettera della mia fidanzata, dallo Shropshire, in cui mi dice di ucciderne uno per conto suo. Pare che i giornali non parlino d'altro. Mi sembra che voi la prendiate piuttosto bene.
Julian l'aveva gi visto accadere. A Delhi, a Meerut, a Lucknow, a Jhansi, a Benares, ad Agra e in tante altre citt pi piccole che aveva quasi dimenticato. Girava per l'India da molto tempo e, dovunque andasse, il desiderio di vendetta si era gi concretizzato. Il rombo costante dei cannoni, lo stridio del capestro, le grida di dolore che da lontano non suonavano n indiane n inglesi, ma semplicemente umane.
Cawnpore era troppo lontana da Sapnagar, Emma non poteva essere arrivata fin l. Sapendo cos'era accaduto in quella citt, Julian poteva sentirsene rincuorato. Ormai era passato molto tempo dall'ultima volta che l'aveva vista, erano trascorsi mesi dal giorno della sua scomparsa.
Kavita gli aveva detto di averla spinta ad andare nella direzione opposta al sole. Perci Julian si era diretto a est e l'aveva cercata metodicamente, dapprima negli accampamenti inglesi e poi, tornando sui suoi passi, nei villaggi dove lei avrebbe potuto trovare rifugio. Qualcuno poteva aver avuto compassione di quella donna in difficolt, che portava al dito l'anello del casato dei Rathore. Niente. Emma sembrava sparita nel nulla.
Quella era la sua ultima speranza.
Emma l'aveva supplicato di non lasciarla, e Julian aveva avuto le lacrime agli occhi, quando le aveva opposto un rifiuto. Gli pareva di sentire ancora la sua voce. E lui, con imperdonabile arroganza, le aveva detto che poteva stare tranquilla, che l era al sicuro.
- Holdensmoor! Siete l'ultima persona che mi aspettavo di incontrare.
Alzando la testa, Julian vide Lindley andargli incontro sorridente e baldanzoso. Si tocc con un dito l'angolo dell'occhio e poi la bocca.
- Eh? - domand Lindley al suo attendente, che annu e gli porse un fazzoletto. -  un lavoro sporco - mormor, levandosi il sangue dal viso. - Cosa posso fare per voi?
Il tono gentile, cos inaspettato, gli acceler i battiti del cuore. Chiss... Forse era la volta buona. - Sto cercando Emmaline Martin - disse Julian.
Lindley, che si era voltato per restituire il fazzoletto all'attendente, si immobilizz di colpo.
- Qui a Cawnpore? - domand.
- S.
Lindley lo scrut. -  vero che non siamo in buoni rapporti, cugino - disse - ma non vi sembra esagerato venire a parlarmi di Emmaline? - S'interruppe, come se a un tratto gli fosse venuto in mente qualcosa. - Colpa del sangue che vi scorre nelle vene - continu. - Avete un bel coraggio a venire nell'accampamento di bravi soldati inglesi assetati di vendetta. Non vi sentite un po' nervoso, cugino? - Inclin la testa da un lato. - No, vedo che siete tranquillo. Davvero notevole.
- Non l'avete vista? - domand Julian, che iniziava a spazientirsi. - Non sapete nulla di lei?
- No - rispose Lindley - e non capisco cosa vi induca a pensare altrimenti. Certo, eravamo fidanzati, ma l'ultima volta che l'ho vista  stata alla Residenza e in quell'occasione lei si  rifiutata di seguirmi. Dev'essere morta. Che peccato. Stava per ereditare un mucchio di soldi. Mi avrebbero fatto comodo. Comunque quando torner in patria non avr problemi economici, chiunque decida di sposare. Forse ricever il titolo di cavaliere. Voi che ne dite?
- Vi consiglio di puntare pi in alto - rispose Julian. - Vi baster bazzicare il mio ambiente. State certo che non vi perder d'occhio.
Lindley rise. - Che cos', una minaccia? Siate pi prudente. Qui comando io, Holdensmoor. A proposito, ho sentito dire che eravate a Delhi quand' scoppiata la sommossa. Siete riuscito a portare in salvo i vostri parenti scuri di pelle?
"Vai via" gli aveva detto la nonna dopo il funerale di Deven, mentre si allontanava dalla pira su cui il suo corpo era stato cremato. "Hai adempiuto ai tuoi doveri verso questa famiglia."
Deven era stato ucciso da un proiettile inglese. Non doveva aver sofferto molto.
Julian sper che a Emma non fosse andata peggio.
Voltate le spalle a Lindley, si incammin nella direzione da cui era venuto. Non era forte come Emma. Quando gli vennero le lacrime agli occhi, non riusc a trattenerle.

Parte seconda

11
Londra
Maggio 1861
Guardando fuori del finestrino, non cera niente d'interessante da vedere in quella parte di Londra. La carrozza arrancava in una foschia di fumo di carbone che puzzava di zolfo. All'interno c'era buio pesto. Occorreva stare aggrappati alle maniglie perch la vettura procedeva a sobbalzi, spesso fermandosi all'improvviso. Forse il vetturino temeva di avere un incidente. Poco prima ne avevano visto uno. Un omnibus era andato a sbattere contro una carrozza. Un cavallo era morto, gli altri, nitrivano e scalpitavano nel tentativo di liberarsi dei finimenti. Mentre i passeggeri feriti e insanguinati scendevano dal veicolo, si era radunata una piccola folla di curiosi, alcuni dei quali gridavano aiuto.
Emma se n'era disinteressata. Quando la carrozza aveva ripreso il viaggio, aveva visto un uomo avvolto in una coperta grigia su cui spiccava la scritta THE LADY DANFORTH RELIEF FUND. Con un gessetto in mano, stava tentando di ricostruire il disegno che la gente aveva calpestato. Rappresentava la testa di Napoleone, e sotto c'era scritto: STO MORENDO DI FAME. Dunque quella era la prima lezione che Londra le dava. Non era l'unica che riuscisse a sopravvivere grazie alla passione per l'arte.
Avrebbe potuto lanciargli un penny, ma l'impulso era durato solo un attimo e comunque i finestrini della carrozza erano chiusi.
Seduta di fronte a lei, la cugina si copriva la bocca con il fazzoletto per filtrare l'aria. Emma rimase qualche istante a guardarla, poi prov a respirare a bocca aperta. L'aria acre bruciava la gola e sembrava formare un grumo che non si riusciva a mandare gi. Emma non capiva per quale ragione la gente scegliesse di vivere in quella citt, tuttavia evidentemente aveva i suoi buoni motivi. A respirare quell'aria si aveva l'impressione di soffocare, ma siccome non si poteva vivere senza, doveva farlo comunque.
- Finirai per ammalarti - disse la cugina.
Emma si volt verso il finestrino. Lei e Delphinia non andavano molto d'accordo per via dei suoi dipinti. "Perch non li bruci?" le aveva domandato un anno prima, o forse due. Magari non faceva sul serio. All'epoca Delphinia non stava bene. Comunque l'aveva pregata di non mostrarli a nessuno.
Il colloquio che avrebbe avuto di l a poco si preannunciava tutt'altro che piacevole. "Certo, signore, questo l'ho disegnato in India. Ero terrorizzata, ma mi  andata bene: quell'uomo non mi ha ucciso perch  stato ammazzato. Quest'altro l'ho disegnato ad Alwar e mi  particolarmente caro. Mi fa piacere che apprezziate questa tecnica. Se non avessi studiato i pittori italiani, non avrei ottenuto la profondit e il vigore che il soggetto richiedeva. Non sarei riuscita a terminare il disegno e la scena mi sarebbe rimasta impressa nella mente, perseguitandomi per il resto dei miei giorni. E cos, se aveste voluto parlare con me, avreste dovuto cercarmi a Bedlam o in qualche altro manicomio."
La carrozza si ferm. Delphinia le tocc la spalla, riportandola di colpo alla realt.
- Siamo arrivate, cara.
Dopo che si furono sistemate, Delphinia chiese al domestico di lord Lockwood di accendere il fuoco nel camino e l'aria nel salotto divenne irrespirabile come la foschia che c'era fuori. Una cameriera port il t, ma Emma non riusc a sedersi e continu a camminare avanti e indietro, mentre la cugina lo versava nelle tazze. - Ti innervosisce l'idea di incontrare il conte? - domand Delphinia.
Emma alz le spalle. Aveva creduto di essere pronta ad affrontare Londra, ma gi sentiva la mancanza di Durringham. Se fosse stata nel Devon, a quell'ora sarebbe andata a fare una passeggiata in Gemson Park, dopo aver trascorso la giornata dipingendo. Forse sarebbe stata frustrata perch i suoi ultimi lavori le sembravano mediocri, per almeno si sarebbe sentita in pace.
- Ti deve aver preso la malinconia - afferm Delphinia con un tono secco.
Emma ebbe la tentazione di non rispondere, ma non sarebbe stato corretto addossare la colpa del suo stato d'animo alla cugina. In quegli ultimi anni, Delphinia l'aveva vista spesso di pessimo umore e l'aveva sopportata senza lamentarsi. - Niente affatto - rispose. - Ora non pi, quindi non hai motivo di preoccuparti.
- Sei arrabbiata con me, allora?
Emma si ferm per riflettere. Lei stessa non sapeva spiegare cosa provasse, se fosse amarezza, rabbia o soltanto stanchezza. - Se sono arrabbiata, ne ho motivo - rispose con un'altra alzata di spalle.
Delphinia le si par davanti con aria combattiva. Se avesse avuto un fisico pi imponente, avrebbe ottenuto l'effetto desiderato; invece era piccola, minuta e fragile come una bambola di porcellana. - Non dovresti continuare a rinfacciarmelo, Emma - protest. - Sai bene che mi sento gi in colpa.
- Com' giusto che sia. Ti avevo dato quei quadri pregandoti di non mostrarli a nessuno.
- Non l'ho fatto apposta - si giustific Delphinia - Li avevo appesi nel salottino dove, come sai, entriamo solo noi di famiglia; ma poi Gideon e lord Lockwood sono diventati cos amici che un giorno l'ho ricevuto l. Lui li ha visti e se n' innamorato. Ha detto che sono stupendi.
- Allora ti consiglio di tenerlo alla larga. Deve avere uno spirito perverso.
- S,  parso strano anche a me - replic Delphinia, arricciando il naso. - Ma sai cos'ho pensato in quel momento?
- Non ne ho idea. Non immaginavo che fossi in grado di pensare.
- Mi  venuto in mente che il conte di Lockwood  noto come scopritore di nuovi talenti. Se mostrasse i tuoi quadri durante una delle sue feste da ballo, in citt tutti parlerebbero di te.
- S, per criticarmi - ribatt Emma, riprendendo a camminare. - Delphinia, sai bene quanto desideri farmi un nome, ma devo riuscirci da sola, e con quelle tele non arriverei da nessuna parte.
- Quali altri lavori hai da mostrare?
- Simpatica, la cugina. Aveva il tatto di un elefante. - Ne far altri. Quando torner dall'Italia...
- Non capisco che bisogno tu abbia di andare cos lontano per imparare a dipingere meglio.
- Quando torner - riprese Emma - avr altri dipinti da mostrare. Ma se si saranno gi fatti una cattiva opinione di me, nessuno mi prender in considerazione.
- Per questo ho raccomandato a lord Lockwood di non rivelare la tua identit - disse Delphinia, tornando a sedersi. - Vieni a bere una tazza di t.  davvero squisito,
A un tratto Emma ebbe un'intuizione. - La tua versione dei fatti  cambiata, Delphinia. Nella lettera mi avevi scritto che lord Chad ha mostrato i miei quadri a Lockwood mentre era un po' alticcio.
- Ah, davvero? Evidentemente mi sono confusa.
- Ne dubito - replic Emma, sedendosi su una poltrona Regina Anna. - Dimmi la verit. Glieli hai fatti vedere di proposito.
Abbassando lo sguardo, Delphinia si rigir la tazza tra le mani. - Se  questo che pensi, non hai una grande opinione di me.
Emma scroll il capo. Un anno prima, una storia simile l'avrebbe distrutta. - Confessa - insistette. - Si dice che faccia bene all'anima.
- Si dice anche che il sangue non  acqua e che non  una grande colpa infrangere una piccola promessa.
- All'epoca non era affatto piccola - obiett Emma. - Non puoi immaginare quanto fosse importante per me.
-  vero, non lo immagino perch non me l'hai mai spiegato.
Emma si volt a guardare il fuoco nel camino. Le sarebbe piaciuto confidarsi con la cugina. Molte volte aveva pensato di farlo, ma non sapeva da dove cominciare. Da Avignone, forse. Qualche mese dopo che era tornata in Europa. "Cugina, non dovresti restare a Durringham come una reclusa. Sono preoccupata per te." Perci quell'estate Emma aveva affrontato di nuovo l'acqua ed era approdata in una terra meravigliosa. Ad Avignone ce l'aveva messa tutta. Si era concentrata sui fiori, un'esplosione di verdi e color lavanda.
Ma sarebbe impazzita, se fosse rimasta.
E cos era tornata a Gemson Park, dov'era sprofondata di nuovo nella disperazione. Settimane atroci, chiusa nel suo studio inondato dal sole... Per ironia della sorte, la luce meno adatta ai macabri soggetti che voleva rappresentare.
In seguito le era venuta voglia di disfarsi di quelle tele. Che idiota era stata. Aveva creduto che bastasse dipingere certe scene per vincere l'orrore che le avevano suscitato. In quei primi due anni, avrebbe potuto scegliere altri soggetti.
C'era una tela, una sola, dove non compariva il sangue. L'aveva iniziata mentre tornava dalla Francia, ed era stata la sua salvezza quando il mare era agitato. Non aveva mai terminato il dipinto. Aveva ritratto Julian con gli occhi colmi d'amore e di speranza, ma quando era arrivata a casa e si era accorta dell'errore, non aveva trovato il modo di rimediare. Da allora non aveva pi guardato quella tela, non ci aveva pi pensato.
Ora sceglieva soggetti pi rassicuranti. Bambine, feste paesane, paesaggi. Tele inguardabili, a suo giudizio.
Senza vita. Forse era lei ad avere una natura perversa, un talento aberrante che la faceva eccellere solo nelle scene di violenza.
- Mi dispiace - mormor Delphinia. - Ho creduto di far bene. Vuoi perdonarmi?
Che altro poteva fare? Emma annu.
Illuminandosi in volto, la cugina prese la tazza che aveva posato sul tavolo. - S,  vero, gli ho mostrato i tuoi quadri. Dovevo pur trovare un modo per farti uscire dal buco in cui ti eri cacciata. Ti sei nascosta per troppo tempo.
- Non mi ero nascosta - la corresse Emma. - Stavo semplicemente dipingendo.  quello che fanno gli artisti.
- Ma  innaturale.
- No,  quasi una necessit.
- Mmm. Fin da piccola dicevi di voler diventare una pittrice famosa.
- Famosa, per l'appunto. Non famigerata.
- Emma, quando si presenta una buona occasione, dovresti coglierla al volo. So che hai paura di incontrare Marcus...
Emma scoppi a ridere. - Quel rospo? Non dire assurdit.
-  cos rozzo, e squattrinato per giunta, a quanto si dice. Ha il vizio del gioco. A ogni modo, non devi preoccuparti. Lockwood detesta le persone arroganti. Sono certa che il visconte non interverr al ballo - comment Delphinia, alzando gli occhi al cielo.
Emma si irrit. La cugina parlava come se fosse gi tutto deciso. - Delphinia, quei dipinti non sono piacevoli a vedersi, e mostrarli durante una festa da ballo sarebbe una follia.
- Permettetemi di dissentire, signorina Martin.
Emma scatt in piedi e sua cugina fece altrettanto.
- Non vi abbiamo sentito entrare - mormor.
Lord Lockwood abbozz un inchino. - Mi rincresce di avervi fatto attendere - disse. - Contessa, siete affascinante come sempre. - Dopo aver fatto il baciamano a Delphinia, si volt verso Emma.
- Milord - lo salut lei, tendendogli la mano. Era un bell'uomo tra i trenta e i quarantanni, con i capelli castani e gli occhi color ambra. Mentre la osservava, a Emma venne spontaneo pensare a lui come a una tigre che stesse per balzare sulla preda.
- Signorina Martin - mormor l'uomo con un gran sorriso. - Se vi sembro sorpreso  perch non mi aspettavo che foste cos giovane.
In realt lei non lo sembrava affatto e probabilmente al conte capitava di rado di stupirsi. - Mia cugina mi ha detto di avervi informato...
- S, certo, ma se mi passate l'osservazione, dai vostri dipinti traspare una buona dose di esperienza, cosa che parrebbe inconciliabile con il vostro bel viso. - Lockwood sorrise di nuovo. C'era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Emma si chiese che effetto gli facessero i suoi dipinti, se lo turbassero oppure lo eccitassero.
Il conte parve intuire il suo imbarazzo e tent di rimediare. - Scusate se ho ascoltato la vostra conversazione - riprese - ma francamente ritengo che una festa da ballo sia l'occasione giusta per mostrare i vostri lavori. Quando li ho visti per la prima volta, ho pensato che essi raffigurano proprio le cose che tendiamo a dimenticare nel nostro piccolo mondo ovattato. Le cose per cui vale la pena di lottare, di battersi perch non accadano pi. Vorrei ricordarle alla societ, se me lo consentite.
Era un discorso strano, ma aveva senso. Se Emma non avesse osservato Lockwood con molta attenzione, non avrebbe notato che serrava i pugni mentre parlava. - A quanto pare siete rimasto colpito dai miei dipinti - osserv. - Hanno risvegliato in voi delle emozioni?
- Com'era inevitabile.
- Sono immagini violente.
- Il mondo  pieno di violenza.
- Certo, ma dubito che questo sia il modo migliore di iniziare una carriera. E, perdonate la presunzione,  questo il mio scopo.
- Lo trovo lodevole e vi dar una mano, se me lo permettete.
- Ne sono lusingata. Forse potrebbe interessarvi vedere altri lavori tele non ancora terminate ma pi adatte a essere esibite.
Lockwood riflett un istante prima di rispondere. - Desidero mostrarvi come ho sistemato i vostri quadri. Forse vi renderete conto che i vostri timori sono infondati.
Emma avrebbe preferito chiudere l'argomento, ma provava un curioso senso di familiarit nei suoi confronti. Eppure era sicura di non averlo mai visto prima di allora. - D'accordo - disse, pensando che forse le sarebbe venuto in mente chi le ricordava.
- Se volete avere la compiacenza di seguirmi...
Uscirono tutti e tre dal salone. La galleria adiacente era lunga, stretta e con i soffitti alti. Lockwood indic i muri a cui erano appesi i quadri d Emma, opportunamente distanziati in modo che si potessero guardare senza distrarsi con il successivo. Osservando uno dopo l'altro i dipinti che prima di allora aveva visto solo nella luce abbagliante del suo studio o nel salottino scarsamente illuminato della cugina, Emma prov un'emozione forte, viscerale, quasi un senso di paura.
Erano cos realistici. Scuri e dinamici. Ogni figura era stata colta in un momento preciso, denso di pathos, in atteggiamenti che non avrebbero potuto esprimere meglio la sete di sangue, il terrore, l'agonia, l'esultanza. Emma era stata ossessionata da quelle immagini. Da quei ricordi. Eppure, guardandole ora, le vedeva distaccate, separate da lei. Appesi al muro, i quadri non davano l'impressione che lei fosse stata coinvolta in quelle vicende e avesse versato il suo sangue e le sue lacrime.
- Avete un talento eccezionale - disse lord Lockwood, mentre Delphinia li precedeva per guardare gli altri quadri.
Era strano sentirselo dire sapendo, per giunta, che era vero. Non pi incubi, non pi ossessioni, ma arte. Perch non riusciva a trovare altrettanto validi i dipinti successivi?
- Toglietemi una curiosit - riprese Lockwood. - Che cosa sono questi segni in basso? Hanno un significato preciso?  una sorta di messaggio? Per quanto abbia riflettuto, non riesco a capire.
Emma avrebbe potuto dirgli che erano la prova e l'ammissione della sua colpa, perch lei aveva ucciso l'uomo che li aveva tracciati per primo. - La contessa le ha definite "didascalie illeggibili di scene di violenza inaudita" - rispose. - Mia cugina non  mai a corto di parole, e di teorie.
- Questa mi sembra azzeccata - replic Lockwood. - Potete confermarla, signorina Martin?
- Io sono solo una pittrice, perci lascio gli esercizi intellettuali agli altri.
- Mi permetto di dubitarne. Queste tele sono frutto di una mente pregevole.
- A ogni modo, non posso mostrarle in pubblico - rispose Emma con un sorriso. - Sono apprezzabili, certo, ma anche... - Scosse la testa. - Non si possono mettere in mostra.
- Quindi siete convinta che l'arte debba avere solo una funzione decorativa?
Il conte aveva toccato la nota dolente. Emma si morse il labbro. - Siamo franchi, lord Lockwood - replic. - Mi giudicherebbero una pazza.
- Vi confesso che mi stupisce constatare quanto siate sana di mente. D'altronde c' una spiegazione:  stato un demone ad aprirvi gli occhi, e un angelo a darvi la forza di sopportare gli orrori di cui siete stata testimone.
- S, se si vuole interpretare la cosa in chiave poetica.
- Allora cos' l'arte per voi, signorina Martin? Bisognerebbe dipingere solo scene campestri?
- Preferirei scegliere soggetti meno angoscianti. Ci sto provando. - Emma decise di essere schietta fino in fondo. - Purtroppo ho l'impressione di non riuscire a renderli con la stessa intensit.
- Forse dovreste prima mostrare queste tele. Quando avrete consentito ad altri di vederle, probabilmente cesseranno di ossessionarvi.
Emma esitava ancora. - La gente non apprezzer il mio modo di rappresentare i suoi eroi.
- Appunto per questo  giusto che li esponiate al pubblico. Nessun altro pu farlo. - Lockwood abbass la voce in modo che solo lei potesse sentirlo. - Sono pochi ad avere il senso della giustizia e pochi coloro che sono in grado di risvegliare le coscienze. Queste scene meritano di essere viste.
Ora Emma capiva perch le era sembrato di conoscere lord Lockwood. Aveva ravvisato in lui una qualit che aveva anche lei: l'empatia per le sofferenze altrui e forse anche la voglia di ribellarsi. - Sono situazioni che conoscete bene, vero? - mormor. - Perci vi toccano nel profondo.
- S. E la vostra pittura  cos vigorosa che scuoter tutta Londra. O perlomeno quelli che hanno abbastanza sensibilit per capire.
Delphinia torn indietro. - Straordinaria! - esclam. - Non  geniale, Lockwood? Ho pensato che potrebbe usare uno pseudonimo. Che ve ne pare di Aurora Ashdown? Mi sembra che suoni bene.
- Ti ho gi detto che sono contraria - disse Emma, che per iniziava a cambiare idea. Forse era arrivato il momento della svolta. Trattenersi a Londra pi del previsto non sarebbe stato un problema. Inoltre, se voleva chiudere con il passato, chiudere veramente, un soggiorno prolungato in citt le avrebbe fatto bene. Tanto pi che rivedere certi luoghi, dopo tanto tempo, non doveva essere troppo doloroso. - Nessuno verrebbe a saperlo, vero?
- Non certo da me - rispose Lockwood.
- E neppure da me - disse Delphinia. - Oh, non guardarmi in quel modo, Emma, Stavolta manterr la promessa.
- E voi siete disposto a farmi da mecenate? - domand Emma a Lockwood. - A esporre i miei lavori, se li troverete interessanti?
Il conte conferm con un cenno del capo.
- Splendido! - esclam Delphinia. - Allora  deciso. I londinesi si innamoreranno di te, Emma. Resteranno sconvolti e perci ti ameranno.
-  pi probabile che mi odieranno. Anzi, che odieranno la povera signorina Ashdown.
- Meglio cos. L'amore  passeggero, l'odio non muore mai - osserv lord Lockwood con un sorriso.
Se poco prima non avessero condiviso quel momento magico, Emma non avrebbe resistito all'impulso improvviso di indietreggiare.
Di tanto in tanto, ultimamente, a Julian capitava di provare una strana sensazione, come quando di colpo, mentre si dorme, ci si accorge di sognare. Stava succedendo anche in quel momento, mentre camminava nella nebbia, sotto la luce tremolante dei lampioni che sembrava in sincronia con i battiti del suo cuore. Nel silenzio immenso delle strade deserte, il rumore dei suoi passi risuonava pi forte, simile a quello dell'impatto dei proiettili, e con la stessa velocit anche se rallentava il passo.
Eppure nella routine della sua vita era improbabile che potesse accadere qualcosa di tragico. Ogni mattina si esercitava nelle arti marziali con il maestro Nagasaki, poi si occupava della tenuta. Il pomeriggio andava in Parlamento. Alle sette di sera si ritrovavano tutti da Brook's, dove si discutevano ancora problemi all'ordine del giorno. Un vero Pari d'Inghilterra, coscienzioso e irreprensibile. Dopo un'ora e mezzo lui si scusava e se la svignava, avendo raggiunto il limite della sopportazione. La tentazione di spaccare la prima cosa che gli capitasse a tiro l'assaliva quando la carrozza non aveva ancora svoltato l'angolo.
Non appena arrivava a casa, indossava l'abito da sera che il valletto gli aveva preparato. Era la stagione delle feste. Quasi ogni sera ce n'era una, e Caroline amava andarci. Comunque, era un modo come un altro di passare il tempo. Ogni volta gli stessi commenti sulla musica, sugli invitati e sulla finezza delle decorazioni. Di tanto in tanto capitava che Caroline lo trascinasse in una stanza a fare l'amore. La fantasia non era il suo forte. Forse, se qualcuno li avesse sorpresi, si sarebbe vista costretta a inventare qualcosa di nuovo.
La domenica si discostava un po' dalla routine. Julian cavalcava nella campagna, sempre da solo. La settimana prima aveva sbagliato un salto e aveva rovinato Aries, il suo cavallo migliore. Una splendida linea di sangue e un ottimo temperamento. Tre anni di servizio inappuntabile, e cosa aveva ricevuto in cambio? Una pallottola in testa. Julian aveva dato ordine al valletto di bruciare tutti i capi del suo abbigliamento da equitazione. Non sapeva che cosa avrebbe fatto la domenica seguente, ma evidentemente lui costituiva un pericolo per gli innocenti.
E poi c'erano i mercoled. Come aveva fatto a dimenticarsene? Ogni mercoled Caroline organizzava una cena ad Auburn House. Sosteneva che la casa di Dover Street non era abbastanza spaziosa per ospitare i numerosi invitati. Inoltre, bench fosse vedova da un paio d'anni, portare Julian nella casa dove aveva vissuto con il marit la faceva sentire in colpa, gli aveva confessato a occhi bassi, Julian aveva capito subito che gli aveva raccontato quella frottola per avere la sua approvazione, cos non l'aveva delusa e aveva aperto Auburn House ai suoi amici. Il ruolo di virtuale padrona di casa per non le bastava, Caroline voleva qualcos'altro da lui. Era chiaro come il sole. Ma la sua strategia era sbagliata e le si ritorceva contro, cosa che Julian trovava molto divertente.
Comunque le cene del mercoled erano entrate a far parte della routine. Caroline non se le godeva pi di lui, a meno che non fosse ubriaca. Quella sera non doveva ancora esserlo, perch era troppo presto. Probabilmente non erano nemmeno alla prima portata.
Julian si ferm davanti al cancello e, guardando le finestre, vide una tenda muoversi e un'ombra scura sullo sfondo illuminato della stanza. Caroline che sperava di vederlo arrivare. Era stato fuori tutte le sere, quella settimana.
Che cos'aveva fatto le sere precedenti? Non se lo ricordava. Molti momenti della sua vita se ne andavano in quel modo, dispersi nel nulla.
Sospirando, imbocc le scale. La porta si apr prima ancora che suonasse il campanello.
- Mi sembrava che foste voi, gi in strada. Come mai siete a piedi?
- Avevo voglia di camminare.
Caroline gli sfior la guancia con un bacio. - Come siete gelato. Certo che fa freddo, per essere maggio. Non vi siete coperto abbastanza, Julian. Non capisco perch non abbiate preso la carrozza. Che fine ha fatto la vostra sciarpa?
Dopo aver consegnato il cappello e il cappotto a un valletto, Julian prese Caroline sottobraccio e la condusse nel salotto, dove trov i suoi ospiti intenti a conversare, bere liquori e mangiare.
- Guardatelo - disse lei. - Si veste come se fosse estate, e manca poco che nevichi.
Silenzio. Tutti alzarono la testa, probabilmente pensando alla stupidit di Caroline. Lei era la sua amante, non sua madre.
Le finestre traballarono per una folata di vento, uno scroscio di pioggia si abbatt sui vetri e il rombo del tuono annunci il temporale.
- Chiedo scusa, ma temo di non potervi fare compagnia questa sera - annunci Julian, girando sui tacchi.
Caroline lo trov in piedi davanti alla finestra della sua stanza. La pioggia battente non riusciva a spazzar via il suo senso di oppressione. L'unica cosa che lui riusciva a vedere, nella strada offuscata dalla nebbia, erano le orecchie dei cavalli che passavano di tanto in tanto, trainando una carrozza. Cos'era che li spingeva ad andare avanti nel fango, alla cieca, senza sapere dove fossero diretti? Senso del dovere o stupidit?
- Non siete di buonumore, vero? domand Caroline, ferma sulla porta.
- Voi dite? - mormor Julian, chiudendo le tende e voltandosi. Le fiamme che ardevano nel camino tingevano di rosso i mobili e la tappezzeria. I suoi domestici non avevano bisogno di istruzioni. In casa filava tutto alla perfezione. Se un bel giorno lui non fosse pi tornato, chiss per quanto tempo loro avrebbero continuato ugualmente ad accendere il fuoco nei camini.
- Vi conosco meglio di quanto crediate - riprese Caroline, alzando le braccia per togliersi le forcine dai capelli. Lo chignon le cadde sulla spalla. Vedendo che Julian lo guardava, sorrise. - Spogliatemi - disse.
Lui non si mosse. - Gli ospiti vi hanno chiesto di mettere in piedi uno spettacolo?
- Li ho congedati. Il vostro arrivo ha guastato l'atmosfera. Comunque mi annoiavo. Non volete venir qui? Allora vengo io. - La donna si avvicin e, voltandogli le spalle, si mise in ginocchio davanti a lui. - Aprite i ganci.
Julian lo fece con una mano sola. Il vestito di Caroline si apr come un fiore che sboccia.
- E ora i lacci - disse lei. - Ecco, cos. Grazie.  gi da qualche giorno che vi vedo pensieroso. So a cosa pensate.
- Davvero?
Restando in ginocchio, Caroline si gir verso di lui e si slacci il busto. - Alla guerra. Vi si legge in volto.
- E voi che ne sapete? - Si comportava male, come un bambino dispettoso, ma non gli importava. A volte si chiedeva per quale motivo Caroline restasse con lui.
- Nulla, certo. Tuttavia di una cosa sono sicura: Auburn House  la vostra casa, e non esiste un luogo dove stareste meglio che qui.
- Che perspicacia.
- S, forse. Se ci rifletteste sopra e vi decideste a lasciare l'altra, potrebbe essere tutto pi facile.
- Gi, immagino.
Caroline rimase un attimo in silenzio, poi diede Una scrollatina alle spalle, e il busto cadde sul pavimento. Una bella trovata. Si era preparata per il combattimento con una profusione di pizzi rossi. Non era facile procurarsi biancheria intima di quel colore.
Quando Julian la guard, lei gli sorrise con aria maliziosa. - Vedete niente che possa interessarvi?
- Non vi ho gi dimostrato questa mattina quanto vi apprezzi?
- Oh, non avete mai deluso le mie aspettative. Non  questo il problema.
- Dovreste spiegarvi meglio.
- Forse lo far. L'idea non vi spaventa? So bene che preferite evitare argomenti personali.
- Non  esatto - obiett Julian. - Parliamo molto, noi due.
- Gi. - Caroline si alz e si sfil il vestito, poi si tolse la crinolina. - Di politica, di teatro, e qualche volta del mio matrimonio. Mai di voi. Ogni volta che ci provo, finisce sempre allo stesso modo. Vi chiudete in voi stesso.
- Che cosa volete sapere?
- Mi  giunt all'orecchio un pettegolezzo... - Julian la guard e Caroline si strinse nelle spalle. - Lo so che vi d fastidio, ma l'ho saputo per caso. Riguarda voi. Quando eravate in India. E una donna.
- Non capisco.
Caroline allontan con un piede gli indumenti che si era tolta. - Non fingete. Sapete bene a cosa alludo.
- No, non ne sono certo.
- Dicono che vi eravate innamorato di una donna che  stata uccisa durante la rivolta. Voglio capire... Vorrei capire perch non mi avete chiesto di sposarvi.
- Da chi l'avete saputo?
- Non ricordo. Da Lauren Pritchett, forse, o dal visconte Lindley.
- Lindley? - ripet Julian, aggrottando la fronte. - Ve l'ha detto Lindley ?
- Che differenza fa?
S, infatti. C'erano sentieri della memoria che lui aveva chiuso, e riaprirli era troppo doloroso. Ma com'era possibile che Lindley sapesse? O aveva solo intuito?
- Sentite, Julian, vi chiedo unicamente di dirmi se  questo il motivo.
Lui rimase un attimo pensieroso. A cosa si riferiva Caroline? Ah, s, al matrimonio. - Forse non mi  mai venuto in mente di chiedervelo.
- Ma... - A un tratto lei parve insicura. Julian non si aspettava una reazione simile da una donna tanto esperta. Era quasi commovente. - Ma perch? Ora siete duca,
Julian, e avete il dovere di generare un erede. Potrei capire se voleste prendere in moglie una fanciulla illibata...
Julian scoppi a ridere. Inaudito. - Santo cielo, no. Sarebbe la sua rovina.
- Sono d'accordo - convenne Caroline. - Appunto per questo pensavo... Voglio dire, stiamo insieme da quasi un anno... Non ho l'esclusiva, certo. So bene che avete altre donne, ma alla fine tornate sempre da me. Ci sar pure una ragione. Avete la fama di essere un tipo volubile.
- Volubile - ripet Julian con una smorfia di disgusto.
-  la verit - insistette Caroline. - Ho tenuto il conto. Dalla morte di Gregory in poi. Non ho idea di quante donne abbiate avuto prima.
- Brava, Caroline. Mi fa piacere sapere che non pensavate che a lui, quando vostro marito era vivo.
- Oh, accidenti a voi, Julian Sinclair! - Caroline si alz, salt sul letto, afferr un cuscino e glielo scaravent addosso. Lui lo schiv e rise di nuovo.
- Perdonatemi, cara, ma  davvero divertente. Se avessi saputo che mi tenevate d'occhio, avrei...
- Non avreste fatto nulla di diverso, e lo sapete bene. Non vi importa un accidente di ci che pensano gli altri. Per dovrebbe importarvi di avere un erede.  vero, non ho avuto figli, ma anche la sua prima moglie non ne ha avuti, e perci credo che dipendesse da lui...
- Basta cos. Non occorre che vi giustifichiate.
- S, lo so. - Lei sorrise, visibilmente imbarazzata. - Non  stato piacevole sentire che la gente mormorava. Potete ben immaginarlo. - Cambi espressione di colpo. Ora aveva un'aria maliziosa. - Ho detto che non tocchiamo mai argomenti personali, e ora non faccio che parlare dei miei problemi. Il fatto  che voi non dite mai niente...
- S, c'era una donna, Caroline.
- Ah! - Lei sembrava spaventata e Julian prov compassione per lei. Solo un po'. - Che cos' successo?
-  morta durante la rivolta.
- L'avete vista morire?
Oh, Cristo. - No.
- Allora cosa...
- Ora basta. - Julian non alz la voce. Per quanto a Caroline premesse conoscere tutta la storia, lui non se la sentiva di riviverla. - Vi basti sapere che  morta a causa della mia trascuratezza.
- Oh, mio Dio! Nonio sapevo, Julian, altrimenti non avrei tirato in ballo l'argomento. Avrei dovuto capire che era troppo presto.
Erano passati quattro anni dall'ultima volta che lui aveva visto Emma. Quattro anni erano pochi? C'era un abisso tra l'uomo che era stato un tempo, quand'era con lei, e quello che era diventato. Julian chiuse gli occhi per impedire a se stesso di ricordare.
Era tutto finito. Lei era morta.
Il senso di colpa c'era ancora. In passato gli aveva roso le viscere come un acido. Lui aveva creduto che sarebbe stato sempre cos. Poi, gradatamente, era cambiato. Ora gli faceva solo male. Un dolore che si acutizzava nelle giornate come quella, quando il tuono in lontananza gli rammentava il rombo dei cannoni. Non voleva lasciarsi sopraffare dal senso di colpa: era diminuito e sarebbe scemato ancora.
C'era una cosa, per, che non mutava mai: la sensazione di vivere in una campana di vetro. Dovunque guardasse, vedeva solo immagini riflesse e non si riconosceva in nessuna.
- Sono trascorsi quattro anni - mormor, ascoltando la propria voce per sapere cosa gli sarebbe uscito dalla bocca. - Non sono pochi.
Comprese dall'espressione di Caroline che a lei era tornato un filo di speranza, e non pot fare a meno di sorridere.
- Vi piacerebbe diventare duchessa? - sent domandare dalla propria voce.

12
Emma si ferm ai piedi della scalinata che portava alla sala da ballo. Era arrivato il momento. Poteva farcela, se l'era ripromesso.
"Non sono una codarda."
Delphinia le teneva una mano sulla schiena per farle coraggio. C'era una marea di voci e di gente. Gli abiti delle donne, dai colori brillanti, frammisti a quelli neri degli uomini. Oziare doveva essere il passatempo pi in voga a Londra. - Va tutto bene - disse Emma, per tranquillizzarsi.
- Senza dubbio - replic lord Chad, all'altro lato di Delphinia. - Avete un ottimo aspetto, Emmaline,
-  uno splendore - aggiunse Delphinia.
La cugina si era prodigata per lei. Si era chiusa in una stanza con la sarta e avevano confabulato per un'ora. Il risultato era un abito molto scollato con uno scialle di pizzo trasparente che metteva in risalto il dcollet. Era all'ultima moda e provocante; ma la seta era blu scuro, con le maniche lunghe fino ai polsi, dove terminavano i guanti, perci non lasciava neanche un lembo di pelle scoperta che un eventuale ammiratore potesse avere l'audacia di toccare. Un abito perfetto, che aveva il merito di farla apparire irraggiungibile.
A volte Delphinia capiva al volo i suoi desideri.
La gonna era tutta un'altra storia. A Durringham non si usavano cos ampie, ed Emma, che non era abituata a portarle, si sentiva impacciata. Ma quello non era il peggiore dei guai.
Lei era cos annichilita dalla paura che dovettero praticamente trascinarla su per le scale. Vide un uomo con i capelli neri e trasal.
L'uomo si gir, ma il volto non le era familiare. I loro sguardi si incrociarono per un attimo e passarono oltre.
Sarebbe andata allo stesso modo se avesse visto Julian? Lui avrebbe finto di non conoscerla?
Emma aveva immaginato la scena milioni di volte, fino a quando le era parso di essere diventata forte, indifferente. Se si fossero incontrati, l'avrebbe trattato con distacco, al limite con un filo di umorismo, Peccati di giovent avrebbe fatto capire che lui l'aveva quasi distrutta. Quante volte aveva sperato, durante il viaggio lungo e faticoso verso Calcutta, che Julian la trovasse. Dopo quello che era accaduto a Kurnaul, Emma aveva assunto il nome di Anne Marie. Se l'avesse cercata, Julian avrebbe chiesto di Emmaline Martin. I civili che la ospitavano e conoscevano la reputazione di lui avrebbero sicuramente commentato la sua richiesta. A quel punto lei gli sarebbe corsa incontro.
L'aveva aspettato, tenendo le orecchie aperte, e ogni mattina domandava se qualcuno fosse giunto al campo durante la notte. Nessuno aveva mai nominato il marchese. Lui non era mai arrivato.
L'esercito era avanzato lentamente verso Calcutta. Morte ovunque, villaggi incendiati, cadaveri non sepolti. Nessuna certezza che potessero salvarsi. A mano a mano che passavano le settimane, la sua collera era aumentata. "Mi avevi detto che sarei stata al sicuro e mi hai lasciata l a morire. Avevi detto che saresti venuto a prendermi e invece sono qui da sola" Era aumentata anche la paura. "Sei morto? Sei ferito? Ti aspetter." Si era trattenuta a Calcutta per sei mesi, con le mani sporche del sangue di un soldato inglese, con la guerra che imperversava e il terrore di imbattersi in qualche conoscente di Anne Marie che l'avrebbe smascherata. Tuttavia aveva corso il rischio. E quando il caso le aveva fatto incontrare Marcus, lui le aveva detto che Julian era gi tornato in Inghilterra. Impensabile.
Lei non gli aveva creduto, per parecchie settimane, per tutta la durata della traversata. Il mattino dopo il suo arrivo era uscita dalla sua stanza, nella casa di campagna di Delphinia, e aveva capito dallo sguardo ansioso della cugina e dall'espressione di lord Chad che era accaduto qualcosa. Su un vecchio giornale trovato insieme ad altri nella biblioteca aveva letto: "Il marchese di H., convocato oggi davanti alla commissione di Whitehall, ha rifiutato l'onorificenza che gli era stata offerta per essersi battuto con valore per riconquistare Delhi".
Dalla data del giornale risultava che Julian era arrivato a Londra prima di lei.
A quel punto Emma era precipitata nel baratro.
Era passato molto tempo e lei era cambiata. Era facile ripensare a quei fatti nel Devon. A trecento chilometri da Londra, e ancor pi distante dalla dimora di Julian, poteva permettersi di pensare a lui con disprezzo. Ma l, nell'ambiente frequentato dalla cugina... A un tratto le tremarono le gambe.
- Come sei pallida... - bisbigli Delphinia.
- Sto bene - la rassicur lei, ma il tono era poco convincente. - Davvero, sto bene, ma... - Non era facile ammettere che non aveva il coraggio di affrontare la situazione. - Preferirei che il maggiordomo non ci annunciasse.
Fu un sollievo vedere il conte non appena messo piede nella sala da ballo. - Stanno riscuotendo un, grande successo, signorina Martin - la inform lui, mettendole in mano una coppa di champagne. - Ne parlano tutti. Andate nella galleria e ascoltate i commenti.
- Non venite con noi?
- Vi raggiunger tra poco - rispose il conte, fissando un punto alle spalle di Emma. - Prima devo, parlare con una persona.
Mentre si facevano strada tra gli invitati, Delphinia disse con un sospiro: - Che uomo affascinante. Mi piacerebbe sapere dov' la moglie.  stato un matrimonio favoloso, vero, Gid? Si sono sposati diversi anni fa, poi hanno fatto un lungo viaggio di nozze sul continente. Sarebbe piaciuto anche a me. Dopo che sono tornati, nessuno ha pi visto sua moglie, vero, Gideon? Non so perch. Forse lui preferisce che resti nella casa di campagna. Il loro  stato un matrimonio d'amore, se ben ricordo.
- Ti consiglio di non toccare questo tasto - la ammon lord Chad. - Lockwood  maledettamente suscettibile sull'argomento.
- Non dire parolacce, Gideon! Non siamo soli.
Lord Chad sospir. - Vado a prendere le carte - disse.
- Gideon, aspetta! - lo ferm Delphinia, battendo un piede sul pavimento. - A volte si comporta in un modo inaccettabile. Se non viene a vedere come lord Lockwood ha sistemato le tele, se ne pentir amaramente.
- Non ne dubito - replic Emma. Lord Chad era uno statista illuminato, ma essendo versato per la democrazia, non sapeva difendersi dall'autoritarismo della consorte.
Entrando nella galleria, Emma rimase colpita dal silenzio che vi regnava. Avrebbe voluto bere ancora un po' di champagne per stordirsi, per aveva un nodo in gola e non sarebbe riuscita a mandarlo gi. Ecco i suoi lavori esposti a forza alla vista del mondo. Non avrebbe mai immaginato che a qualcuno potesse far piacere vedere quegli orrori trasposti sulla tela. Ma era davvero cos? Quel silenzio non offriva risposte. Si erano formati piccoli gruppi di persone che osservavano i dipinti con attenzione e stupore, sorseggiando vino o punch. Chiss come aveva fatto lord Lockwood a interpretare quel silenzio come un successo...
Quando il cuore cess di martellarle nel petto, Emma riusc a percepire qualche parola. - ... un incubo, davvero - commentava una donna a voce bassa. - Doveva essere l, poverina... Magari l'hanno torturata.
Un tale dal fondo della galleria ruppe il silenzio. Avremmo dovuto ucciderli tutti. Radere al suolo quel dannato Paese.
Emma strinse forte il braccio di Delphinia. Oh, no!
- Non  questa la chiave di lettura - obiett una donna. - I dipinti non vogliono attribuire responsabilit a nessuna delle due parti. Vogliono solo mostrare la sofferenza, e forse l'inutilit, di una guerra che non  servita a nessuno.
Emma la guard con gratitudine. Una brunetta alta, con il collo lungo e flessuoso e la grazia naturale di chi  abituata a essere considerata bella. Doveva anche essere una persona di un certo rango, poich l'uomo che aveva parlato la fiss storto, ma non os contraddirla.
Perlomeno qualcuno di loro capiva e gli altri non gli davano contro appunto perch non capivano. L'esito per non era entusiasmante. Per giunta, restando nella galleria, Emma si sentiva troppo esposta e quindi a disagio.
- Finalmente vi ho trovata - disse lord Lockwood, ponendosi al suo fianco. - Vi chiedo scusa. Ho ricevuto una buona notizia e volevo congratularmi con una persona. Ah, ecco dov'. - Fece un cenno alla brunetta, che si avvicin e si un al loro gruppo mentre lui li precedeva fuori dalla galleria.
Si ferm all'ingresso della sala da ballo per fare le presentazioni. - Auguri, lady Edon - disse al termine dei convenevoli. - Ho appena saputo la bella notizia.
- Oh, lady Edon! - esclam Delphinia. - Allora  vero? C' un bel giovanotto con cui dovremmo congratularci?
Emma trattenne a stento un sospiro. Non c'era nulla al mondo che entusiasmasse Delphinia quanto i matrimoni. La baronessa, che lo sapesse o no, si era appena conquistata una mezz'ora del loro tempo, durante la quale sarebbe stata tempestata di domande sui particolari della sua vita privata. - S - conferm -  vero. Eccolo, sta arrivando.
Delphinia si volt, ed evidentemente lo fece anche Emma, perch un attimo prima stava guardando lady Edon e un istante dopo se lo trov davanti.
Julian era di spalle, a qualche passo di distanza, girato di tre quarti per parlare con una donna che gli batteva il ventaglio sul braccio. Emma lo riconobbe dalla linea della mascella, dal colore ambrato della pelle persino nell'Inghilterra piovosa e grigia e soprattutto da come si erano improvvisamente contratte le sue viscere.
Prov una sensazione strana, come se le avessero rovesciato del ghiaccio sulle gambe. Accorgendosi di aver trattenutoli fiato, respir. Finalmente il destino la metteva alla prova. "Ormai non ha pi importanza. Com' giusto che sia." Le cose erano andate com'era inevitabile che andassero.
- Dovete assolutamente venire a far visita a me e a mia cugina - stava dicendo Delphinia. - Possiamo aiutarvi a scegliere i fiori. Mi piace organizzare questi eventi.
- Vostra cugina non mi sembra dell'avviso - osserv lord Lockwood. - Mi pare un po' perplessa. Non  vero, signorina Martin?
Forse Julian sent pronunciare il suo nome. A Emma parve di vederlo irrigidirsi. La donna con il ventaglio fece un passo indietro. Che cosa aveva letto nel suo sguardo? Julian stava per voltarsi. Emma non poteva restare. Doveva scappare, girare sui tacchi e andarsene via di corsa.
"No. Non merita neppure questo."
Un ricordo le si accese come un lampo nella mente: la signora Kiddell che alzava la testa con fierezza qualche istante prima di soccombere. L'aveva ammirata per quello.
Alz la testa anche lei. Non provava nulla. Era tranquilla. Ma non appena Julian la guard, croll tutto, e prima di ogni altra cosa la sua determinazione. Emma non vide pi nulla se non macchie di colore. Julian la guardava, e i suoi occhi erano pi verdi di quanto lei ricordasse. "Torner a prenderti."
Non poteva andarsene. Lui la stava guardando come se avesse avuto di fronte la persona che pi sperava di vedere al mondo. Sembrava sul punto di svenire.
E lei era convinta che l'avrebbe ignorata.
Emma riusc solo a emettere una risatina nervosa e Lockwood le afferr il gomito. - State bene, signorina Martin?
- S, grazie - rispose. Era vero. Si sentiva benissimo. Se l'era cavata con una doccia gelata e un momento terribile in cui le era mancato il respiro. Era andata molto meglio del previsto. L'unico problema era che non riusciva a parlare. La lingua sembrava diventata di piombo. Tent di sorridere, ma neppure quello le venne bene.
- Julian - disse lady Edon - venite qui.
Ora ci sarebbero state le presentazioni.
Ma perch la baronessa lo chiamava con il suo nome di battesimo?
- Forse  un po' scosso all'idea del matrimonio - disse Delphinia. - Capita spesso.
Dio non poteva essere cos crudele.
Julian si avvicin con due falcate, la prese per un polso e, facendola girare su se stessa, la tir verso di s. - Emma! - esclam, posandole le mani sulle spalle sotto gli sguardi attoniti di lady Edon e Delphinia mentre lord Lockwood diceva: - Julian, che cosa...
- Finalmente vi ho ritrovata - bisbigli lui.
Emma tremava. - S - disse. Non riusc ad aggiungere altro. Era tutto sbagliato. Aveva provato la scena innumerevoli volte. Julian avrebbe dovuto ignorarla. Anzi, avrebbero dovuto ignorarsi a vicenda.
Julian le mise una mano sul collo e strinse cos forte da farle male. - Oh, mio Dio, Emma, che cosa... Dove...
- Julian - disse Lockwood, facendo un passo avanti. - Lasciatela andare.
- State dando spettacolo - proruppe lady Edon.
Emma era allibita. Julian non le staccava gli occhi di dosso. Guardando al di sopra delle sue spalle, Emma vide che la gente li osservava e mormorava. Lui le teneva la mano sul collo come se ritenesse di averne il diritto, come se lei fosse stata di sua propriet.
Questa riflessione la risvegli dal suo torpore. Togliete la mano, accidenti.
Lockwood prese Julian per un polso e lo allontan da lei. - Auburn! Che cosa credete di fare?
- Da quanto tempo siete qui? - domand Julian, guardandola con occhi febbrili. Emma aveva voglia di dargli una sberla. L'impulso era cos forte da farla tremare.
- Da meno di un'ora - gli rispose - ma vado via subito. - Gir sui tacchi. Julian la raggiunse e la prese per un braccio.
- Nemmeno per sogno.
Emma si liber con uno strattone. - Se mi toccate ancora...
Lockwood si avvicin e Julian emise un suono minaccioso che lo indusse a fermarsi. - Bene - disse il conte - trasferiamoci nel mio studio e parliamone.
- Non mi sembra una grande idea - intervenne lady Edon.
"Parliamone?" Come? Seduti tutti in cerchio con una coppa di champagne in mano? - No - protest Emma, poi si rivolse a Julian: - Statemi alla larga. - Mentre si faceva strada tra gli invitati, aveva l'impressione che la stanza si muovesse, come se avesse bevuto troppo. Da qualche parte in quella casa ridicola doveva pur esserci un muro contro cui battere i pugni, e poi doveva trovare il modo di grattarsi via dal collo il contatto della sua mano. Pass come una furia tra la gente, incurante di chi urtava e sollevando mormorii di protesta. Non gliene importava niente. Protestassero pure.
- Lockwood - disse Julian a denti stretti - lasciatemi andare o vi spezzo il braccio.
Finalmente libero di muoversi, si butt a capofitto tra la gente. Non era difficile capire da che parte Emma era andata, perch aveva lasciato il caos dietro di s. Champagne rovesciato, bicchieri rotti sul pavimento, ospiti che protestavano a gran voce. La segu fino in fondo alla galleria e arriv nella sala da musica giusto in tempo per vederla uscire dalla portafinestra. In giardino. Il posto pi adatto.
Quella non era Delhi, comunque. Per tutta la settimana il tempo era stato orribile, e la notte, dopo tanti temporali, faceva freddo. Mentre Julian scendeva la scala che portava in giardino, il vento forte fece cadere dell'acqua dai rami di un albero. Si ferm e tese le orecchie. Se Emma non fosse andata da lui, sarebbe corso a cercarla.
E l'avrebbe trovata.
Ud un fruscio tra i cespugli e si avvicin senza far rumore,
Emma era seduta dietro una siepe, vicino a una fontana di marmo senz'acqua. Aveva in grembo una bottiglia di champagne stappata. Se la port alla bocca. Julian non aveva mai visto una donna bere in quel modo, Eppure lei lo faceva tranquillamente.
Abbass la bottiglia e gir la testa. Emma. Era proprio lei. Non c'era dubbio. Julian riprov la sensazione di prima, come se qualcuno gli avesse dato un pugno nello stomaco.
- Vi avevo detto di non seguirmi.
Lui rimase a guardarla in silenzio, sforzandosi di capire. Emma era viva. Viva. Perch mai non avrebbe dovuto seguirla?
A un tratto la nebbia che gli offuscava il cervello si dissip. - Credevo che foste morta - disse in tono risentito.
- Morta? - ripet lei, inclinando la testa. - Sicuramente vostra grazia pu inventare una scusa migliore. Dove pensavate che fosse finito il mio patrimonio? Che me l'avessero messo nella tomba?
Uno scroscio di pioggia si abbatt sul giardino. Presto ci sarebbe stato un acquazzone. Julian non osava avvicinarsi a Emma. - Da quanto tempo siete a Londra? - domand.
- Da poco.
- Da quanto?
- Una settimana.
- E prima dov'eravate?
- Nel Devon.
- Per quanto tempo ci siete stata?
- Tre anni - rispose lei, con un alzata di spalle. - All'incirca.
- Tre anni - ripet Julian in un sussurro. Nel Devon. Nel maledetto Devon! Bastava un giorno di viaggio per arrivarci. Invece di vagare per Londra come uno spettro, nella pi cupa disperazione perch la credeva morta. - E prima di arrivare nel Devon... Come avete fatto a lasciare l'India?
- Se vi interessa l'itinerario, purtroppo non ho con me gli orari dei treni e delle navi.
- Che il diavolo vi porti - sbott Julian. - Avete idea di...
- Siete sicuro che la vostra fidanzata non vi stia cercando?
- Perch diamine non siete venuta da me?
Emma balz in piedi. - Con quale coraggio me lo domandate? Siete un bastardo. Non potete immaginare quello che ho passato, mentre aspettavo che voi... - S'interruppe. - No, no, non voglio parlarne.  una storia superata. Finita. Con voi ho chiuso. Da molto tempo. - Lo conged agitando la bottiglia. - Tornate dentro. Lady Edon vi star cercando.
- Siete una stupida - disse Julian, arrabbiatissimo con lei. - Come potete pensare che me ne vada? Per quattro anni vi ho creduta morta, e ora che siete spuntata fuori all'improvviso, come mi sarei dovuta comportare? Avrei dovuto lasciare che Liam ci presentasse come se fossimo due estranei?
- Infatti lo siamo.
- Non dite stupidaggini. Esigo una spiegazione.
- Volete una spiegazione? Eccola - rispose Emma, scagliandogli addosso la bottiglia.
Julian non si mosse, l sent passare rasente alla sua guancia. L'impatto fu spettacolare: schizzi di champagne gli bagnarono la schiena. Imperterrito, continu a fissare la donna che aveva davanti.
- Avete una pessima mira. Dovreste esercitarvi.
- Lo far.
- Sapevate che ero vivo, infatti non vi siete meravigliata vedendomi. Eppure non avete... Emma, non mi avete fatto sapere nulla, non mi avete mandato neppure una lettera,
- Avreste dovuto spiegarvi meglio - replic lei, avvicinandosi. - Evidentemente non avevo capito. Quando mi avete detto che sareste venuto a prendermi, credevo che sareste venuto. Perci vi ho aspettato. Provate a immaginare quanto sia stato duro aspettarvi a Kurnaul, in quel caos. Dopo essere sfuggita a... alla tragedia di Sapnagar. Vi ho aspettato. Non siete venuto, allora sono andata a Calcutta e ho aspettato anche l, per parecchi mesi. Vi ho cercato in ogni stazione di posta lungo il tragitto. Ho fatto tutto ci che potevo, e forse sarei ancora in India se Marcus non mi avesse detto...
- Detto cosa? - domand Julian, afferrandole la spalla.
Emma gir la testa dall'altra parte. Aveva il respiro affannoso e delle chiazze rosse sul volto. Le lentiggini erano sparite e i capelli erano diventati pi scuri per mancanza di sole. Le sue linee si erano addolcite. Si era fatta donna ed era bellissima. Se non si decideva a rispondere, lui l'avrebbe strozzata.
- Che vi ha detto Lindley?
- Mi ha detto che avevate gi lasciato l'India - rispose Emma, voltandosi verso di lui, - Ed era vero.
- Anch'io vi ho cercata - mormor Julian.
Silenzio.
- Vi ho cercata per mesi.
- Davvero? - domand Emma senza guardarlo, fissando la bottiglia alle sue spalle. - Peccato che abbia sprecato lo champagne, altrimenti avremmo potuto brindare ai vostri sforzi per ritrovarmi.
- Non mi credete.
- Non lo so. Forse s. - Lei lo guard negli occhi. - Ma non fa differenza. Resta il fatto che mi avete lasciata l a morire. Certo, non potevate sapere cosa sarebbe accaduto, e quindi non ve ne faccio una colpa. Del resto non sono morta. E tutto  bene quel che finisce bene, non  vero? Perci non fatevene un problema. Io ormai non ci penso pi. - Inarc le sopracciglia. - Ah, vedo che la cosa vi colpisce. Vi aspettavate di trovarmi ancora in lacrime per quel nostro romanzetto troncato dal destino? Credevate di essere l'unico uomo che abbia mai amato o qualcosa del genere? - Fece una pausa. - Non rispondete?
"Mi avete lasciata l a morire." Un'accusa terribile, una colpa di cui lui stesso si era ritenuto responsabile, rimuginando sul passato. Quanto alle altre cose che Emma aveva detto, se lui non avesse avuto gli occhi per guardarla, forse le avrebbe creduto.
- Voglio sapere cosa vi  successo - disse.
- La curiosit uccise il gatto, vostra grazia - rispose Emma con un sorrisetto. - Ora devo andare. Mia cugina star mettendo a soqquadro la casa per trovarmi. Porgete i miei migliori auguri a lady Edon.
Rientr in casa camminando a testa alta, ma mentre saliva lentamente le scale aveva le gambe rigide e, arrivata in cima, iniziarono a tremarle tanto da farle temere che non la sorreggessero.
Julian l'aveva lasciata andare proprio per quello. Era chiaro che lei non voleva farsi vedere mentre crollava. A Londra non c'era la guerra. Emma non sarebbe svanita nel nulla. Lui sperava solo che non fosse cos stupida da provarci.
Ud il rombo di un tuono. Quando inizi a piovere, Julian chiuse gli occhi e alz la testa verso il cielo. La pioggia era fredda e i suoi pensieri lucidi come non gli capitava pi da molto tempo.
Forse non sarebbe stata una cattiva idea uccidere Marcus Lindley.
Quando ritenne che fosse passato abbastanza tempo, Julian rientr in casa. Com'era prevedibile, trov Lockwood ad aspettarlo.
- Si pu sapere cosa state combinando?
- Se ne andata? - domand Julian, passandogli davanti.
- Come se avesse avuto il diavolo alle calcagna.
- Non c' da stupirsi se noi due andiamo tanto d'accordo. Entrambi abbiamo il dono di far fuggire le donne.
Lockwood gli si affianc. - Attento a quello che dite, Auburn.
-  la pura verit.
Segu un silenzio denso di tensione. - Era una mia ospite - riprese Lockwood - e ho fatto una fatica tremenda a convincerla a venire.
- Non mi piace quello che avete detto - disse Julian, fermandosi di botto.
- Ah, davvero? - replic il conte, mettendosi di fronte a lui. - Pu sembrare strano, ma credo che noi due finiremo per venire alle mani. In questo caso, preferirei sistemare la questione qui piuttosto che nella galleria.
- Non volete testimoni?
Lockwood fece un gesto d'impazienza. - Non avete ancora capito che questa serata  stata organizzata per far conoscere al pubblico i lavori della signorina Ashdown? Le avete rubato la scena, - Aggrott la fronte. - Avete visto i suoi dipinti, Auburn?
- Che foste stravagante  risaputo, ma non credevo che foste anche sciocco.
- Credo che dovreste vederli.
- Ho un appuntamento.
- Dove dovete andare?
- Dipende - rispose Julian - ma forse inizier dall'East India Club. Fatemi passare o guasterete la festa alla signorina. Ashdown. A voi la scelta.
Lockwood lo prese per un braccio e istintivamente Julian serr i pugni. Aveva pensato di riservare quel trattamento a Lindley, ma se Lockwood ci teneva tanto a essere il primo...
- Dategli almeno un'occhiata mentre passate - insistette il conte.
Julian si liber con uno strattone. - Buonasera - disse, imboccando la galleria. Invece che all'East India Club magari sarebbe andato da Brook's. Lindley era un uomo cos prevedibile...
Una donna gli tagli la strada. Guardava in alto, coprendosi la bocca con la mano. Mentre la schivava, a Julian venne spontaneo gettare uno sguardo a ci che sembrava terrorizzarla.
Cristo santo!
L'indiano era seduto a terra con le gambe incrociate, le braccia larghe e i pollici appoggiati ai palmi delle mani. Meditava. La sua espressione serena parlava di trascendenza, quella sorta d'illuminazione che i santi raggiungono dopo martiri lunghi e dolorosi. A guardarlo veniva voglia di essere credenti. Perci il contrasto con il coltello insanguinato che aveva in grembo era ancor pi accentuato, e pi raccapricciante ancora era la scena della carneficina con donne e bambini morti, civili e soldati mutilati, corpi indiani e inglesi sparsi sul terreno.
Istintivamente Julian indietreggi di un passo. Sentiva l'odore della polvere da sparo. Respirava polvere e sangue. Fece un altro passo indietro e si trov con la schiena contro il muro. Guard il dipinto successivo.
La tela bastava appena a contenere il corpo massiccio del soldato inglese. La prospettiva era particolare, come se fosse stato ripreso dal basso. L'uniforme era sporca di terra e sangue. Il volto gli era familiare. Non era soltanto la morte nei suoi occhi che Julian aveva riconosciuto.
Il suo inconscio l'aveva percepito prima di lui. A un tratto ebbe un senso di nausea e gli si rizzarono i capelli.
"Se vi vedo ancora in giro vi uccido" aveva detto a quell'uomo. Risentiva la propria voce mentre pronunciava quelle parole. Dove? Dove si trovava quando l'aveva minacciato?
Si avvicin al dipinto. Le pennellate erano lunghe, decise, spigolose e spesse, come se i colori fossero stati gettati con violenza sulla tela.
Faceva eccezione solo la parte inferiore. Gi da lontano lui aveva notato dei segni indecifrabili alla base del dipinto. Avvicinandosi, li mise a fuoco e lesse la scritta in urdu: LA CITT NON  SICURA, PERCI ASPETTATE.
- Anche secondo me  il migliore - disse Lockwood, facendolo trasalire. - Li venderemo tutti. Ho gi ricevuto delle offerte. Ma probabilmente questo lo terr per me.
Julian non capiva come qualcuno potesse desiderare di vedere quei dipinti ogni giorno. Due volte era gi troppo. - Non  il... - Che fine aveva fatto la sua voce? Aveva dimenticato quell'odore, l'odore di morte, e a un tratto lo sentiva di nuovo. E il sangue, che la trama della tela rendeva alla perfezione... - Non  il genere di quadro da appendere nella camera da letto - mormor.
- Voi pensate? Non sono d'accordo. L'uomo ha una sorta di libidine nello sguardo.
L'osservazione del conte fece riaffiorare il ricordo. Chandni Chowk.
- A proposito, volevo dirvi che lady Edon...
Emma era caduta e sopra di lei c'era un uomo che stava sfilandosi la cintura. L'altro aveva immobilizzato la cameriera indiana.
Gi, era proprio lui.
- ... se doveste passare per Dover Street... - stava dicendo Lockwood.
Mentre Julian percorreva la galleria, nelle sue orecchie rimbombava il boato dei cannoni, la terra tremava sotto i piedi, e tutta quella gente che guardava i quadri con un bicchiere in mano non ne aveva idea.
Davanti all'ultima tela gli manc il respiro. Raffigurava Sapnagar; l'altopiano era in miniatura, come se fosse stato visto da una grande distanza. Davanti, un villaggio in fiamme reso con tanto realismo che gli sembrava di esserci veramente. Dov'era lui in quel preciso momento?
Mentre quel villaggio veniva devastato dalle fiamme, lui dov'era?
"La curiosit uccise il gatto" gli aveva detto Emma con un sorriso.

13
Emma si sedette nel caos della sua stanza. Sul tappeto c'erano i cocci di un vaso cinese. Abiti ovunque, colori sparsi in giro e la tela preparata il giorno prima irrimediabilmente squarciata. Avrebbe potuto continuare. C'erano tende da strappare e specchi da rompere, a costo di dover affrontare sette anni di sfortuna.
Tutta quella furia, cos violenta da farle venire voglia di spaccare persino la sedia su cui sedeva, le ricord una cosa. Era la stessa ira incontenibile provata prima di uccidere quel soldato a Kurnaul.
Tremando, chin la testa e se la prese tra le mani. Era un mostro, esattamente come i soggetti dei suoi quadri.
E poi c'era l'incubo. I suoi genitori. Il naufragio. La notte precedente, dopo pi di un anno, l'aveva avuto di nuovo. Il volto di sua madre...
Aveva chiuso con quella storia. Ormai era tutto finito. Non voleva ricominciare daccapo.
Qualcuno buss. Emma decise di ignorarlo. Delphinia se ne sarebbe andata; era tutto il giorno che bussava alla porta e si allontanava per poi tornare di nuovo. Sarebbe stato meglio parlarle e dissipare le sue ansie, ma la cugina le avrebbe posto delle domande a cui lei non aveva voglia di rispondere, per esempio perch il duca di Auburn l'aveva maltrattata.
"Che rapporti ci sono tra voi due?" le aveva domandato non appena erano salite in carrozza. Siccome Emma non rispondeva, si era rivolta a lord Chad: "Non sapevo che in quella famiglia corresse un ramo di follia. Avresti dovuto esserci, Gideon. Lui la guardava come se avesse visto un fantasma, e non puoi immaginare gli sproloqui che uscivano dalla sua bocca".
"Come se avesse visto un fantasma." Un paragone quanto mai azzeccato. I fantasmi infatti non riuscivano a trovare pace proprio quando avrebbero dovuto. La sua carriera era finalmente sulla buona strada. I quadri avevano avuto successo. Allontan con una pedata il giornale che aveva lasciato cadere. I critici erano concordi nel giudicare positivamente le sue opere.
Gli ospiti del conte non solo avevano ammirato le sue tele, ma avrebbero anche voluto acquistarle. Sicuramente era questo che Lockwood voleva dirle quando l'aveva fermata nell'atrio, mentre rientrava dal giardino. - Molte persone hanno chiesto di poter comprare i vostri dipinti. - Cos le sembrava che lui avesse detto. Considerando il suo stato d'animo, di sicuro Emma non si era inventata una frase tanto gratificante.
Insomma, un trionfo completo. E Julian aveva rovinato tutto.
Gli era stato facile distruggerla. Non gli era bastata una volta? Le aveva detto che l'amava. Lei non gliel'aveva mai confessato, bench fossa pazza di lui. Quell'uomo credeva forse che quella dichiarazione d'amore, fatta alla giovane donna di allora, gli desse il diritto di chiedere spiegazioni? Eppure le aveva pretese. Le aveva chiesto che cosa le era accaduto e l'aveva guardata come se, sicuro di conoscerla bene, sapesse gi le risposte. In quel momento lei avrebbe voluto prenderlo a schiaffi. Come se in lei fosse rimasta traccia della ragazza che era stata. "Guardatemi meglio" avrebbe voluto replicare "e ditemi se vi piace ci che vedete. Quando avrete capito, non mi chiederete pi come abbia fatto a lasciare l'India. Non vorrete sentirvelo raccontare,"
Il rumore della chiave che girava nella serratura la fece schizzare in piedi. - Desidero restare sola - disse.
- Volevo solo assicurarmi che la stanza fosse ancora intera - mormor la cugina, entrando. Aveva in braccio Poppet, il suo cagnolino bianco. - Dal baccano che si sentiva, sembrava che avessi distrutto il parquet.
- Come vedi  intatto - rispose Emma, tornando a sedersi.
- Ma sei molto arrabbiata - continu Delphinia, guardandosi attorno.
- E ora anche esausta - replic Emma con un mezzo sorriso. - Smantellare una stanza  pi faticoso di quanto pensassi.
-  arrivata una lettera per te.
- Posala sulla cassettiera.
- Oh, aprila, Emma - disse Delphinia, mettendo gi il cane. - Sono curiosa di sapere se  da parte di quel pazzo.
- Non  pazzo - rispose Emma di scatto. - Il fatto  che mi credeva morta. Almeno cos dice.
- Morta?
- Non dovresti lasciar girare Poppet qui dentro - disse Emma, prendendo in braccio il cagnolino. - C' essenza di trementina ovunque.
- Perch mai ti credeva morta?
- Mi ha aiutata a fuggire da Delhi - rispose lei, giocherellando con un orecchio di Poppet e ricevendo una leccatina in cambio. - Ti avevo gi raccontato che non ero sola quando sono scappata. Poi per ci siamo separati.
L'espressione di Delphinia che cercava di contenersi era buffa. La cugina aveva gi tentato in passato, nei giorni pi bui, di sapere qualcosa di pi sull'India, e in quel momento sicuramente temeva di ricevere una risposta analoga, cio un pianto isterico o un silenzio di tomba.
Emma non era mai riuscita a parlare n dell'India n di lui. L'aveva solo dipinto.
Era l'unica tela dove non comparisse il sangue. La ricordava cos bene che le, sembrava di averla davanti agli occhi. Soprattutto ora, dopo che rivederlo le aveva rinfrescato la memoria. Nel dipinto il ritratto di Julian era stato completato. Come pure il tetto, e la luna piena nel cielo di velluto scuro. Mancava lo sfondo, anche se l'aveva immaginato molte volte. In principio aveva pensato di dipingere una terra desolata, disseminata di cadaveri; una sorta di premonizione di quello che sarebbe avvenuto. Aveva abbozzato la scena a Kurnaul, mentre aspettava inutilmente che Julian si facesse vivo.
In seguito aveva cambiato idea. Non erano necessari i cadaveri per rappresentare gli orrori di cui era stata testimone. Avrebbe lasciato la scena vuota, com'era stata la sua promessa.
Non era mai riuscita a terminare il quadro.
Si chiese se Julian l'avesse creduta morta gi quando lei si trovava a Kurnaul. Oppure era giunto in seguito a quella conclusione? Lui asseriva di averla cercata. Possibile che fosse arrivato e ripartito a sua insaputa? Se si fossero trovati allora, forse tutto sarebbe andato per il verso giusto. Oh, Dio, non poteva pensarci.
A ogni modo, lei non gli avrebbe permesso di infastidirla. Con lui aveva chiuso, tanto pi che era fidanzato con lady Edon. L'avvenente baronessa era la donna giusta per lui. Le era bastato dare una scorsa al Burke's Peerage per averne conferma. Quel libro era stata la prima cosa che Emma aveva scaraventato a terra quel giorno.
Chiss che bei bambini aristocratici avrebbero messo al mondo.
Dall'espressione di Delphinia era chiaro che stava ancora aspettando una spiegazione. - Tieni, riprenditi
Poppet. Ieri sera Lockwood ti ha detto di aver ricevuto delle offerte per alcune tele?
- Che bella notizia. Le venderai?
Emma si strinse nelle spalle. Fino a poco tempo prima pensava che le avrebbe bruciate. Sarebbe stata la conclusione logica di quella vicenda. Invece non aveva avuto nemmeno il coraggio di distruggere il primo ritratto di Anne Marie, anche se le sarebbe piaciuto perch evocava ricordi troppo dolorosi. Una volta aveva tentato di farlo. Due anni prima aveva preso una bottiglia di vino gi in cantina, del pane e del formaggio, e aveva acceso il fuoco in camera sua con l'intenzione di festeggiare mentre le fiamme incenerivano la carta.
Ma in quel ritratto aveva messo qualcosa di s, e forse c'era qualcosa di lei anche nelle lettere di quel soldato, di cui per qualche arcano motivo non era riuscita a disfarsi. Avrebbe potuto disconoscere quella parte di se stessa, lasciarsi il passato alle spalle, ma non poteva cancellarlo. Perci aveva conservato quei fogli. Tutti. Bench fossero la prova della sua colpa. Dopo averli ben pressati, li aveva piegati e infilati nella cornice di uno dei quadri che lord Lockwood aveva esposto nella galleria. Forse Julian aveva visto quella tela. Probabilmente le aveva viste tutte e si era chiesto chi le avesse dipinte. Chiss che effetto gli avevano fatto e se...
- Cugina - disse - devo andare.
- Adesso? Dove? Posso venire con te?
- Intendevo dire che devo lasciare Londra. Comunque devo partire appena possibile per Roma e non intendo rimandare.
- Oh, Emma.
- Credo che autorizzer lord Lockwood a vendere i quadri. Non mi interessano pi.
- Non vuoi proprio parlarne, vero?
- Non c' niente da dire - rispose Emma sorridendo.
- Non ci credo.
- Sai cosa pensavo stamattina? Un'idea un po' stramba.
- Dimmelo.
- Pensavo che  stato un bene che mia madre sia morta prima della tua. L'amava tanto che il dolore l'avrebbe uccisa.
A Delphinia tremarono le labbra. Abbass la testa per dare un bacio a Poppet. Sua madre era morta l'anno prima per un'influenza. Forse, per la prima volta nella vita, Delphinia era caduta nella disperazione. Aveva passato diverse settimane a Gemson Park, aiutato Emma a sistemare il giardino e trascorso le serate leggendo a voce alta. All'inizio le si spezzava la voce quasi a ogni pagina, ma con il passare del tempo era riuscita a portare a termine interi capitoli. - Anch'io pensavo a mia madre proprio stamattina - disse. Veramente ci penso tutti i giorni... Se solo mio padre non vivesse cos lontano da Londra. Sono sicura che la mamma sarebbe in pena per lui, sapendolo l in quella casa fredda.
- S,  terribile essere preoccupati per i propri cari - mormor Emma, prendendole la mano. - Spero di non doverlo mai fare per te. Davvero, mi auguro di andarmene via per prima. Di dispiaceri ne ho avuti gi troppi.
Delphinia balz in piedi e Poppet ruzzol con un guaito sul pavimento. - Non andare in Italia - la supplic, abbracciandola. - Mi mancheresti troppo.
- Devo farlo. Penser soltanto a dipingere e dimenticher tutto il resto.
- Secondo me stai facendo una sciocchezza, Emma, ma ti voglio bene ugualmente. - La cugina scosse la testa e mise una mano in tasca. - Ecco la lettera.
Emma prese il foglio e apr il cassetto dello scrittoio per cercare il tagliacarte. -  di Lockwood - annunci. -  per questo che non figura il suo nome, per evitare che si sappia che ci teniamo in contatto.
- Che cosa scrive? - domand la cugina, alzando la testa.
Emma abbass la lettera. Le tremavano le mani. - Non posso crederci - bisbigli. - La Royal Academy vorrebbe esporre i miei lavori. La Royal Academy.
-  un grandissimo onore - disse Delphinia, spalancando gli occhi - La cosa migliore che potesse capitarti.
Emma accartocci il foglio. Altri al posto suo avrebbero conservato quella lettera in eterno, l'avrebbero baciata e incorniciata e avrebbero festeggiato l'avvenimento. - Non posso restare, Delphinia.
- Se neanche questo riesce a farti cambiare idea, non solo mi deludi, ma mi fai anche sospettare che tu non vada in Italia per dipingere. Credo invece che tu stia fuggendo. Ho ragione, vero? Da cosa fuggi? Da lui? Certo, dev'essere proprio cos. Ti ha aiutato a scappare da Delhi, e ieri sera ti ha... Che cosa rappresenta Auburn per te, Emma?
- Nulla.
- Allora perch non resti? La tua carriera non avrebbe potuto avere un inizio migliore.
Emma scosse la testa. Non c'erano parole per descrivere la situazione. La sera prima non si era comportata da codarda, l'ira l'aveva resa forte. Ma cosa sarebbe accaduto quando la collera fosse svanita? Prima o poi sarebbe successo. Non ve n'era gi pi traccia nei suoi sogni. E se la notte seguente, nel suo letto, avesse rimuginato ancora su tutta la storia prima di addormentarsi? Nel silenzio della sua stanza avrebbe udito chiaramente la voce di Julian che diceva: "Anch'io vi ho cercata".
Il suo cuore, gi a brandelli, si sarebbe spezzato. C'era gi passata e non voleva che la storia si ripetesse. Era inconcepibile.
Pos la lettera sullo scrittoio. Com'era piccola la sua mano. Sembrava impossibile che sapesse fare tante cose. Per esempio realizzare dipinti che avevano suscitato l'interesse della Royal Academy; ma anche cose pi oscure e inconfessabili, a cui lei stessa evitava di pensare. Che altro avrebbe potuto combinare in futuro?
- Non so se ce la posso fare - disse. Equivaleva a una confessione e a un tratto si vergogn. - Non so se posso restare.
- Capisco - mormor Delphinia, prendendole di nuovo la mano. - Ci sono cose che si possono sapere solo se ci si mette alla prova.
- Scommetto cento sterline che il prossimo tiro non vi riuscir.
Julian alz la testa dal tavolo da biliardo. - Facciamo mille.
- Mille - ripet Marwick. - Avete sentito, Adams?
- S - rispose il giovane interpellato, avvicinandosi e sistemandosi il gilet. - Far da giudice di gara.
Marwick scroll il capo. - Bene; Auburn. Da buon amico vi faccio notare che siete fuori allenamento; d'altro canto non andrete certo in rovina.
Julian si chin sul tavolo e con un tiro fluido mand la boccia nella buca pi lontana.
- Per la miseria. Sembrava un tiro impossibile - comment Adams.
- Un'altra partita? - propose Marwick.
- Giocate voi al mio posto - rispose Julian, rivolto al pi giovane. Marwick si frug nelle tasche per prendere il denaro. - Datelo ad Adams - disse Julian. - Studiare a Oxford costa caro.
- Mai giocare con uno squalo, Lorrie - bofonchi Marwick, mentre il valletto gli porgeva una matita. Si chin sul tavolo per firmare l'assegno e lo diede ad Adams. - Spendeteli tutti con le donne - disse.
- Sar fatto, signore - replic il giovane, mettendo l'assegno in tasca.
- Bene, allora vi baster per una settimana al massimo. Ehi, Auburn, dove andate? Aspettate un momento.
Ignorandolo, Julian attravers l'atrio del club e prosegu verso la sala da gioco. Bench fosse ancora presto, era gi affollata e piena di fumo.
Lord Chad era seduto in fondo alla sala, a un tavolo d'angolo. I loro sguardi si incrociarono e il conte abbass subito la testa. In quell'istante Julian comprese perch il volto della donna che stava con Emma, la sera prima, gli era sembrato familiare. Alz due dita per chiamare il cameriere. Aveva incontrato innumerevoli volte il conte e sua moglie senza mai sospettare che avrebbero potuto dargli notizie di Emma. Non l'avrebbe mai immaginato.
Il dolore alla spalla gli ramment un'altra cosa di cui in passato era all'oscuro. Chad assoldava degli uomini come picchiatori. Tuttavia quel mattino non erano riusciti a tenere Julian lontano dalla casa di Bolton Street.
- Vostra grazia.
- Grazie, Lionel - disse Julian, accettando il bicchiere di whisky. Lo bevve d'un fiato e ne prese un altro, lasciando di stucco il cameriere. Da quando era tornato dall'India, Julian non era pi andato al circolo n per giocare n per bere. La sua non era stata una decisione deliberata; gli era semplicemente passata la voglia. La sobriet riusciva a stordirlo quanto l'abuso di alcol.
Stava iniziando a cambiare idea. Il whisky andava gi liscio come l'olio, ma bruciava lo stomaco. Niente da obiettare.
- Lionel - disse al cameriere - fammi preparare una saletta sul retro, che si affacci su Arlington Street.
- Subito, signore.
In quel momento Julian vide passare Adams. Aveva l'aria compiaciuta. Gli fece un cenno e il giovane cambi direzione e si avvicin, festoso come un cucciolo.
- Signore?
- Vi chiedo un favore.
- Dite pure.
- Vedete quel signore seduto l in fondo, nell'angolo? Quello che continua a sbirciarmi.
- Alludete a lord Chad?
- S. Cercate di scoprire che programmi ha per la serata, ma fate in modo che non si insospettisca.
Adams lo salut e si diresse verso il tavolo del conte.
Corrompere i giovani era un mezzuccio da romanzo d'appendice, tuttavia Julian non aveva rimorsi di coscienza. Aveva ben altro a cui pensare.
Vuot il secondo bicchiere di whisky e Lionel ricomparve con il vassoio. Bene, il ragazzo imparava in fretta.
- Un messaggio per voi, signore - annunci, porgendogli una lettera e una chiave d'ottone. - La saletta  pronta.
Julian prese la chiave e se ne serv per rompere il sigillo. Il messaggio era di Caroline, che gli chiedeva di riceverla. Non era una bella prospettiva, ma almeno non si sarebbe dovuto scusare con lei. Un lato positivo di Caroline era che non pretendeva dagli altri ci che lei non si sentiva di fare. La fedelt, la gelosia e le recriminazioni non facevano per lei. Se Julian spariva per molti giorni di fila, naturalmente metteva il broncio, ma non lo puniva quando tornava. Le sue aspettative erano ridotte al minimo, quindi era quasi impossibile deluderla. Era l'atteggiamento giusto, a patto che non fosse simulato. E Caroline non fingeva.
"Mi avete lasciata l a morire. Certo, non potevate sapere cosa sarebbe accaduto, e quindi non ve ne faccio una colpa."
Invece Emma aveva il diritto di accusarlo, pensava Julian. Avrebbe dovuto scaraventargli addosso ben pi di una bottiglia di champagne. Avrebbe potuto prendere una pistola e sparargli.
- Perch ve ne state immusonito in un angolo, vecchio mio? Masters mi ha raccontato che avete fatto una figuraccia, ieri sera, a casa di Lockwood. Come uno studentello sorpreso a rubare la chiave dell'armadietto dei liquori.
Julian vuot il bicchiere e si alz. - Lindley, speravo proprio di incontrarvi. Ho una questione importante da discutere con voi. Vorrei un consiglio.
- Ah, davvero? - replic Marcus, lusingato. Si guard attorno, sicuramente per vedere quante persone assistessero al suo trionfo. - Ho un impegno, ma sono ben felice di poter dare un consiglio a mio cugino.
- Perfetto. Lionel ha preparato una saletta apposta per noi.
Lindley lo segu nel corridoio. Dopo aver chiuso la porta a chiave, Julian gli domand: - Avete visto la signorina Martin dopo il suo ritorno a Londra?
Marcus cambi espressione di colpo. - Emmaline? - mormor, portando la mano alla cintura.
- Forse dimenticate che non siete pi nell'esercito, visconte - riprese Julian. - Ora non avete la pistola.
- Di che si tratta Auburn? - domand Lindley, facendosi paonazzo. - Non volevate chiedermi un consiglio?
- S, infatti. Stavo soppesando i pr e i contro di una certa proposta che avrei intenzione di fare.
Lindley parve perplesso, poi sollevato. - Si tratta di lady Edon, vero? Be', la sua reputazione lascia un po' a desiderare, ma se non vi curate dei pettegolezzi, in qualit di cugino vi do la mia approvazione. Dopotutto, il suo lignaggio...
Julian fece passare qualche istante, ma Lindley lasci la frase in sospeso. - Continuate - lo esort. - Stavate per aggiungere che sono un sanguemisto. Non siate reticente. In passato vi siete espresso molto chiaramente sull'argomento.
Lindley si guard attorno, preoccupato. A parte alcune librerie, qualche poltrona e un tavolo, non vide nulla che facesse al caso suo. La finestra era piccola e non lasciava passare molta luce. Se le lampade si fossero spente, sarebbero rimasti al buio. Julian avanz verso di lui.
- Inutile rivangare il passato - osserv Lindley.
- Strano. Era proprio di una questione che riguarda il passato che desideravo parlarvi. E lady Edon non c'entra.
- Non lo sapevo - si giustific Lindley. La sua voce era diventata improvvisamente stridula. - Credetemi, Auburn, quando eravamo a Cawnpore, non lo sapevo.
- Non vi  mai venuto il sospetto che la sua ricomparsa inaspettata mi avrebbe dato da riflettere?
Lindley mosse le labbra, ma non parl. Fece a sua volta un passo avanti. - Accidenti a voi, Sinclair, bestiaccia maledetta. Ormai lei vi apparteneva, non  vero? Quando vi ho visto a Cawnpore ho pensato...
Non termin la frase. Julian gli si scagli addosso e gli sbatt la testa contro la libreria. Mentre lo teneva stretto, vide con soddisfazione che gli si erano gonfiate le vene del collo. - Vi rivelo subito quali sono le mie intenzioni - disse, pestandogli una caviglia come anticipazione del calcio che stava per sferrargli. - Vi uccider. Il rovescio della medaglia  che verr processato, ma in compenso voi sarete morto.
Lindley tent di artigliargli gli occhi, tuttavia Julian lo immobilizz, stringendogli il collo con il braccio come in una morsa. Spezzarlo non gli sarebbe stato difficile. - Ci sar un farabutto di meno al mondo. Non vedo perch dovrei tirarmi indietro.
- Emmaline non...
Sarebbe bastato aumentare ancora un po' la pressione sul collo per rimediare a quella loquacit fastidiosa. - S, forse la signorina Martin non apprezzerebbe - concesse Julian - ma il bello  che con lei non si pu mai essere sicuri di nulla. Non  da escludere che approverebbe.
- Figuriamoci! - esclam Lindley. - Volente o nolente, l'avete abbandonata.
Julian gli sbatt di nuovo la testa contro la libreria con tutta la sua forza, e Lindley si afflosci sul pavimento.
- Alzatevi - ordin Julian. - Facciamo le cose per bene.
Lindley si alz e inaspettatamente gli sferr un pugno. Julian riusc a schivarlo, ma non si accorse che gliene stava arrivando un altro. Colpito in pieno al viso, indietreggi di un passo.
La mossa successiva fu inevitabile. Afferrato Marcus per un braccio, glielo torse dietro la schiena fin quando sent il rumore dell'osso che si spezzava. Con un grido di dolore, Lindley si accasci a terra.
- S, fa un male cane - disse Julian - e probabilmente non potrete mai pi impugnare un'arma. Peccato che non abbiate i cannoni a disposizione.
La porta si richiuse silenziosamente alle sue spalle. In quel club avevano la buona abitudine di tenere tutto in ordine e ben lubrificato.

14
- Vi piace Verdi?
La voce suadente alle sue spalle la fece sobbalzare. Emma si pent di essersi avvicinata alla sala da ricevimento per vedere meglio. La signorina Tietjens stava eseguendo l'aria finale e gli invitati ascoltavano rapiti.
Delphinia, sparita in mezzo agli ospiti, non poteva esserle d aiuto.
Comunque non ne aveva bisogno. - Non siete stato invitato - disse, senza staccare gli occhi dal soprano.
- Avete chiesto di me, vero?
- Solo per essere sicura di non incontrarvi.
- Ci sono lo champagne e un giardino. Potreste approfittarne per esercitarvi nella mira.
Emma si morse il labbro. Prima o poi lui se ne sarebbe andato.
- Potreste almeno dirmi dove avete imparato l'urdu, Molto ben fatta, quella scritta.
- Cosa? - domand Emma, girandosi di scatto.
Julian era dietro di lei, con le braccia conserte, e nella mano destra aveva un bicchiere di vino. Emma aveva quasi dimenticato il fascino di quegli occhi, che alla luce delle candele assumevano un colore verde dorato. - Ssst - la zitt lui. - Non guastate l'atmosfera.
- L'avete gi rovinata voi con la vostra presenza - ribatt Emma. Incredibile. Lord Lockwood gli aveva rivelato che la signorina Ashdown in realt era lei. Sapendo che quei dipinti erano opera sua, chiss qual era stata la sua chiave di lettura.
Julian indic la porta con un cenno del capo. Emma torn a guardarsi intorno nella speranza di vedere la cugina, poi lo segu in anticamera. L fuori si respirava meglio. Si fece coraggio. - Lockwood mi aveva promesso di non dirlo a nessuno - osserv.
- Credete davvero che avessi bisogno di domandarlo? - replic Julian con un sogghigno, appoggiandosi al muro e studiando la sua reazione. L'intonaco bianco faceva risaltare la sua pelle ambrata e il colore dei suoi, occhi. La prima volta che l'aveva visto, Emma aveva creduto di sognare, tanto era bello. - Sapnagar e il soldato - mormor Julian. - Li ho riconosciuti.
Certo, era stata stupida a non intuirlo. D'altro canto, Sapnagar sulla tela era quasi una miniatura. Quanto al soldato, lei non immaginava che a distanza di tanto tempo Julian lo ricordasse ancora.
Gli invitati proruppero in applausi e, quando le porte si aprirono, iniziarono a sciamare nell'anticamera. Mentre passavano, molti girarono la testa per guardare Julian e uno di essi mormor: - Che faccia tosta. - Lui finse di non accorgersene. - Mi congratulo con voi, Emma - disse, - Avete Un talento eccezionale. Dev'essere una grande soddisfazione sapere che la Royal Academy apprezza i vostri lavori.
- Se continuate a parlarne, finirete per smascherarmi - protest Emma.
- Solo se restiamo in mezzo alla gente.
- Non penserete davvero che verr con voi da qualche parte, vero? - domand Emma con una risata ironica.
- A quanto pare, ci tenete molto a conservare l'anonimato. Non posso darvi torto, I vostri dipinti sono cos prorompenti e... provocatori. Forse voi stessa non immaginate quanto.
Emma era confusa. Parlare con lui e tentare di scoraggiarlo era inutile. Non le piaceva. Doveva assolutamente evitare di scomporsi. - Noi due non abbiamo niente da dirci - osserv.
- Forse potremmo raccontarci qualche verit.
Emma non desiderava affatto ascoltare le sue. Quelle che lui le aveva gi raccontato erano bastate a toglierle il sonno. - Perch mai dovrei volerlo? - domand.
- Comincio a trovare insensata questa conversazione replic Julian, con un sorriso non proprio piacevole. - A meno che non soffriate di una forma di amnesia che vi ha fatto scordare quello che c' stato tra noi.
- Quattro anni fa - precis Emma. - Ne  passata di acqua sotto i ponti.
- No, il fiume era in secca.
Altri ospiti si riversarono fuori e molti di essi manifestarono un certo interesse nei confronti di Julian. - Auburn - disse un giovanotto - dovreste andare al Turf Club. Ha appena aperto i battenti, ma ha gi la fama di essere il massimo in fatto di cattivo gusto.
Julian si volt a guardarlo. Emma non lo vedeva in faccia, ma il giovanotto che gli aveva rivolto la parola impallid e si affrett ad andarsene.
- Di che si tratta? - domand lei.
- Pare che vogliano espellermi dal mio club - rispose Julian con un'alzata di spalle.
- Per quale motivo?
- Per il mio cattivo carattere. Ce ne andiamo?
Emma non sapeva cosa fare. S'incammin, serrando i pugni, ma si ferm subito. - Perch non mi lasciate perdere? Del resto l'avete gi fatto una volta.
- Questo lo dite voi. - Lui le afferr il polso. - Venite con me.
Aveva la mano calda e il profumo di sempre, un misto di sapone e legno di sandalo, e la sua pelle emanava un lieve odore di muschio. Emma si sentiva stordita. Aveva la testa leggera e le pareva che da un momento all'altro avrebbe potuto volteggiare nell'aria. Stentava a credere che stesse seguendo Julian. D'altronde, non aveva scelta.
Lui apr una porta e sbirci dentro. - No - disse, mettendole una mano sulla schiena per farla andare oltre. La stanza successiva parve fare al caso suo. - Perfetto - annu, conducendola dentro.
Emma si allontan di qualche passo e incroci le braccia sul petto, come per proteggersi da un pericolo. - Dovete lasciarmi in pace - disse, evitando di guardarlo. Sul pavimento, accanto alla scrivania, c'era un mappamondo grande quanto la ruota di una carrozza. Era insolito e impressionante per le sue dimensioni. Emma si ramment di averne sentito parlare: era il famoso mappamondo degli Ardsmores. Si avvicin e punt un dito sull'Inghilterra. Come sembrava piccola e indifesa in confronto al resto del mondo.
Julian le prese la mano. - No - le bisbigli all'orecchio. Il suo respiro le fece venire la pelle d'oca. Era cos vicino che Emma avvertiva il calore del suo corpo. - Propongo di tornare indietro - continu Julian e, guidandole la mano, le fece ruotare il mappamondo fino a quando si pos sul subcontinente indiano.
- Dov'eravate? - domand, mettendole un dito su
Delhi. - Ecco qui. Un po' meno di quattro anni fa, per la precisione. Vi ho vista per la prima volta nella brezza di quel giardino.
"Non farmi questo." Emma chiuse gli occhi. Julian le strinse pi forte la mano.
- Aprite gli occhi - ordin. - Se lo sopporto io, potete farcela anche voi.
Emma emise un suono gutturale simile a un singhiozzo e non pot fare a meno di notare la reazione di Julian, istintiva e tangibile, che si manifest con una maggiore pressione del braccio contro il suo e delle nocche delle dita, che divennero bianche.
- Eravamo in giardino - riprese lui - e non vi piaceva il vino. Avevate ragione, era imbevibile. Abbiamo parlato per la prima volta. Ci siamo anche toccati per la prima volta.  stata un esperienza dolcissima, Emma. - Le sfior il collo con le labbra. Non, era un bacio, solo un tocco fugace. Non aveva nulla a che vedere con il bacio che le aveva dato quella volta, a Delhi. Molto tempo prima. - Vi rammentate? - riprese, formulando le parole a contatto della sua pelle, cosicch il ricordo non era solo visivo, ma anche fisico. Allora era stato come se avesse acceso delle stelle dentro di lei. Le era piaciuto. Stavolta invece lei aveva voglia di gridare. Era quasi una tortura. Acuiva il suo dolore, la sofferenza che lei credeva di aver superato e non avrebbe pi dovuto provare.
Scroll il capo.
- Poi - continu Julian, alzando la testa -  scoppiata la rivolta. Voi eravate qui. - Le spost leggermente la mano su una regione che si chiamava Rajppotana. - Lo sapevate? Avete mai guardato il mappamondo per sapere dove eravate? Una volta tornata in Inghilterra, avete cercato Sapnagar per capire dove si trova esattamente?
Emma deglut nel tentativo di schiarirsi la voce. - No - rispose con il tono pi duro possibile.
- Kavita vi ricorda ancora nelle sue preghiere. Mi parla di voi in ogni lettera e continua a chiamarvi behin. Non le dir che non avete cercato Sapnagar sul mappamondo. Temo che non capirebbe.
Accidenti a lui. Una lacrima le col sulla guancia. Non m importa - replic Emma. - Diteglielo, oppure no. Fate come vi pare.
- Non sono cieco - mormor Julian. - Le parole non sono il nostro unico modo di comunicare.  sempre stato cos, tra noi.
Lei tent di divincolarsi, ma Julian se l'aspettava e la blocc, spingendola contro il mappamondo. - Siete la seconda persona con cui mi confronto oggi - disse. - Con voi sar pi gentile, ma non vi lascer andare. Avete capito?
Emma gli pest un piede. - Vi avverto che vi far male.
- Non lo metto in dubbio. Ma procediamo con ordine. Eravate a Sapnagar. Poi dove siete andata? Mi avete parlato di Kurnaul. - Vincendo la sua resistenza, le spost la mano verso destra. - Forse occorrerebbe un calendario per ricostruire i vari spostamenti. Anch'io sono stato a Kurnaul. - Le premette il dito sul mappamondo. -  qui che eravate? A Kurnaul, Emma?
Qualcosa in lei si ribell. - Ora ve lo mostro - disse in tono acido. - A condizione che mi togliate le mani di dosso.
Julian allent la pressione. - Avanti, allora.
- Toglietemi le mani di dosso - ripet Emma.
Julian la lasci andare, ma rimase fermo dov'era.
- Qui - disse lei, puntando il dito su Kurnaul. - S, infatti. Pioveva sempre. La met dei civili si era ammalata di colera. Sono rimasta ad aspettarvi per settimane. Poi ci siamo spostati a sudest. - Allontan il dito di un paio di centimetri. - Siamo arrivati qui, a Bart...
- Bharatpur - la corresse Julian. - Ci sono passato...
- Eravamo nei pressi di Bartpur. Il Maharajah di quella zona non ci era ostile. Cos dicevano. Vi ho aspettato l, ma il nostro accampamento non era sicuro. Un giorno  arrivato un uomo: era ferito al braccio, aveva i tendini spezzati. Si era imbattuto in una banda di rivoltosi, e noi eravamo quasi tutti civili. I soldati servivano altrove. Quell'uomo ci ha avvertito del pericolo e allora siamo scappati. Abbiamo viaggiato tutta la notte e buona parte del giorno dopo. Stavo male, mi ero beccata qualche malanno all'accampamento. Ci siamo accampati qui. - Punt il dito su Alwar. Non poteva pronunciare il nome della citt a voce alta. Ad Alwar aveva assistito a scene orribili, spaventose.
Julian sospir. Non fece il minimo rumore, ma lei lo cap dal soffio che le sfior la guancia. - Oh, Dio, Emma, ci sono stato anch'io. Due volte. Come mai non vi ho...
- L c'era una donna con cui dividevo la tenda. Il suo bambino era stato ucciso, sotto i suoi occhi, credo. Continuava a gridare, non la smetteva mai, giorno e notte. Un giorno ha trovato una pistola: era di un soldato che stava consumando il rancio e l'aveva posata accanto a s, La donna se n' impadronita e si  tolta la vita nella nostra tenda.
Emma si volt a guardare Julian. Se si comprendeva la follia, significava forse che si era folli? Lei sapeva perch la donna non smetteva mai di urlare. Lo sapeva soprattutto in quel momento, e anche lei inizi a gridare e forse non avrebbe mai smesso. Solo gridando avrebbe potuto raccontargli tutto. Che le importava che Julian si fosse rannuvolato, che fosse turbato? Di certo la sua espressione non era da meno. Gli mise le mani sul torace e lo spinse via. - Volete sapere tutto l'itinerario? Bene, non ho nessuna intenzione di accontentarvi. Ho gi parlato abbastanza.
- Alwar - mormor Julian. - Bharatpur. Kurnaul. Anche a Lucknow? E ad Agra? In quali altre citt siete stata? Io ci sono andato, Emma. Vi ho cercata in tutti questi posti. Io c'ero.
Di colpo le manc il respiro. Era il genere di affermazione che non avrebbe mai voluto sentirgli pronunciare. - Mi dispiace che non mi abbiate trovata. Dio solo sa quanto mi rincresce, ma... - Lei prese fiato. - Non mi  successo. - Julian credeva di esserci riuscito ora. Emma glielo leggeva in faccia. Ma la ragazza che lui aveva cercato non esisteva pi. E quello che ne restava... Non piaceva a nessuno. Neanche a lei. - L'itinerario che ho fatto allora... Ormai  troppo tardi perch possiate ripercorrerlo.
- Non siete stata l'unica ad affrontare quel viaggio.
- Gi. Sono sicura che avete sofferto anche voi.  un cammino solitario, vero?
- S, ma...
- A volte capita che ci si abitui alla solitudine al punto di non volerci pi rinunciare.
- Siete impaurita - disse Julian - e arrabbiata. Lo capisco, tuttavia...
- No - protest Emma, con foga, perch lui la guardava come se fosse certo di sapere cosa lei stava per dire e nessuna delle sue affermazioni potesse sorprenderlo. Era davvero convinto che fosse cos semplice? Che bastasse ascoltare quello che lei diceva, annuendo di tanto in tanto? Lo sguardo di Julian e la sua espressione intensa formulavano promesse che lui non era in grado di mantenere. Era cos sicuro che nulla di ci che lei diceva potesse influenzare la sua opinione? In realt non poteva immaginare ci che lei aveva in mente, n quello che era accaduto dentro di lei. Altrimenti, si sarebbe tirato indietro e lei non l'avrebbe sopportato. Non avrebbe tollerato di vederlo andar via di nuovo.
- Non sono arrabbiata - riprese. Ma non appena l'ebbe detto, non ne fu pi tanto sicura. Si sentiva come se avesse avuto un peso enorme sul petto. Poteva essere rabbia, ma anche dolore. - Per devo riconoscere che ho paura - continu. - S, sono una codarda, perci vi prego di lasciarmi in pace. Vi ho gi detto e vi ripeto che non vi biasimo per l'accaduto. Ne avrei l'impulso, ma non sarebbe n giusto n logico. Per il resto... - Scosse la testa. -  troppo tardi.
Segu un lungo silenzio. Emma si appoggi al mappamondo e guard Julian. Il cuore che batteva forte e un vago senso di nausea le dicevano che c'era ancora qualcosa di cui doveva preoccuparsi. Non sapeva cosa, ma era pronta a lottare, a difendersi.
La domanda che lui le rivolse la stup. - E i vostri dipinti?
- Cosa intendete dire?
- Che cos' l'urdu, Emma? Da dov' saltato fuori?
Quell'uomo aveva il dono di mettere sempre il dito nella piaga. - Non sono fatti vostri.
-  cos torniamo alla causa principale del nostro disaccordo. L'urdu  una lingua particolare. Mi piacerebbe sapere dove l'avete imparata.
- Da un uomo che non c' pi. - Oltre a questo lui non le avrebbe cavato altro di bocca. - E ora, se me lo consentite, vorrei congedarmi.
- Per il momento - disse Julian. - Se lo desiderate.
- No, grazie - replic Emma, passandogli davanti. - Preferisco le soluzioni definitive.
Prima di uscire, non pot fare a meno di voltarsi a guardarlo. Julian, di spalle, fissava il mappamondo. Mentre Emma chiudeva la porta, lui alz un braccio e lo tir indietro con forza come per lanciare un oggetto. Lo scatto della serratura si perse nel fracasso che segu.
Julian spalanc la porta e not con soddisfazione che il suo valletto impallidiva. Passando davanti allo specchio si guard e ci che vide gli piacque molto. Bene. Aveva l'aria di essere sbronzo, adirato e pieno di livore come un ragazzino. Si sentiva esattamente cos.
Entr come una furia nella camera da letto e Caroline schizz fuori dalle lenzuola. - Julian, finalmente! Non potete immaginare quante ne ho sentite dire sul vostro conto. Lady Fitzgerald sostiene che avete spezzato un braccio a Lindley  che non vuole pi ricevervi in casa sua, e io le ho risposto che probabilmente era male informata.
- Che ci fate qui?
- Oh, mio Dio, allora  vero?
- Caroline - disse Julian, sforzandosi di non perdere la calma.- Vorrei restare solo.
- Da non credere. Vi difendo a spada tratta dagli attacchi di chi vorrebbe farvi processare per aver aggredito un eroe nazionale, non vi chiedo spiegazioni dopo l'umiliazione che mi avete fatto subire a casa di Lockwood, ed  cos che mi ricompensate... - La donna scosse la testa.
- Sentite,  evidente che avete bisogno di parlare con , qualcuno. Cosa sta succedendo?
Julian la fiss qualche istante in silenzio, cercando di capire quale delle due teste che vedeva fosse la sua. Alla fine rinunci. Mentre allungava la mano verso l'armadietto dei liquori, si accorse che tremava. Fece un passo indietro. Non era quello il modo di risolvere i problemi.
- Sentite - disse, voltandosi. Il letto era in disordine, segno che Caroline l'aspettava da un po'. C'era una bottiglia di vino gi stappata sul tavolino accanto al letto, Caroline aveva pensato a tutto. - Mi dispiace - mormor. Si sedette su una poltrona e si nascose il viso tra le mani. Aveva ancora addosso il suo profumo. Chiss se anche sulla pelle di Emma era rimasta traccia del proprio. Sperava ardentemente che quella sera lei si rigirasse nel letto, pensando a lui.
Caroline fece un rumore e Julian alz la testa. Si era sciolta i capelli e li aveva lasciati cadere sulla spalla. Ora era immobile e il suo volto era privo di espressione. Aspettava.
- Cos non va - mormor Julian.
-  per via di quella donna, vero?
- Non esattamente.
- Vorreste stare con lei?
Julian guard l'armadietto dei liquori e poi di nuovo la sua mano. "Certe persone sono incise nel palmo della mano, bambino mio" gli aveva detto la nonna molti anni prima. "Che tu lo sappia o no, sono vicine a te da quando sei nato."
- Ora capisco che sbagliavo - disse Julian. - Credevo che certe cose non mi importassero pi. - Alz la testa. - Forse anche voi dovreste mirare pi in alto.
- Pi in alto di Auburn? - domand Caroline, con una risata beffarda.
- S. Potreste creare un rapporto migliore di quello che ci unisce.
- Intendete dire che dovrei perseguire l'amore eterno? - domand Caroline, incredula.
- Qualcosa del genere.
- Be', non avrei mai immaginato di sentirvi parlare cos. - Lei scosse la testa. -  il genere di amore che mi ha dato Geoffrey. Ma sapete una cosa? Mi sentivo soffocare.
- Forse lui non era l'uomo giusto.
- Vi rendete conto di quello che dite? Ragionate come un ragazzino. Riflettete, Julian. Il nostro sarebbe un matrimonio perfetto. Senza scenate spiacevoli come questa. Io non vi assillerei con le stupidaggini, n protesterei se qualche notte voi non tornaste a casa. Qualche volta ho provato, ma ho capito che vi d fastidio. Sapete una cosa? Non piace neanche a me. Sono stanca di fare da madre ai miei amanti. Se preferite trascorrere il tempo con qualcun altro, fate pure. Potrete passare la notte giocando a carte o a letto con un'altra donna. Non dir nulla. Potrete flirtare con chi vi pare. Volete quella ragazza? Prendetevela. Per me non fa differenza. Mi piacete troppo perch vi detti delle regole. E sono sicura di piacervi anch'io. Non  forse vero?
- S.
- Allora pensateci bene. Potremmo sposarci e godere ugualmente della nostra libert.
- Sono sicuro che sareste molto comprensiva - replic Julian. - Ma proprio stasera stavo pensando che non ho pi vent'anni e forse la libert non mi attira pi come una volta.
Caroline scoppi a ridere, per era una risata forzata. - Figuriamoci! Julian Sinclair vuole farsi mettere in catene. Dev'essere una ragazza eccezionale. - Prese la bottiglia e si vers del vino.
Si port il bicchiere alle labbra e, dopo averlo vuotato d'un fiato, si asciug la bocca con il dorso della mano. -  lei? - domand. - La donna che avete conosciuto in India?
- Non  questo l'argomento della nostra conversazione.
- Capisco. L'avete gi posseduta?
Julian sent una fitta alla testa. - Non sono in vena di compagnia. Forse  meglio che ve ne andiate.
- Ah, allora lei non vi vuole - comment Caroline in tono sprezzante.
- No, infatti - rispose Julian, alzandosi. - Cominci a pensare che non mi vorr mai. Forse questo potr consolarvi. Perlomeno vi ho dimostrato che la mia decisione non ha nulla a che vedere con la libert,
- Siete uno stupido - disse Caroline, ma aveva gli occhi lucidi.
Julian si sedette sull'orlo del letto e le fece una carezza sulla guancia.
- Prego Dio che un giorno possiate avere la fortuna di sentirvi stupida come lo sono io in questo momento, anche se vi auguro un epilogo migliore. Non ho altro da aggiungere.
Caroline gir la testa dall'altra parte. - Devo vestirmi - disse con un filo di voce.
- Bene. Aspetto fuori.

15
Un rumore di passi sul pavimento di marmo lo distrasse. Julian si volt in tempo per vedere Lockwood svoltare l'angolo. - Ah, eccovi, Auburn. Gentile da parte vostra sparire in quel modo.
Julian sorrise. Da quando Liam era tornato dall'Australia, si divertiva a scimmiottare i gentiluomini inglesi; per stava esagerando, perch lo faceva anche tra le mura della propria casa. - Vedo che quel dipinto vi attira in modo particolare - continu Lockwood, avvicinandosi.
- S - rispose Julian, tornando a osservare il soldato che campeggiava sulla tela. Sperava che fosse solo una reminiscenza di quel giorno a Chandni Chowk, ma lo sfondo non era quello giusto. Possibile che Emma l'avesse incontrato di nuovo? Santo cielo, rischiava di perdere la ragione a furia di torturarsi con tutte quelle domande. Non aveva il coraggio di chiedere a lei. Il ricordo della sua espressione, quel giorno in biblioteca, era impresso in modo indelebile nella sua mente. - Per fortuna non l'avete appeso in camera da letto, com'era vostra intenzione.
- Be', non  detto che non ci ripensi. Mi ricorderebbe i vecchi tempi.
- Scusate, non capisco.
- Nella mia camerata, a Botany Bay, c'era una dozzina di personaggi come quello. Ne ho anche ammazzato qualcuno, quando le cose si mettevano male.
- Ah, capisco. Non c' nulla di meglio su cui posare lo sguardo di primo mattino.
- Dimenticare pu essere pericoloso, Julian - asser Lockwood, improvvisamente serio.
Julian lo guard. Erano amici fin da quand'erano giovani, avevano condiviso scherzi e bevute a Eton e in seguito al King s College di Cambridge; ma da quando era tornato dalla colonia penale, Lockwood era diventato un enigma.
Era pi mite e allegro, tuttavia Julian aveva la sensazione che ogni volta che si congedava, gioviale e sorridente, andasse a cercare qualcosa da sfasciare per sfogarsi.
- Non siete molto razionale, lo sapete?
- Volevate dire che sono pazzo?
Julian si strinse nelle spalle. A onor del vero, essere abbandonati dalla propria sposa il giorno delle nozze e gettati alle ortiche senza una spiegazione avrebbe fatto impazzire chiunque. Le persone del suo ambiente, sviate dalle sue mezze frasi e dalle risposte evasive di Julian, credevano che Lockwood avesse trascorso gli ultimi anni viaggiando per il mondo in compagnia della moglie. Solo Julian sapeva come stavano realmente le cose. E la moglie del conte, naturalmente. Era un problema da risolvere perch, da quando Lockwood era tornato dall'Australia, otto mesi prima, la signora non si era ancora fatta vedere in giro.
- La notte scorsa per poco non  andato a fuoco - disse il conte, indicando il quadro. - Un idiota ha lasciato una lampada accesa nella sala da musica, quella che si trova in fondo alla galleria e che d sul giardino. O meglio, si trovava, dal momento che l'incendio l'ha distrutta. Quando l'abbiamo spento, il fuoco aveva gi raggiunto la galleria.
- Oh, santo cielo.
- Strano che ci fosse una lampada accesa. domestici ci sanno che non entro mai in quella stanza.
- Nessuno ha saputo spiegarvi cosa pu essere successo?
- No.
Julian torn a esaminare il dipinto. LA CITT NON  SICURA. Sotto quello che rappresentava Sapnagar c'era scritto: ABBIAMO INTENZIONE DI ENTRARE DA KASHMIR GATE. Purtroppo non gli era venuto in mente di decifrare le altre scritte la prima sera, quando i quadri erano tutti esposti nella galleria. Del resto era comprensibile, nello stato d'animo in cui si trovava. - Gli altri sono gi stati portati alla Royal Academy? - domand.
- S, tranne quelli per cui mancava lo spazio.
- E dove sono finiti?
- Venduti. Sono andati via in un baleno. Perch lo volete sapere?
- Forse  solo una mia fantasia, ma queste scritte in urdu sembrerebbero istruzioni militari.
- Interessante.
- Gi, se solo volesse darmi una spiegazione.
Rimasero un momento in silenzio, poi Lockwood disse: - Quindi avete conosciuto la signorina Ashdown?
- S. Sapete bene cos' accaduto la sera del ballo.
- Ha in programma un viaggio in Italia. Avete idea del motivo per cui ha deciso di partire?
Julian sent contrarsi tutti i muscoli del corpo. Emma voleva fuggire. - No - rispose. - Dovreste domandarlo alla signorina Martin.
- L'avete conosciuta in India, questo l'ho capito. Ma come?
- Sarei curioso di sapere come sta vostra moglie. Avete sue notizie?
- Gradite qualcosa da bere? - domand Lockwood, aggrottando la fronte.
- S, volentieri.
Mentre andavano a prendere la bottiglia e i bicchieri, Lockwood scoppi a ridere. - Proprio come ai vecchi tempi - disse. - Facevate sempre cos quando vi chiedevo delle vostre donne.
- Lei non  una delle mie donne.
- Me ne sono accorto. Ci significa che posso farle la corte? - Julian si volt e lo guard storto. Lockwood alz le braccia in segno di resa. - Questa reazione  la miglior risposta alla mia domanda, ma solleva altri interrogativi.
- Sono d'accordo.
Entrarono nella sala da ricevimento e Julian prese una bottiglia di whisky dalla credenza.
- Ditemi: se non volete che la corteggi, perch non lo fate voi?  una bella donna e ha molto talento.
Che domanda stupida. - Perch non le interesso.
- Ne dubito. Ho visto la sua espressione, quella sera.
Julian fiss per un attimo il fondo del bicchiere prima di vuotarlo in un sorso. Gli sembrava di vedere il volto di Emma mentre parlava della guerra. - Anch'io - mormor. Non voleva vederla ancora cos disperata, men che meno per colpa sua. Perci aveva deciso di lasciarla in pace.
- Quindi la faccenda  chiusa. Non tentate nemmeno di farle cambiare idea?
Julian si sistem sul divano, mentre Lockwood prendeva la bottiglia del cognac. - Voi siete sempre cos sbrigativo con le donne? Siete messo male. Senza contare che quella sera vi siete avvicinato a lei come un gatto che vuole rubare la panna.
- Ah, non sapevo che foste un poeta.
- Devo usare un linguaggio pi crudo? La guardavate come se voleste saltarle addosso e...
- No - disse Julian in tono pacato. - La guardavo come se pensassi che fosse uscita da una tomba.
- Capisco - mormor Lockwood, posando la bottiglia e sedendosi di fronte a lui. - Vi chiedo scusa. Forse ho confuso la mia sana libidine con la vostra. In effetti quella donna ha due belle.
- Basta cos! - lo interruppe Julian, sbattendo il bicchiere sul tavolo. - State parlando di una signora.
- Il che, come sappiamo, non significa nulla. Basta schioccare le dita e quasi tutte le donne si alzano le gonne fin sopra le orecchie. In realt volevate dire che stiamo parlando della signorina Martin.
Julian fece un'alzata di spalle. Lockwood voleva arrivare a una conclusione ben precisa. Tanto valeva lasciarlo parlare.
- Ascoltate, Auburn - riprese il conte, accavallando le gambe - in questi ultimi giorni siete cambiato. Avete picchiato i vostri amici al club, piantato la fidanzata, e mi hanno riferito che avete anche sfasciato il mappamondo degli Ardsmores.
- Ne ho gi ordinato un altro.
- Comunque  una mancanza di stile. Continuate di questo passo e nessuno vorr pi ricevervi, qui a Londra.
- Che disgrazia.
- Oh, fatela finita. Non  da voi comportarvi in questo modo. Sono sicuro che dipende tutto dal vostro incontro con la signorina Martin. Trovo che questa vostra fissazione...
- Fissazione?
- Ossessione, se preferite. Se volete quella donna, prendetevela. Ma vi prego, smettetela di far scenate e soprattutto non spingetela a partire per l'Italia. Qualunque cosa vi proponiate di fare, vi assicuro che questo non  il sistema giusto. E come mentore della signorina, sono decisamente contrario a un suo soggiorno prolungato all'estero.
- Sentite, io non le ho fatto niente - si giustific Julian.
- Allora forse dovreste far qualcosa, visto che...
- Ve l'ho gi detto, non le interesso.
- Avete messo le carte in tavola in modo che lei potesse prendere una decisione? - domand Lockwood. - Comprendo la titubanza della signorina, ma nonostante la vostra cattiva reputazione, avete molto da offrirle.
- Non avete capito - replic Julian. - Abbiamo avuto una relazione.
- Mmm.
- Qualunque sia il motivo, la signorina Martin si rifiuta di ammetterlo e non vuole legami.
- Allora siate meno intransigente. Se star bene con voi, forse cambier idea.
Julian rifletteva.
- Come stavo dicendo - riprese Lockwood - il trucco sta nel pressarla il meno possibile. Vi va un altro bicchiere? - domand, tornando a riempire il proprio.
- S, ma vorrei anche darvi un suggerimento.
- Sono tutto orecchie.
- Se siete cos abile nel conquistare le donne, perch non mettete in pratica i consigli che mi avete dato?
- Ah, tutto il discorso mi si ritorce contro, vero?
Julian scoppi a ridere.
Emma aveva trascorso la mattinata aprendo gli scatoloni spediti dal Devon, un lavoraccio che non migliorava di certo il suo umore. La cameriera personale di Delphinia, che per l'occasione la cugina le aveva dato in prestito, aveva una strana fobia per il lavoro manuale.
Si roviner le mani, signorina Martin. Permettetemi di chiamare i domestici. - Quell'osservazione le aveva rammentato la madre, che era fissata con le sue mani e si preoccupava perch erano perennemente sporche di essenza di trementina. - Mi arrangio da sola - aveva risposto, seccata. La cameriera si era immusonita ed era sgattaiolata fuori dalla stanza, probabilmente per andare a lamentarsi con Delphinia.
Il suo era stato un atteggiamento puerile, doveva ammetterlo. La donna aveva ragione: quando aveva finito di aprire gli scatoloni, le sanguinava una mano ed era gi mezzogiorno. Per giunta, quando si era fermata ed era rimasta in ginocchio, con gli occhi chiusi, per riprendere fiato, riaprendoli si era trovata davanti le sue tele, popolate da mostri spaventosi con le bocche spalancate e le braccia tese come a chiedere aiuto.
Erano i dipinti che non aveva osato mandare a Delphinia, ritenendo che i soggetti fossero troppo impressionanti. Quelli della Royal Academy volevano vederli e Lockwood aveva insistito perch li accontentasse.
Emma non vedeva l'ora di sbarazzarsene. E poi c'era quel maledetto ritratto di Julian. Proprio l, vicino al suo gomito. Si era dimenticata di scrivere che non lo spedissero. Emma si alz e lo port davanti all'armadio. La passione per la pittura a volte si rivelava faticosa. Forse avrebbe fatto meglio a suonare il flauto: era pi maneggevole.
Qualcuno buss alla porta. - Avete visite, signorina.
Emma prese il cartoncino che il valletto le porgeva, Lady Edon. Che cosa voleva da lei? - Scendo subito.
La baronessa si alz quando Emma entr nel salottino, poi torn a sedersi sul divano in un fruscio di seta e pizzi. - Noi due non siamo mai state presentate - esord, intrecciando le dita e assumendo un'espressione studiata - ma ho ragione di credere che ci conosciamo.
Vista da vicino, lady Edon era ancor pi affascinante. Il suo profumo francese per era troppo forte. Emma starnut.
- Oh, mia cara, non state bene? - domand lady Edon, porgendole un fazzoletto.- Volete che suoni il campanello per farvi portare qualcosa?
Emma accett il fazzoletto con un sorriso, ma la proposta di chiamare un valletto era decisamente fuori luogo. Non era compito dell'ospite, semmai della padrona di casa. - Molto gentile da parte vostra - replic. - Se desiderate qualcosa, non esitate a chiederla.
La baronessa batt le palpebre, segno che il velato rimprovero non le era sfuggito. - S, grazie. Veramente credo che non mi tratterr a lungo. Ritengo che noi due abbiamo ben poco in comune, e spero che al termine di questa conversazione quel poco sar ridotto a zero.
- Pi franca di cos non sareste potuta essere.
Lady Edon rise. - Gi. Se mi permettete di esserlo ancor di pi, signorina Martin, vi dir che ho scoperto chi siete.
- Davvero? - mormor Emma, appoggiandosi allo schienale della poltrona. Lei aveva un vantaggio rispetto alla baronessa. Quando lavorava, non portava il busto, perci la sua postura comunicava meglio l'indifferenza. - Chi sono? - domand.
- Se proprio volete che ve lo dica, so che eravate in India con Julian.
Lui gliel'aveva rivelato? Indignata, Emma raddrizz la schiena. - E con questo?
- Vi faccio notare che succede spesso che le donne perdano la testa per Auburn. Di solito evitiamo di dar peso alla cosa. Voi per l'avete importunato oltre misura, perci sono venuta ad avvertirvi. Julian cerca di comportarsi da gentiluomo, ma se continuate a perseguitarlo, potrebbe finir male. Non fatevi illusioni. Non  un ragazzo, bens un uomo che ha scelto la sua strada e non guarda in faccia a nessuno.
- Che strada sarebbe? Ho il sospetto che non parliamo della stessa persona. L'uomo che descrivete sembra spietato.
- Mi fa piacere. Vedo che il buon senso non vi manca. Julian vi divorerebbe in un boccone, tanto pi che non siete neppure giovanissima.
- Oh, che paura! - esclam Emma, sarcastica, - Ce una cosa che vorrei sapere: vi prendete la briga di avvertire ciascuna delle migliaia di donne che lo perseguitano, oppure io sono un caso speciale?
- Non direi proprio - rispose lady Edon. - Siete solo la pi insistente...
- Strano, considerando che...
- ... e non voglio che Julian continui a essere infastidito da voi.
Come aveva fatto Julian a stare con una donna cos insopportabile? - Scusate, ma non posso fare a meno di notare che siete molto tesa. Ne deduco che non siete abituata a vedere Julian che rincorre le altre donne.
- Sarebbe meglio che parlaste di lui con il rispetto dovuto al suo titolo nobiliare - protest lady Edon. - Nessuno vi ha dato il diritto di chiamarlo per nome.
- Davvero? - mormor Emma, sorridendo.
Lady Edon avvamp di collera.
- Avete ragione - continu Emma. - L'etichetta impone di non usare i nomi di battesimo. Vi ringrazio di avermelo ricordato. Per ricambiare il favore, vi faccio notare che la buona educazione prevede che si evitino le visite prima delle tre del pomeriggio, e soprattutto che non si insulti chi ci ospita.
Lady Edon si alz lentamente, con quella grazia innata che Emma aveva ammirato in lei a casa di Lockwood. - Vi credete molto astuta, ma vi dico una cosa; non riuscirete a conquistarlo. Il vostro charme da stupida ragazza di campagna non pu aver presa su di lui. Ne uscirete con il cuore a pezzi. I suoi continui tradimenti vi distruggeranno.
Emma si alz a sua volta. - Comincio a chiedermi se lo conosciate veramente, lady Edon. Non mi sembra proprio che sia un tipo infedele.
- A questo punto devo ricredermi sul vostro conto. Auburn non costituisce una minaccia particolare per il vostro tenero cuore. Qualunque maschio focoso non avrebbe difficolt a sedurvi, e se vi rifiutate di affrontare la realt, non vi resta che chiudervi in convento. - Si diede una sistemata all'abito e usc, sfiorando Delphinia che arrivava in quel momento.
- Che cosa... - mormor questa, voltandosi a guardare la baronessa. - Cosa voleva?
- Non ne ho idea - rispose Emma. - Vaneggiava e non sono riuscita a fermarla.
- Ti ha accusato di essere la causa della rottura del suo fidanzamento?
- Che stai dicendo? - mormor Emma. Sent una fitta allo stomaco.
- Non te n'ho parlato? Corre voce che Auburn abbia rotto con lady Edon. Strano. Si erano appena fidanzati. Secondo me quell'uomo  uno squilibrato. Figurati che l'hanno cacciato dal club perch ha aggredito Marcus. Hanno messo a tacere la cosa perch non possono denunciarlo. Hanno troppo bisogno del suo voto, senza contare che potrebbe far crollare la Banca d'Inghilterra, se volesse. Ma se i giornali pubblicassero la notizia che ha ferito gravemente il Vendicatore di Cawnpore, non credo che la passerebbe liscia. La gente scenderebbe in strada a protestare.
Emma recuper il fazzoletto che lady Edon aveva lasciato cadere e vide il monogramma di Julian. Ma certo. Chiss com'era rimasta delusa la baronessa, vedendo che lei non l'aveva notato. Lo mise in tasca. - Fammi preparare l carrozza, per favore. Voglio fargli visita.
- Ti ha dato di volta il cervello? Non hai sentito quello che ti ho detto?
Emma la guard storto. - Non immischiarti, cugina.
A Emma faceva una strana impressione essere a casa di Julian. Aveva atteso mezz'ora in salotto, perci aveva avuto tutto il tempo di riflettere. Non avrebbe saputo dire come se l'era immaginata, forse cos sfarzosa da intimidirla. In realt la casa, che vista dall'esterno era decisamente imponente, dentro era calda e accogliente, Il pavimento era di marmo, le porte di teak, i tappeti orientali, forse indiani, e i muri rivestiti di pannelli di legno dal disegno delicato. Le stanze erano piuttosto buie e quella era l'unica pecca. Si sarebbe dovuto aprire un lucernario come aveva fatto lei nel suo studio. Probabilmente a Julian sarebbe piaciuto. Chiss come doveva essergli sembrata triste e grigia quella casa, quando da ragazzo era arrivato in Inghilterra dall'India cos piena di luce e di colori.
La panca su cui Emma stava seduta era di legno di sandalo profumato con intarsi d'avorio. Si chiese se il letto in cui lui dormiva fosse fatto dello stesso materiale. Poteva essere quello il motivo per cui la pelle di Julian aveva quell'odore caratteristico.
Non doveva pensare al suo letto.
Finalmente ricomparve il domestico, che la condusse nello studio di Julian. Lo trov seduto alla scrivania, sotto una finestra bifora da cui filtrava una luce fredda.
Lui non si alz al suo ingresso. - Emma. Da sola? Che sorpresa. Accomodatevi prego.
L'indifferenza con cui l'accolse la stup. Facendosi coraggio, Emma avanz nello studio. Julian aveva davanti a s un libro contabile. Stava lavorando. Lei non l'avrebbe mai immaginato. Che si occupasse di politica e guerra era normale, dato il suo temperamento, ma tenere la contabilit era cos tedioso.
- Vi trovo in forma - disse. - Non avete l'aria sofferente.
Julian pos la penna e alz la testa, ed Emma vide che si era sbagliata. Lui aveva le occhiaie; forse non dormiva bene. Imbarazzata, diede un'occhiata alla stanza. Quando lo guard di nuovo, pens che Marcus non doveva essere riuscito a dargli neppure un pugno, a meno che quella macchia scura sulla mascella fosse un livido in via di guarigione e non la ricrescita della barba o semplicemente un'ombra. L'abbigliamento era informale: camicia bianca, gilet grigio ardesia e giacca coordinata. Il nodo della cravatta era allentato. Lui avrebbe potuto sistemarlo in un attimo,, ma evidentemente non l'aveva ritenuto necessario.
Emma era sempre pi a disagio. - Avete rotto il fidanzamento con lady Edon - disse.
Julian la guard qualche istante in silenzio, poi accenn un sorriso. - Sapete, non avrei mai immaginato di vedervi qui, specialmente dopo la scenata dell'altra sera.
- Infatti non vorrei esserci, ma...
- Invece ci siete. Non ditemi che qualcuno vi ha costretta a venire, altrimenti bisogner chiamare la polizia.
Difficile non sentirsi sciocca. - Ho pensato che fosse necessario chiarire meglio i miei sentimenti.
- Oh, santo cielo - sospir Julian, appoggiandosi allo schienale. - Abbiate piet di me, non infierite sul mio orgoglio maschile. Quale sar il prossimo passo, Emma? Pubblicherete la notizia sul "Times"?
Emma digrign i denti. - Mi  venuto in mente che se la rottura del vostro fidanzamento ha qualcosa a che vedere con me...
- Perch dovrebbe?
Julian era troppo bello perch lei riuscisse a fingere indifferenza. L'intensit del suo sguardo e i tratti del viso erano un dono di Madre natura; in quel momento aveva un espressione innocente che la irrit. - L'altra sera mi avete accusato di essere una bugiarda, ma ora l'ipocrita siete voi.
- Dite? Comunque spiegatevi meglio. Perch mai dovrebbe avere a che vedere con voi?
- La baronessa ne sembra convinta.
- Ve l'ha detto lei, vero?
- S.  venuta da me oggi.
- Capisco. Mi dispiace che vi abbia disturbata. Deve avermi frainteso.
Emma attese che lui continuasse, invece Julian non aggiunse altro. Dopo un po' si strinse nelle spalle, prese la penna e si chin sul libro dei conti. Il rumore graffante del pennino sulla carta accompagnava l'avanzata dei numeri verso il fondo della pagina.
- Che ipocrita... - mormor Emma.
- Siete venuta apposta per dirmelo?
- Vi ho gi spiegato perch sono venuta.
Julian si alz, lasci cadere la penna e fece il giro della scrivania. Emma fece per alzarsi a sua volta, ma lui si appoggi ai braccioli della sedia, costringendola a restare seduta. - Dovete decidervi, Emma. A casa degli Ardsmores mi avete detto di lasciarvi in pace e ora volete che vi presti attenzione. Innanzitutto avreste potuto trovare un modo migliore per ottenerla. Pensate all'India e forse vi torneranno in mente alcune delle cose che vi ho insegnato. Anche se... - S'interruppe per guardarla meglio. - Non avete l'abbigliamento adatto. Siete troppo vestita.
- Siete sgarbato.
- Ho da fare, e voi state ficcando il naso in cose che non vi riguardano. - Lui stacc le mani dalla sedia e si allontan.
- Bene, allora me ne vado.
- Fate pure. Altrimenti confessate il vero motivo per cui siete qui.
A un tratto Emma non se lo seppe spiegare. Quando Delphinia le aveva rivelato che Julian aveva rotto con la baronessa, in un primo momento aveva pensato che avrebbe ricominciato a importunarla e si era preoccupata. Ma la cugina le aveva parlato anche delle recenti intemperanze di Julian, e mentre andava da lui Emma aveva continuato a rimuginare su quello che era accaduto. "Non fatevi del male da solo. Non serve a nulla. La donna che avete conosciuto in India non esiste pi. Sarebbe come inseguire un fantasma." Ora per, sotto il suo sguardo gelido, si sentiva un'idiota. E presuntuosa, per giunta. Julian stava benissimo. Non aveva bisogno di aiuto.
Fece per alzarsi.
-  vero che ho rotto il fidanzamento - disse lui inaspettatamente - e apprezzo molto la vostra dirittura morale. Se avessi lasciato lady Edon per causa vostra, almeno avrei la conferma che non vi interesso.
Dopo una breve esitazione, Emma torn a sedersi. - Penso che abbiate fatto male a lasciarla. Dovreste riallacciare il rapporto.
- Che strana conversazione... - mormor Julian.
- Volevo semplicemente invitarvi a non essere precipitoso e a mantenere la calma. Un consiglio da amica. Tutto qui.
- Amica - ripet Julian con un sorriso. -  questo che siamo ora? Amici?
- Lo siamo stati anche in India, almeno credo.
- Oh, da allora ne  passata di acqua sotto i ponti. Sono parole vostre.
Era una trappola. Non solo lei ci era cascata, ma l'aveva addirittura aiutato a tendergliela. - Non sarei dovuta venire.
- Tuttavia, ora che ci siete, non dovete andarvene subito. Dopotutto siamo amici. Magnifico. - Lui spost il libro contabile e si sedette sulla scrivania. - Allora, raccontatemi che cos'ha fatto oggi la mia amica, oltre alla . chiacchierata con lady Edon, s'intende.
Julian era un po' cambiato. Le piccole rughe intorno agli occhi erano diventate pi profonde. Non perch avesse riso. In India non era cos sarcastico. Oppure s? - Ho disimballato dei quadri - rispose lei - e ho pensato di iniziarne un altro.
- Bene. Pieno di sangue e di violenza, immagino.
- No, Come vi ho detto, ho chiuso con il passato. Sto tentando di ricominciare daccapo.
- Ah, allora d'ora in poi dipingerete solo fiori e nature morte?
Le sue continue frecciate la innervosivano. Lei non capiva perch, e ogni volta che tentava di spiegarsene la ragione, ne arrivava un'altra su cui meditare. - Qualcosa del genere - rispose. - Se ci riesco. Non sono molto brava in questo.
- Forse perch il soggetto non  stimolante. Oppure vi manca la fantasia.
- Siete arrabbiato con me, vero?
Julian si strinse nelle spalle.
- Molto arrabbiato - rincar Emma, alzandosi. - Capisco. Come dicevo, non sarei dovuta venire.
- Infatti, anche se vi ringrazio del vostro interessamento.
- Non per voi, ma per i vostri rapporti con la baronessa...
- Ah, quindi l'avete fatto per Caroline. Davvero gentile da parte vostra.
Caroline. Con quanta familiarit pronunciava il suo nome. Emma strinse i pugni. - Siete un...
- Se pu servire ad alleggerirvi la coscienza, vi dir che i miei rapporti conia baronessa si erano deteriorati gi prima che spuntaste fuori voi dal vostro nascondiglio.
- Non mi ero nascosta.
- Pretendeva pi di quanto fossi disposto a darle. Inoltre mi annoiava e mi opprimeva con le sue soffocanti dimostrazioni d'affetto.
- Con quanta freddezza lo dite.
-  la mia natura. Sono una persona semplice.
Emma non pot fare a meno di ridere. - Semplice?
S, certo, siete l'uomo pi semplice del mondo. Julian, non so dove vogliate arrivare con questa messinscena, comunque vi auguro buona fortuna, Io me ne vado,
- Conoscete la strada - replic lui, indicando la porta.
Emma fece due passi, poi si volt. L'espressione di Julian era indecifrabile.
- Siete sulla bocca di tutti.
- Mi capita spesso.
- Sparlano di voi.
- Neanche questa  una novit.
- Non v'importa?
- Perch dovrebbe? - Lui chin la testa sul libro dei conti e volt pagina. - Vi risulta che m'importasse qualcosa dell'opinione altrui nel periodo che non  lecito nominare?
- Allora dicevano solo falsit.
Julian non fece commenti.
- Bene; dato che non parlate, mi costringete a domandacelo.  vero quello che si dice in giro?
- Oh, non saprei, Emma - rispose Julian, irritato. - Cosa dicono esattamente? Non tengo il conto dei pettegolezzi del prossimo.
- Non sono pochi, vero?
- Cos pare, visto che vi hanno indotto a venire qui.
- Lei ha detto che siete infedele. Praticamente un mascalzone.
- Non ha tutti i torti, Emma.
- Sostiene che siete incapace di essere fedele.
- E questo vi preoccupa?
- No - si affrett a rispondere lei. - Non sono una moralista.
- Ah, forse  per questo che avete difficolt a dipingere. Se proverete a mettere nella vostra pittura un maggior fervore moralista e melodrammatico, avrete di certo dei risultati eccellenti.
- Non sono n moralista n melodrammatica.
- Un tempo non lo eravate.
- E voi non eravate un mascalzone.
Julian si avvicin e le alz il mento con un dito. - Siete molto giovane - disse. - A volte tendo a dimenticarlo.
Emma scroll la testa per fargli levare la mano. -  la vostra veneranda et che vi d il diritto di trattarmi con condiscendenza? Quanti anni avete? Quasi quaranta? Forse dovrei farvi il ritratto, sapete? Potrei metterci grande fervore.
- Fatelo pure, se volete. Noi mascalzoni amiamo metterci in mostra con le donne. - Lui sorrise. - Noto che non sono l'unico a essere arrabbiato, signorina Martin.
Emma gir sui tacchi e usc dallo studio.
"Julian sa essere molto convincente" pens durante il tragitto in carrozza. Come interpretare la sua sceneggiata? In ogni caso era un bene che le cose fossero andate cos.

16
-  l'ultima serata mondana a cui partecipo - disse Emma con impazienza quando finalmente Delphinia la raggiunse nell'atrio. La sala dei concerti era in fase di rimodernamento e uno dei muri era coperto da un telone. Un gruppetto di giovani snob lo percuotevano con il bastone, sollevando nugoli di polvere. - Ho molto lavoro da fare e questa esecuzione della musica di Mozart  stata la peggiore che abbia mai ascoltato. E se quei giovanotti non la smettono, li prender io a bastonate.
- Oh, non innervosirti, Emma. Questo periodo  fitto di eventi mondani. Non posso farci niente.
Emma non ne poteva pi. Quelle serate cos ravvicinate facevano sembrare piccola una citt grande come Londra. Era stanca di imbattersi in Julian, che era presente anche quella sera, seduto in un palco in compagnia di una donna bionda di cui lei non ricordava il nome. Lei continuava a toccargli il braccio, segno che tra i due doveva esserci molta familiarit.
- Potresti evitare di trascinarmi con voi - disse alla cugina. - Ne ho abbastanza.
- Senti, non  colpa mia se sei stata di cattivo umore per tutta la settimana. Smettila di lagnarti. Gideon sar qui tra poco e potremo andarcene. Chi  quella? La moglie di Lockwood?
Si girarono entrambe mentre il conte faceva il suo ingresso. Aveva al fianco una donna alta e procace, con i capelli rossi e l'aria scontenta. Forse la irritava la lentezza del suo accompagnatore.
- Milord - disse Delphinia - non  un po' tardi per il concerto? Sta per iniziare il terzo atto.
- Conoscete le mie. piccole manie - rispose il conte, avvicinandosi. - Arrivare per ultimi  chic. O tardi o niente.
- Allora meglio niente - bofonchi la donna che lo accompagnava.
Dal volto solitamente impassibile di Lockwood trasparve per un attimo l'irritazione. - Signorina Martin, contessa, permettetemi di presentarvi mia sor...
- Sono la moglie - lo corresse la donna, tendendo la mano con una tale energia che Delphinia ebbe un sussulto. - Anna Wint... Ma forse dovrei dire Devaliant.
- Sono d'accordo - conferm il conte, palesemente contrariato. - Mi  pi sorella che moglie.
- No, per fortuna. Nella sua infinit bont, Dio non ha voluto legarmi cos indissolubilmente a un uomo come voi.
- Lieta di conoscervi, contessa - la salut Emma, stringendole la mano.
Lady Lockwood le sorrise e il suo volto pallido, che fino a qualche istante prima era parso insignificante sotto la massa di capelli rossi, di colpo si accese di una luce che sembrava venire da dentro e lasci tutti ammutoliti.
- Santo cielo, Anna, ricorrete ancora al solito trucchetto? - disse il conte con una smorfia.
Lady Lockwood non lo degn di un'occhiata. - Non  un trucco, Devaliant, ma il mio modo di sorridere. - Si rivolse a Emma. - Dunque siete voi l'artista che mio marito mi voleva far conoscere?
- Ssst, Anna - la zitt Lockwood, guardandosi attorno. - Doveva essere un segreto.
- Perch, non sapete di essere un'artista? - domand a Emma, mettendole una mano sul braccio. - Anche voi soffrite di una forma di amnesia selettiva? Mio marito  un esperto in materia. Forse pu consigliarvi un rimedio, visto che la sua amnesia va e viene in continuazione.
- Ora basta! - protest il conte, prendendola per un braccio e trascinandola via. Emma guard la cugina con aria interrogativa.
- Venite a farmi visita, lady Lockwood - disse Delphinia, mentre la coppia si allontanava.
- Non posso. Parto domani per Parigi - rispose la contessa, voltandosi a guardarla. - Toglietevelo dalla testa - sbott il marito. Fu l'ultima battuta che Emma e la cugina udirono prima che i due scomparissero tra la folla.
- Che strana situazione... - comment Delphinia, eccitata. - L'ultima volta che li ho visti tubavano come colombe.
- Il tempo cambia le cose - osserv Emma, guardando il gruppo di giovinastri che s'ingrossava sempre di pi. - Dov' finito lord Chad?
-  stato intercettato dal visconte Palmerston - le spieg Delphinia. - L'ho intravisto mentre calava il sipario. A quest'ora probabilmente sono nella sua carrozza a discutere di politica. Vorrei che il Primo ministro avesse una maggiore considerazione per gli eventi sociali.
- Ti aspetto fuori.
- Vengo con te - disse Delphinia; ma Emma vide arrivare lady Mablethorpe, che sicuramente voleva parlarle di una festa di beneficenza da organizzare, perci le fece segno di restare.
Non se ne sarebbero mai andate da l. Sospirando, Emma si avvi all'uscita.
L'emicrania le pass di colpo. Il tempo si era finalmente messo al bello e la leggera brezza notturna recava con s la promessa della primavera. Fuori era tutto tranquillo. Non vide lord Chad n il Primo ministro.
Dei passi che si avvicinavano attirarono la sua attenzione. Emma guard da quella parte e vide un uomo in fondo alla strada avanzare con passo spedito.
Quando fu pi vicino, alz la testa ed Emma vide che non si trattava di lord Chad. I loro sguardi si incrociarono e l'uomo acceler l'andatura. Si stava dirigendo verso di lei. Strano, e anche un po' allarmante. Emma mise la mano sulla maniglia, ma era bloccata. Tirando la porta con tutta la sua forza, us la mano libera per bussare con il batacchio. Dove si erano cacciati i valletti?
All'estremit del bastone guizz una luce.
Era una lama.
- Andatevene! - grid Emma, mentre la mano sudata le scivolava dalla maniglia. Indietreggi di un passo. Lo sconosciuto era a meno di cinque metri da lei. La scena aveva qualcosa di vagamente familiare. Emma si butt contro la porta.
Finalmente questa si apr e nello slancio Emma rischi di ruzzolare a terra. Girando la testa, vide l'uomo voltarsi e fuggire tra le carrozze, facendo cadere il bastone nella fretta.
- Tutto bene? - domand Julian, prima di buttarsi all'inseguimento dell'individuo che stava per aggredirla.
Emma strizz gli occhi, abbagliata dalla luce intensa che veniva dall'interno. Si protese verso la porta per chiuderla.
- Fermatevi! Fate attenzione!
- Oh, scusatemi, signora Mayhew - disse Emma, scansandosi per lasciar passare una donna bionda. - Non vi avevo vista.
La signora Mayhew le diede un'occhiataccia e usc in strada senza fare commenti. Probabilmente cercava Julian. Appoggiata al muro, Emma guard fuori. Il cuore le batteva forte. Non avrebbe dovuto lasciare Durringham.
Dopo pochi minuti, Julian ricomparve. Mentre si fermava a raccogliere il bastone che il fuggiasco aveva lasciato cadere, arriv la sua carrozza con lo stemma ducale sullo sportello.
Emma guard il bastone. Era un'arma camuffata, simile al bastone che lord Chad portava con s quando andava a Bethnal Green per conto della moglie per qualche opera di beneficenza. Chiunque fosse l'uomo che aveva tentato di aggredirla, voleva davvero farle del male.
- Non capisco cosa volesse da me - disse a Julian, che la guardava con aria interrogativa. - Se mirava al denaro, avrebbe dovuto aggredire un uomo.
La bionda si avvicin. - Auburn, posso...
- Un momento, per favore - la interruppe Julian. La signora Mayhew arross. Era persino pi affascinante di lady Edon. Che stupida era stata a pensare che Julian volesse rimettersi con lei. Le donne non gli mancavano, ed erano una pi bella dell'altra.
La signora Mayhew torn dentro. - Strano - mormor Julian quando la porta si richiuse. - Mi sembra incredibile che un ladro possa aggirarsi dalle parti dell'Hanover Square Rooms con un'arma cos singolare. Siete riuscita a vederlo?
- Non molto bene.
- Sapreste riconoscerlo?
Emma rise. - Non conosco molti criminali. No, non credo proprio che lo riconoscerei. Comunque aveva un aspetto insolito. Magari era indiano, perch aveva la pelle scura. - Fece una pausa. - Pu darsi che sia un marinaio, oppure uno scaricatore di porto.
- Forse sono completamente fuori strada, ma ho una domanda da farvi. Sapete che le didascalie dei vostri dipinti sono istruzioni militari?
In fondo non c'era da stupirsi. Quelle scritte erano sulle lettere che lei aveva sottratto al soldato. - E questo che significa? - domand Emma.
- Non lo so esattamente, ma questa storia non mi piace.
Emma inizi a preoccuparsi. Aveva ucciso quel soldato. Era gi morto quando lei era uscita dalla tenda. Ma se non fosse stato cos? Se lui avesse visto i suoi disegni e, avendo riconosciuto le scritte, avesse mandato un sicario per vendicarsi?
Anche ammettendo che fosse sopravvissuto, come aveva fatto a vedere i quadri? Dal suo modo di parlare si capiva che era una persona di basso rango, quindi era improbabile che fosse stato invitato a casa di Lockwood.
- Non penso che i miei dipinti c'entrino qualcosa.
- Preferirei accertarmene. Ne avete altri di quel genere? Oppure le scritte originali?
- S, ma non credo che...
- Ehi, voi...
Voltandosi di scatto, Emma inciamp e Julian la sorresse prendendola per un braccio, cosa che contrari ulteriormente lord Chad, che sopraggiungeva in quel momento insieme a lord Palmerston.
- Gi le mani da mia cugina!
- Va tutto bene - lo tranquillizz Emma.
- Stavo dicendo alla signorina Martin che domani andr a farle visita. Potete informare i vostri uomini delle mie intenzioni.
Emma non comprese il senso della frase e tanto meno l'enfasi di Julian. Comunque lord Chad arross. - Auburn, non capisco cosa vogliate insinuare. Mi sembra che ultimamente...
- Attender l'arrivo di vostra grazia - lo interruppe Emma. Julian aveva ragione: meglio andare a fondo sulla questione.
Si mosse alla ricerca di Delphinia senza preoccuparsi di controllare se Julian la seguisse o no. Probabilmente lui si sarebbe affrettato a raggiungere la sua amica bionda.
Il rumore delle unghie che graffiavano il parquet preannunci l'arrivo del cane di Delphinia, e poco dopo la cugina apparve sulla porta. - Il duca ti aspetta dabbasso - disse. Aveva una scatola a fiori sotto un braccio e un mazzo di rose nell'altra mano.
Emma guard la pendola. Non erano ancora le quattro. - L'aspettavo pi tardi. Quei fiori non li ha portati lui, spero.
- No, uno dei tuoi ammiratori. Se non acconsentirai la fare il ritratto a qualcuno di loro, i giardini di Londra saranno presto spogli. Dove devo metterli?
- Sul divano, per il momento. Di' al duca...
- Ero tentata di mandarlo via.
- Poi, per fortuna, ti sei resa conto che la cosa non ti riguarda - osserv Emma, posando la spazzola.
- Emma, quell'uomo ...
- So perfettamente chi . - Perlomeno lo sapeva in passato. Forse il tempo aveva cambiato anche lui.
- A ogni modo, non sei in condizione di riceverlo. Sei spettinata, hai una macchia di colore sul naso e...
- Fallo salire ugualmente.
- Lo ricevi qui, nel tuo studio?
- S.  venuto a vedere i miei primi dipinti.
- Quelli che non hai mostrato neanche a me?
- Te li far vedere, se lo desideri. Pi tardi. Devo parlare con lui in privato..
- No - protest Delphinia con foga. -  sconveniente. Non puoi chiuderti dentro con lui.
- Delphinia, non essere sciocca. Calma e distaccata come sono, manca poco che i domestici mi spolverino come se fossi una credenza.
Seppure a malincuore, Delphinia si arrese. Usc e chiuse la porta.
Emma si tolse il grembiule. Per tutta la mattinata era stata sulle spine al pensiero di vedere Julian. Comunque lui non veniva per lei, ma per esaminare quelle scritte in urdu. La tela sul cavalletto tradiva il suo nervosismo. Il primo strato, che doveva essere realizzato con un misto di blu ultramarino e ambra bruciata, era steso male.
Stava ancora osservando quella patetica imprimitura quando Julian si affacci sulla porta. - Entrate - disse senza staccare gli occhi dalla tela. - I dipinti sono appoggiati al muro, vicino all'armadio.
Julian si avvicin. - Che cos' questo?
- Un quadro nuovo. O almeno lo diventer. - Per qualche ragione oscura non se la sentiva di guardarlo. Le faceva piacere che lui fosse l, nel suo studio, a vedere i suoi lavori, e questo la metteva in crisi. - Questa  l'imprimitura, cio il fondo - gli spieg. - Occorre una base per realizzare luci e ombre, altrimenti il dipinto risulterebbe piatto e opaco.
- Quindi  fondamentale.
- S, e anche difficile. Forse pi di tutto il resto.
- Farete questo sfondo anche per me, o lascerete che risulti piatto?
- Cosa intendete dire?
- Quando poser per voi.
- Dite sul serio?
- Certo.
Emma alz la testa. Sulle labbra di Julian aleggiava un sorriso. Disegnare la sua bocca avrebbe richiesto tempo. Ci aveva gi pensato una volta. All'epoca era stata orientata sul ritratto a carboncino, ma anche con la pittura a olio avrebbe potuto ottenere un buon risultato. Si ricord del primo tentativo fatto. Come rendere la dolcezza del suo viso? E al contempo l'espressione risoluta che assumeva in certi momenti? Come trasporre sulla tela quelle labbra cos duttili e sapienti?...
Infastidita e amareggiata, Emma raddrizz le spalle. - Molto gentile da parte vostra, ma non credo che approfitter dell'offerta. Farvi il ritratto sarebbe troppo...
- Irritante? Ho notato che la mia presenza vi mette a disagio. Faccio del mio meglio per non farvi sentire in imbarazzo, Emma, ma dovreste venirmi un po' incontro.
I suoi modi erano odiosi, forse per quell'aria di condiscendenza che non tentava neppure di nascondere.- Ah, davvero? Apprezzo la vostra magnanimit. A ogni modo, | Julian, temo che non vi renderei giustizia. Sono un'artista mediocre, e voi siete cos... carino.
- Carino - ripet Julian, inarcando le sopracciglia.
- Forse potrei prendere spunto dalla vostra reputazione per farvi il ritratto. Potrei raffigurarvi come Lucifero che tenta Eva. Pensate! Il vostro volto potrebbe apparire sul muro della Royal Academy, a rappresentare il peccato originale, causa di tutti i mali del mondo.
Julian scoppi a ridere, rovesciando la testa all'indietro. - Sarebbe perfetto - comment. - E voi sareste la mia Eva?
Emma lo guard male. - No di certo. Dovrebbe trattarsi di una donna che non riesce a resistere alle tentazioni.
- Touch - mormor Julian. - Forse potreste prendere per modella la signora Mayhew. - Si chin per usare l'album degli schizzi. Era aperto e si vedeva un ritratto abbozzato e non terminato. - Vedo che avete colto , magistralmente i tratti del suo viso.
- Ridatemelo! - gli intim Emma, girando intorno al cavalletto per recuperare l'album. Lo prese e lo infil in un cassetto che chiuse a chiave.
- Dunque  cos che trascorrete le giornate?
- Cosa volete dire?
- Chiusa in questa stanza a rappresentare il mondo su un foglio di carta.
Emma si mosse e per poco non travolse Poppet. Quel cagnolino era sempre in giro e ficcava il naso dappertutto. Lo prese in braccio e gli accarezz il mento, - Non lo descriverei in questi termini, comunque passo il tempo disegnando e dipingendo, questo  vero.
- Potrebbe essere una spiegazione - osserv Julian.
- Di cosa?
- Del fatto che vi tenete a distanza, Per amore dell'arte, dovete osservare senza lasciarvi coinvolgere.
- Non dite assurdit.
- Avete provato a scambiare due parole con la signora Mayhew, ieri sera?
- Mi pare di averle detto qualcosa, ma credo che non mi abbia risposto.
- E vi  bastato?  stato sufficiente per farle il ritratto?
- Per osservare qualcuno non occorre familiarizzare.
- S, capisco. - Lui si strinse nelle spalle. - Ma non state esagerando nell'isolarvi?
Poppet emise un leggero guaito. Forse lei lo stringeva troppo. Lo rimise sul pavimento. - Pu sembrare - replico - comunque a Durringham non sono cos sola. Ho diversi amici.  un paese molto ospitale.
- Non ne dubito. La gente si sentir onorata di ricevere la visita della castellana.
- Non  cos.
- Ah, davvero? La moglie del vicario si rivolge a voi se ha bisogno di aiuto? E il mattino andate a spettegolare dalla modista?
- Non voglio rapporti impegnativi. Mi porterebbero via troppo tempo. Ho altre cose da fare.
- Naturalmente. Dipingere e...
-  curioso che vi preoccupiate per me. Non avrei mai pensato che un libertino potesse prendere a cuore gli interessi della comunit. Ma questo forse spiega la vostra inclinazione a conoscere e frequentare molte persone. Vi sentite solo, vostra grazia?
Julian sorrise. - Credo che non conosciate bene il significato della parola, Emma. Il trucco sta nel restare emotivamente distaccati. I libertini hanno dei rapporti fisici e nient'altro.
- Peccato che io non sia un uomo. Non mi dispiacerebbe essere un libertino. Forse saprei farlo benissimo.
- Ne siete convinta?
- Sentite, siete venuto a vedere i dipinti, no? Perci guardateli e lasciatemi in pace.
Con suo grande sollievo, Julian la segu senza protestare. Emma afferr il telo che copriva i quadri, ma s ferm prima di alzarlo. - Avete gi avuto modo di vedere gli altri miei lavori.
- Certo, come vi ho detto.
- Non vi hanno sorpreso?
-  una pittura pregnante e vigorosa - rispose Julian. - Davvero notevole; comunque non mi stupisce che abbiate talento.
La risposta era lusinghiera, ma non era quello che Emma voleva sapere. Chiss che cosa si aspettava che lui le dicesse. Sospirando, strapp via il telo e fece un passo indietro.
Aveva sistemato i quadri in un ordine ben preciso. Il primo era quello che faceva pi fatica a guardare. Non l'aveva terminato, e il viso dell'uomo si fondeva con l'imprimitura, L'effetto era strano, ma non sgradevole. Sembrava uno spettro dal volto invisibile.
- Eccolo, questo  il tizio di Chandni Chowk. Ne avete dipinti due con lo stesso soggetto.
-  vero. Avete un'ottima memoria.
- Per quale motivo avete scelto l'interno di una tenda militare come sfondo?
- Volevo rappresentare l'abuso d'autorit in un ambiente che ne  l'emblema.
- Ha l'aria ancor pi torva di quanto rammentassi.
- Allora forse non ve lo ricordate bene - replic Emma con una smorfia.
- Voi invece s? - domand Julian, scrutando la sua espressione prima di tornare a guardare la tela. - Strano. L'avete visto una volta sola, vero?
Emma eluse la domanda, - Che cosa dice la scritta?
- Ah, questa  divertente. Se interpreto bene la calligrafia, dato che  piuttosto imprecisa, dice: "Dieci crore per lo spostamento delle truppe nelle zone sottoelencate"
- Cosa sono i crore?
- Un mucchio di soldi.
Emma allung la mano verso la tela e la sfior con un dito. Com'erano aggressive le pennellate. Si ricord che la sera, quando si coricava, le faceva sempre male il polso. - Dunque l'esercito pagava delle spie? - domand
- Non cifre cos alte.
- Allora sar stata una burla.
- Non si scherza su queste cose. Questa parte della scritta  illeggibile. Chi  stato a scriverla, Emma?
- L'ho trovata.
- Dove? - domand Julian, inclinando il dipinto per guardare il successivo. Gli sfugg un'imprecazione, poi lesse a voce alta: - "Se donne e bambini moriranno, tanto di guadagnato."
- Strano che un soldato inglese faccia una simile affermazione - disse Emma con un filo di voce.
- Un soldato? Santo cielo, dove avete trovato questa roba?
- A Kurnaul.
- Dove esattamente? Di chi era?
- Perch mai il nostro esercito avrebbe dovuto desiderare che morissero donne e bambini? - mormor lei, guardando il quadro senza vederlo.
- Forse qualcuno voleva provocare attacchi massicci per mettersi in buona luce. Alcuni inglesi sono stati consacrati eroi a Cawnpore.
- Che cosa disgustosa. Se ci penso mi sento male... Oh, Dio, cos' successo a Poppet? - Emma si precipit dall'altra parte della stanza, dove il cane si contorceva, steso sul tappeto. Gli usciva una specie di schiuma dalla bocca e guaiva cos piano che Emma dovette avvicinare la testa per sentirlo. - L'ho ripetuto mille volte a Delphinia di non lasciar venire Poppet nel mio studio. Gliel'avevo detto che rischiava di avvelenarsi con i colori.
Gli accarezz lo stomaco e le zampette. Il cagnolino parve calmarsi, poi non si mosse pi.
- Poppet! Julian, credo che sia...
Julian si inginocchi vicino a lei. Gli gratt la pancia, ma l'animale rimase immobile. Facendosi coraggio, Emma premette con delicatezza il torace della bestiola, poi avvicin la testa al muso per sentire se respirava.
- S - disse, sedendosi sui talloni. -  morto, povero cagnolino.
Julian raccolse un pezzo di carta. - Che roba ? Credo che ci abbia messo dentro il muso.
- Delphinia non me lo perdoner mai. Oh, Dio, speriamo che non siano stati i miei colori...
- Penso che abbia mangiato quello che c'era in questa carta.
Emma la prese e l'annus.
- Smettetela! - esclam Julian, allontanandole la mano. - Se fosse...
-  cioccolata - disse Emma. - Deve aver infilato il muso nella scatola. - Si guard attorno e la vide. Il cane l'aveva fatta cadere dal bracciolo del divano. C'erano brandelli di carta sparsi per tutto il pavimento. - Allora forse  stata la cioccolata - mormor. - Per mi sembra che ne abbia mangiato solo un pezzetto. Strano, l'aveva gi fatto altre volte. In tal caso sono stati i colori ad avvelenarlo. Delphinia mi uccider, - Guard il cavalletto. La tavolozza era al suo posto, su un tavolino. Quel giorno lei aveva usato solo due colori. Non era possibile che Poppet fosse arrivato alla tavolozza.
- Ma come...
- Dove avete preso quella cioccolata?
Emma lo guard, incredula, tormentandosi le mani. - Mio Dio, non penserete che...
- Emma, ditemi, da dove avete copiato quelle scritte in urdu.
- Erano delle lettere. Ne ho riscritti dei pezzi in fondo ai quadri.
- E sono rimasti esposti a casa di Lockwood. Dio santo! - Lui scatt in piedi. - Chiunque poteva vederli.
- Non avevo idea... - replic Emma, alzandosi a sua volta, - Non potevo immaginarlo.
- Qualcuno invece sa perfettamente di cosa si tratta - riprese Julian, guardando il cagnolino. - E vuole uccidervi.
Strano come parole cos comuni potessero assumere un significato tanto spaventoso. - Povero Poppet - sussurr lei, ricacciando indietro le lacrime. -  risaputo che la cioccolata fa male ai cani.
- Ascoltatemi, Emma - disse Julian, mettendole una mano sulla spalla e facendola sedere sul divano. - Tutto quadra. Il tizio che vi ha aggredito in Grosvenor Square, l'incendio a casa di Lockwood...
- S, capisco dove volete arrivare. Ma  impossibile: l'uomo che ha scritto quelle lettere...  morto.
- Ne siete sicura?
- Sicurissima - rispose Emma a testa bassa.
- Quante sono le tele che recano quelle scritte?
- Tutte. - Inspiegabilmente le venne da ridere. C'era qualcosa di comico nella situazione. - Tutte quelle che ho dato alla Royal Academy.
- Dove sono le lettere originali?
Emma lo guard, ma non rispose.
- Chiunque abbia visto i dipinti  convinto che sappiate cosa c' scritto e abbiate prove tangibili di quanto  accaduto.  cos?
- S. Be', in realt so dove sono anche se non le hot con me. Le ho nascoste.
- Che bisogno avevate di farlo se non sapevate cosa dicevano le lettere? Avete ricevuto delle minacce? Le avete conservate per proteggervi?
- No, niente del genere. Ne sono entrata in possesso quasi senza saperlo.
- Non volete dirmi come? - insistette Julian.
- No.
- Ditemi almeno dove le avete nascoste.
- Dietro uno dei quadri - rispose Emma, alzandosi e andando alla scrivania. Apr un registro rosso e diede una scorsa all'elenco dei titoli, aiutandosi con un dito per non perdere il segno. Ridevo di lei. - Oh, Julian,  uno di quelli che ho venduto.
- Cosa vi  saltato in mente?
- Non volevo pi vedere quelle immagini, Ho tentato di distruggere le tele, ma non ce l'ho fatta.
- Perch? Spiegatemene il motivo.
Emma scosse la testa. - Il quadro  stato venduto a un certo M. Colthurst.
- Colthurst! - esclam Julian, passandosi una mano tra i capelli. - Michael Colthurst. Chiaro, un tipo come lui non poteva non apprezzare quei dipinti. E cos Lockwood l'ha venduto a quel bastardo.
- Non avrebbe dovuto?
Julian scroll il capo. - Emma, dobbiamo recuperare le lettere, scoprire cosa c' scritto e chi  l'autore.
- S - convenne lei. Pos lo sguardo sul povero Poppet. - Devo portarlo da Delphinia. Quel povero cagnolino, intendo.
- Io intanto vado a cercare lord Chad.
- Cosa? Siete impazzito?  un membro del Parlamento.
- Mentre io invece...
- So che cosa avete in mente. Se lord Chad ritiene che i miei quadri siano la prova di una collusione con il nemico allo scopo di uccidere i civili, mi vieter di esporli per evitare scandali e le inevitabili ripercussioni sul governo. Ci sarebbero sicuramente, vero? La rivolta  stata cos atroce che la gente resterebbe sconvolta vedendo quelle immagini.
- Certo, si preoccuperebbe della vostra incolumit - conferm Julian. - Non potete esporre quelle tele a prescindere dallo scandalo, Emma.
- Al contrario  bene che la gente le veda. Quello che  accaduto non si pu cancellare.  l'unica ragione che mi ha spinto a rimanere. Trover quelle lettere e le consegner in segreto alle autorit. Nessuno verr a sapere che sono collegate ai dipinti. In fin dei conti, quante persone conoscono l'urdu? Anche ammettendo che riescano a decifrare gli scritti in fondo ai quadri,  improbabile che li prendano sul serio.
- Ragionate - disse Julian. - Avete venduto il quadro che contiene le lettere. Non potete certo far irruzione a casa di qualcuno e smontare il quadro, tanto meno da Colthurst. Quell'individuo non  un... gentiluomo, per usare un eufemismo. Lord Chad far mettere la cosa a tacere, oppure chieder l'intervento della polizia.
- La polizia no! - esclam Emma. Stava scoprendosi troppo e se ne rendeva conto, ma a quel punto non te importava. - Nessuno degner di un'occhiata i miei quadri se si sparger la voce che sono collegati a una vicenda cos terrificante. La mia carriera finir prima ancora di cominciare.
- In compenso sarete viva. Santo Dio, non potete dare pi importanza a quei quadri che alla vostra vita.
Emma avrebbe voluto picchiarlo. Come si permetteva di parlare in quel modo delle sue tele? Quei quadri, li aveva definiti. Non erano in gioco soltanto le sue opere, bens il suo futuro di artista, il sogno per cui aveva vissuto e che l'aveva aiutata a tirare avanti nei momenti bui, quando nessuno le aveva dato una mano, e lui meno degli altri.
- S, sono disposta a correre il rischio per amore del mio lavoro - dichiar quindi. - E voi fatemi la cortesia di non immischiarvi, vostra grazia.
- Cos potr ritenermi responsabile se vi accadr qualcosa? - disse Julian con enfasi. - No, grazie, signorina Martin. Questa storia mi ha gi fatto soffrire una volta e non ho intenzione di ricominciare daccapo.
- Sentite, recuperer quelle lettere a costo di introdurrai di nascosto in casa di Colthurst.
Julian rimase qualche istante a guardarla in silenzio. -  cos che  finito tutto il vostro ardore? Si  seccato sulla tela insieme con i colori a olio?
- S - rispose Emma. - Ve lo dico chiaro e tondo in modo che non ci siano equivoci.
Julian rise. - Allora sar bene che le vostre imprimiture riescano alla perfezione - disse. - La profondit  importante - aggiunse, vedendola perplessa. - Pensate a quanto sarebbe triste confinare il vostro amore in due sole dimensioni.
- Correrei il rischio di affondare nella terza. Ma ora parlatemi di Colthurst. Lo conoscete bene? Siete sicuro che non sia disposto a venirmi incontro?
- Lo conosco meglio di quanto vorrei. Evitate di richiamare la sua attenzione mettendovi in contatto con lui. Bene - continu dopo una breve pausa - visto che volete fare di testa vostra... Colthurst apre la sua casa una volta al mese. Domani sera, per l'esattezza.
- Perfetto. Se mi fate avere un invito...
- Non riceve ospiti che non siano accompagnati. Andremo insieme.
- Siete davvero disposto ad aiutarmi? Grazie. Sar ben felice di partecipare.
- Ne dubito. Dovrete modificare uno dei vostri abiti e sarebbe opportuno che vi metteste un velo.
- Un velo? - ripet Emma. Aveva un brutto presentimento.
- Gi. Vi far passare per la mia protetta. Comunque,  improbabile che qualcuno degli ospiti vi conosca.
Doveva fingere di essere la sua amante? Con quali conseguenze? - No, se la condizione  questa, dovrete andarci con la signora Mayhew.
- Pretendereste che facesse il vostro lavoro sporco? Che sventrasse i quadri del padrone di casa?
Emma arross. - D'accordo, non  una buona idea - ammise. - Verr con voi, ma non intendo farmi passala re per la vostra amante. Sar... - Una cugina? Ridicolo. Auburn era noto per le avventure galanti.
- Ah, che decisione difficile - la canzon Julian. - Povera Emma. Non vi viene in mente una valida alternativa e temete che la finzione si spinga troppo oltre. Fino a che punto siete disposta a scendere a compromessi per amore dell'arte? Accettereste che vi mettessi le mani addosso se la situazione lo richiedesse?
Il suo tono sprezzante la colse alla sprovvista. Ce l'aveva con lei o con se stesso? - Io veramente... - Lasciare le cose come stavano significava correre un rischio enorme. - Avete ragione - convenne lei. - Mi comporto da r sciocca. Far tutto ci che riterrete necessario.
Se l'aspettava? Come sempre, la sua espressione era indecifrabile. Julian abbass gli occhi ed Emma segu la direzione del suo sguardo.
- Povero cagnolino - mormor Emma. - Devo portarlo a Delphinia.
- S. Io intanto mi organizzo per domani sera.

17
L'orologio batteva la mezzanotte quando Emma raggiunse l'atrio, sgattaiol oltre il gabbiotto dove probabilmente dormiva il portiere notturno e apr il portone. L'aria era fredda, perci si strinse al collo il cappuccio del mantello foderato di visone, mentre imboccava il vialetto che portava in strada. Il velo pesante che le copriva il volto le impediva di vedere bene. Allung una mano alla cieca. Julian la prese e la tir di peso sulla carrozza.
Emma si appoggi allo schienale con un sospiro di sollievo. - Spero che nessuno mi abbia sentito uscire. Quella porta cigola terribilmente. Vi immaginate lord Chad in vestaglia che mi insegue in strada?
- Non potr seguirvi nel posto dove andiamo.
- Questo non mi tranquillizza affatto.
- Avete ragione.
Emma alz il velo per vederci meglio. Per la circostanza, Julian aveva indossato il frac. - Come il posto dove mi state portando?
- Molto particolare.
- Potete spiegarvi meglio o preferite stupirmi, con il rischio che mi tradisca?
-  una specie di club informale, del genere che vostro cugino non approverebbe.
- Allora dev'essere un posto non frequentato da persone per bene...
- Infatti. Non mangiate e non bevete nulla e non sorridete a nessuno se non a me.
- Quindi a voi devo sorridere?
- Solo se ne avrete voglia.
- Ritenete che la vostra amante vi sorriderebbe spesso?
- Be', considerando che la nostra meta  il club di Colthurst, tra noi due dovrebbe esserci un rapporto piuttosto singolare.
- Ancora una volta devo chiedervi di spiegarvi meglio.
- In quel club possono succedere molte cose.
- Ditemene una.
- Non  necessario che ve le elenchi, Emma. Potete sorridermi oppure no. Fate come preferite,
Le venne da ridere. - Ho gli occhi per vedere sapete? E come avete constatato, sono una buona osservatrice.
- In questo caso potrebbe essere un vantaggio, visto che dovrete guardarvi attorno.
- Non ho niente in contrario.
- Vedrete gente che si accoppia. - Julian si volt per spiare la sua reazione. Dalla curva della bocca Emma cap che lui stava per ridere di lei, e questo fu l'unico motivo per cui si mantenne calma.
- Non riesco a credere che Lockwood abbia venduto il mio quadro a un individuo simile - disse.
- Invece l'ha fatto, e intendo discuterne con lui.
Il suo tono la colp. - Non ne sar contento.
Julian non replic.
- Comunque non dovreste essere voi a farlo. Me ne occuper io, se lo riterr necessario. La cosa non vi riguarda, Julian. Non avete il diritto di parlare per conto mio.
Fissandolo, Emma colse una luce minacciosa nel suo sorriso. A un tratto le parve crudele, ben diverso dall'uomo conosciuto in India.
- Dovrei disinteressarmi di voi, essere freddo e distaccato?- domand Julian.
- Non questa sera, comunque.
Emma abbass di nuovo il velo perch lui non vedesse il suo rossore.
Pass qualche minuto. Lei guardava la strada bagnata e intanto pensava che era strano essere l con lui. Fino a un mese prima, non l'avrebbe creduto possibile, n sarebbe riuscita a immaginare che sarebbe stato doloroso e nello stesso tempo avrebbe provato una sorta di gioia amara. Quella sera aveva aspettato con ansia il suo arrivo, purtroppo non soltanto per il bisogno di recuperare le lettere.
Sentendosi sfiorare la gonna si riscosse dalle sue fantasticherie. - Mia madre aveva un abito di questo colore - disse Julian. - Della medesima gradazione di rosso.
Emma non rammentava che lui avesse mai nominato i genitori. - Ricordate qualcosa di lei? - domand.
- Ben poco. Ero piccolo quando  morta. Avevo quattro o cinque anni.
-  stato allora che siete andato a vivere con vostro nonno?
- Non ve l'ho mai raccontato?
La domanda la fece sentire a disagio. - Non importa - mormor lei. - Era una semplice curiosit.
- Non ho nessuna difficolt a rispondere. Credevo che aveste sentito la storia se non da me, da qualcun altro. Un tempo era sulla bocca di tutti, qui a Londra.
- La vostra amante la conoscerebbe?
- S, quasi certamente.
- Allora raccontatemela.
Julian rise. - D'accordo. Come sapete, mio padre  morto quand'ero molto piccolo. All'epoca il nonno era convinto che il titolo di duca potesse passare a Marcus. Inoltre bisognava verificare se il matrimonio dei miei genitori fosse valido. Mi lasci con mia madre e non aveva intenzione di venire a prendermi.
- Quindi siete andato a vivere con la famiglia di vostra madre.
- S, ma non subito. Quando mia nonna materna aveva sposato un soldato inglese, la sua famiglia l'aveva diseredata. Dopo la morte del marito, lei torn a vivere nel suo Paese natale. Il figlio, cio mio zio, spos una donna indiana. Mia nonna viveva con loro, mio zio per voleva scordarsi del suo sangue inglese, perci la famiglia allontan mia madre e suo marito. Quando mia madre mor, la nonna non venne a saperlo.
- Perci a quel punto a occuparsi di voi  stato il ramo inglese della famiglia?
- Vedo che siete un'idealista, ma sulla cattiva strada. Come vi ho detto, all'epoca il nonno era convinto che il titolo potesse passare a Lindley. Io non ero altro che uno scheletro nell'armadio per gli anglo-indiani.
- Allora cos'avete fatto?
- Mi sono arrangiato - rispose Julian con un'alzata di spalle.
- Arrangiato? Intendete dire che...
- Sono stato un ragazzo di strada per un certo tempo. Mi sono divertito da morire. Niente scuola, niente regole, solo giochi e monellerie.
Emma aveva visto i bambini di strada a Delhi, Ossuti, vestiti di stracci, si ammassavano intorno ai chioschi che vendevano cibo con gli occhi accesi di speranza, confidando nella generosit degli estranei per sopravvivere. - Poi vostra nonna vi ha trovato e portato a casa sua?
- S. Quando venne a sapere di un bambino di strada con gli occhi verdi dei Sinclair, si insospett. Come potete immaginare, non sono molto comuni a Delhi. Venne a cercarmi e mi trov. Non ero contento di venir civilizzato, ma mio zio fece in modo che imparassi a ubbidire e cos anche lui fin per accettarmi. Eravamo una famiglia abbastanza unita quando mio nonno si fece vivo. Non ero affatto entusiasta all'idea di trasferirmi da lui.
- Vi trattava bene?
- Ero il suo erede.
Non era una risposta, ma Julian si era voltato verso il finestrino ed Emma prefer non insistere. - Non dev'essere stato facile venire qui dall'India.
- No, infatti. Ho dovuto imparare l'inglese daccapo. Dev'essere stato noioso, anche se non me lo ricordo. Probabilmente ero troppo confuso per chiedermi se mi piacesse o meno. Poi, quando sono diventato grande, ormai mi ero abituato. I bambini hanno una capacit di adattamento immensa. Ah, siamo arrivati.
Julian la prese per il braccio con disinvoltura, come se non avesse appena finito di raccontarle una storia che avrebbe commosso chiunque. - Grazie, faccio da sola - mormor Emma, allungandosi verso lo sportello.
- Un momento. Se pensate di cambiare idea, fatelo ora. Una volta entrata, dovrete interpretare il vostro ruolo fino in fondo.
Emma si sofferm qualche istante a guardare la mano di lui. Aveva dita lunghe e affusolate. Avrebbe dovuto essere Julian l'artista.
Gli prese la mano e se la mise sul braccio. - No - disse - non cambio idea.
Julian si present all'ingresso, dopodich vennero introdotti nel club senza cerimonie, n annunci. Nell'atrio c'era un silenzio assoluto. - Niente musica? domand Emma.
- No. Dobbiamo andare di sopra.
Mentre si avviavano verso la scala, scorsero una donna seduta su un tavolo. Era nuda e avvolta solo da tralci di vite. Sbirciando Julian, Emma vide che lui era rimasto impassibile e lo imit, Un giovanotto seduto a un'estremit del tavolo piluccava l'uva e intanto conversava con una bionda strepitosa che portava un abito molto scollato. Dopo aver spaccato un acino con i denti, il giovane infil la mano nel corpetto della sua compagna, le denud un seno e le strofin l'uva sul capezzolo.
- Avreste dovuto mettere la cipria - osserv Julian. - Arrossendo date nell'occhio.
- Non credo che basti vedermi arrossire per capire che sono un'intrusa.
- Non intendevo questo. Volevo dire che il vostro rossore dester un certo interesse. Potrebbe diventare imbarazzante.
- Allora terr gli occhi bassi.
- S, sar meglio.
Attraversarono una sala dove c'erano cibo e vino in abbondanza, morbidi cuscini sparsi intorno e tavoli da gioco. Gli ospiti si muovevano con disinvoltura, mangiando dolcetti, sorseggiando vino, chiacchierando e ridendo. Alcuni uomini salutarono Julian, adocchiando con evidente curiosit la donna velata al suo fianco.
- Non ci sono camerieri?
- No, solo gli addetti alla sicurezza.
Mentre uscivano dalla stanza, Emma si volt a guardare e vide due uomini seduti ai lati della porta, entrambi armati di rivoltella.
- A cosa servono? - domand.
- Una volta nel club  stato commesso un omicidio - rispose Julian. - Ha attirato l'attenzione e a Colthurst non piace.
Svoltarono in un lungo corridoio e passarono davanti a una serie di porte, attraverso le quali giungevano i rumori pi disparati: gemiti, risate, musica e forse anche un grido di dolore. Emma non ne era certa, ma quando a un gemito segu un urlo lacerante guard Julian, stupita, e vide guizzargli un muscolo della mascella.
- Marwick mi ha detto di aver visto il quadro nello studio - mormor lui, - Da questa parte.
- Sembrate molto a disagio.
- Non metto piede qua dentro da lungo tempo. Non  sempre stato cos...
- Inquietante? - sugger Emma.
- Se l'avessi saputo, non vi avrei portato.
- Va tutto bene - lo rassicur Emma. - Abbiamo dovuto affrontare situazioni ben peggiori.
Julian gir la testa verso di lei. Nella luce soffusa la sua pelle sembrava dorata e gli occhi brillavano. Emma si sent stordita ed ebbe la sensazione di barcollare.
Cosa le stava accadendo? Julian era l solo per aiutarla. Non erano neppure amici, non nel senso vero e proprio.
- Tutto bene? - si inform lui.
Emma si era fermata di colpo. Indietreggiando, si rifugi in una nicchia nel muro. Dei segni sul tappeto indicavano che l doveva essere stata rimossa una panca. - Mi sento un po' stordita.
- Dev'essere l'oppio. - Julian le alz il velo. - Lo si capisce dagli occhi.
- S - disse Emma - me lo ricordo.
- Davvero? - mormor lui, sfiorandole la guancia con un dito, cosa che la fece sentire ancor pi stranita.
- Ho gettato via il laudano dopo che l'ho saputo. Ve l'avevo gi detto?
- No.
- Ho le pupille dilatate?
- No, sono normali - rispose Julian, toccandole i capelli per sfilare una forcina. Emma fece l'atto di fermargli la mano e Julian scosse la testa. - Cos sarete pi convincente - disse.
Aveva ragione, perci Emma lasci che lui le sciogliesse lo chignon. Una dopo l'altra, le ciocche di capelli le ricaddero sulla schiena.
- Vi sono ricresciuti - osserv Julian.
- C' voluto parecchio tempo. Si ostinavano a non crescere.
Julian sorrise. - Non ceda meravigliarsi che siano ostinati, trattandosi dei vostri capelli.
Una porta si apr e qualcuno usc da una stanza, urlando e correndo nella loro direzione. Emma stava per abbassare il velo, ma Julian la ferm. - Meglio essere prudenti - bisbigli, spingendole i capelli dietro l'orecchio. Un attimo dopo Emma sent le sue labbra sfiorarle il collo.
Non doveva permetterglielo.
Julian le risucchi la pelle. Le avrebbe lasciato il segno. D'altronde, doveva interpretare il ruolo dell'amante in modo da non destare sospetti. La notte precedente aveva avuto un incubo che non aveva nulla a che vedere n con i genitori n con gli attentati alla sua vita. Quando era da sola, non cera niente che la distraesse dalla verit. Aveva perduto molto di s, ma qualcosa era rimasto immutato.
Apr gli occhi nella semioscurit. Una donna pass di corsa davanti a loro, con l'abito strappato fino alla vita. Aveva un uomo alle calcagna e stava per essere raggiunta, ma non sembrava affatto dispiaciuta.
Staccandosi da lei, Julian le accarezz il labbro inferiore con il pollice. -  come se vi avessi baciata - sussurr.
Emma si chiese perch non usasse la bocca per ottenere quell'effetto.
Dopo che lui le ebbe abbassato il velo, proseguirono lungo il corridoio, oltrepassando la coppia che si era sdraiata sul tappeto. L'uomo stava sopra e bisbigliava qualcosa all'orecchio della compagna, che ridacchiava.
-  qui - disse Julian, svoltando l'angolo e fermandosi davanti a una porta a due battenti. La maniglia non girava. Julian infil la mano in una tasca della giacca e trasse una chiave.
- Come fate a...
- Corrompere i domestici non  difficile - le spieg lui. Infil la chiave nella serratura e la porta si apr verso l'interno. - Chiudo la porta a chiave, ma dobbiamo sbrigarci. Trovate le lampade e accendetele.
Avanzando tentoni verso il debole chiarore di una lampada appesa al muro, Emma urt un tavolo con la gamba e soffoc a stento un grido. Julian intanto aveva gi trovato l'altra e l'aveva accesa, illuminando cos un affresco che ritraeva satiri e ninfe. Emma accese la sua lampada e si. guard attorno. - No - sussurr - non c'. Dove pu essere? - C'era una cassa appoggiata a un mobile. - Sar qui dentro?
Julian si mise in ginocchio e fece forza sul legno per aprire la cassa. Gli si gonfiarono le vene sul collo. Scosse la mano e tent di nuovo. Stavolta il legno cedette con un rumore secco che li immobilizz.
-  tutto tranquillo - disse Emma, tendendo le orecchie. - Continuate pure.
Togliendo una stecca dopo l'altra, Julian apr la cassa e insieme estrassero il quadro. Emma lacer la carta che l'avvolgeva.
- Non  il mio - mormor. Il dipinto raffigurava una donna supina. Era completamente nuda e una specie di mostriciattolo scuro di pelle le faceva il solletico. - Oh, santo cielo! - esclam Emma. -  orribile. - Si guard di nuovo attorno. - Allora non  qui.
- Marwick mi ha assicurato che si trova nello studio.
- Speriamo che non sia stato spostato...
Julian le tapp la bocca con la mano. - Ssst.
Emma sent una risata dietro la porta, poi un colpo, seguito da un'imprecazione.
Si irrigid. - Sta entrando qualcuno - disse sottovoce.
- Colthurst - bisbigli Julian. - O qualcun altro che  riuscito a procurarsi la chiave.

18
Julian chiuse gli occhi e rimase in ascolto. Sent qualcosa graffiare la serratura, poi una lunga pausa, come se chi stava per entrare fosse stato interrotto o distratto. Le labbra di Emma erano calde sotto la sua mano. Profumava di sapone e rosmarino e quell'odore a un tratto gli ramment il suo volto come gli era apparso nella stanza da toeletta della signora Cameron. Lei l'aveva guardato con gli occhi ancora arrossati dal pianto e gli aveva chiesto con un sorriso: "Mi trovate buffa?".
Emma stava guardando la cassa ridotta a pezzi sul pavimento. - Oh, mio Dio! - gemette.
Gi, un bel pasticcio. Come spiegarlo al proprietario? - Potreste nascondervi sotto la scrivania - sugger Julian, guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa da usare come arma. Forse sarebbe riuscito a chiarire l'incidente senza ricorrere alla forza; ma se le cose si mettevano male, l'unica soluzione era neutralizzare Colthurst, facendogli perdere i sensi. - Gli salter...
- No - protest Emma. - I suoi uomini sono armati, Julian...
- S, ma non oseranno sparare a un Pari d'Inghilterra. Voi intanto nascondetevi sotto la scrivania.
- Troppo rischioso - replic Emma. - Forse, se ci trovassero intenti a fare altro - continu, prendendogli il volto tra le mani - non farebbero caso al resto. Non si accorgerebbero che la cassa  stata aperta, intendo.
- Forse - convenne Julian.
- Solo per un momento, finch non avranno richiuso la porta.
- Certo.
Emma non si mosse. Si limitava a guardarlo senza far nulla.
Decisamente non conosceva se stessa, poverina.
In pochi istanti Julian valut la situazione. Avrebbero riferito a Colthurst di aver trovato nel suo studio una coppia che vi si era appartata. Forse loro due sarebbero riusciti a svignarsela prima che gli altri si accorgessero di ci che avevano combinato. In caso contrario, dovevano inventare una storia convincente. Ma la situazione poteva precipitare e Colthurst avrebbe preteso di vedere Emma in faccia. Bisognava evitarlo a qualsiasi costo.
D'altra parte, insicura com'era di se stessa, era improbabile che Emma gli avrebbe offerto una seconda chance.
Julian si avvicin. Lo spazio che li separava era esiguo, eppure la distanza enorme.
Le labbra di Emma tremavano quando lui le sfior. Un tempo non era stato cos, lei non aveva avuto remore. La baci dolcemente, sperando che chi stava per entrare indugiasse o, meglio ancora, cambiasse idea. Se fosse stato troppo delicato con lei, la scena avrebbe destato sospetti; comunque, per vincere le resistenze di Emma occorreva qualcosa di pi. La baci con maggior decisione e apr gli occhi. Emma chiuse i suoi. Lo stava osservando.
Julian riabbass le palpebre per darle la possibilit di guardare a suo piacimento. Le sfior con la lingua l'angolo della bocca. Emma l'apr e gli pass le braccia intorno al collo.
Il sapore della sua bocca era familiare e strano nello stesso tempo. Era come svegliarsi da un sogno e scoprire che era vero. Emma si appoggi a lui con tutto il peso del corpo, premendo i seni contro il suo petto. L'abito era di un tessuto impalpabile. Lui le aveva detto di vestirsi per l'occasione e lei l'aveva preso sul serio. Non portava il busto. Perdendo di colpo la voglia di trattarla con delicatezza, Julian fece scivolare la mano sul suo fianco, poi sulla vita e infine sul seno.
La chiave girava nella serratura. "Devi essere convincente, Sinclair" disse a se stesso, prendendosi in giro da solo. Si chin e, facendole passare una mano sotto le ginocchia, la sollev di peso e la deposit sul mobile. Emma aveva le gambe aperte. Di sicuro non avrebbe opposto resistenza. Julian le alz le gonne fino alla vita e le accarezz il polpaccio e la coscia; poi si posizion tra le sue gambe e premette il membro contro il suo corpo, spingendola contro il muro e baciandola con violenza, per troncare sul nascere eventuali proteste.
La serratura si apr con uno scatto e la porta si spalanc. - Oh, c' qualcuno qui dentro.
Julian stacc la bocca da quella di Emma. - La porta era aperta. Ce qualche problema?
- Auburn! No, no, fate pure.
La porta si richiuse.
Julian riprese la posizione di prima. Emma aveva smesso di accarezzargli la schiena, ma non aveva staccato le mani. I loro respiri si fondevano in un ansimare rapido e profondo.
- Questo non significa nulla - si giustific Emma.
- Nulla - le fece eco Julian. Torn a baciarla, sfiorandole il capezzolo e facendola gemere di piacere. Staccando la bocca dalle sue labbra, le mordicchi il collo, poi si mise in ginocchio e fece lo stesso con il capezzolo, forse con una violenza eccessiva probabilmente dovuta al risentimento che nutriva nei suoi confronti. Mentre passava all'altro seno e glielo leccava, lei gli conficc le unghie nella testa. Julian sent le sue cosce tremare e infil una mano sotto, nel solco caldo e umido tra l'attaccatura della gamba e la natica. Sfiorando con le dita la sua femminilit, la sent bagnata. - Julian - mormor Emma.
Tappandole la bocca con la mano, lui le infil due dita nella vagina e sent i muscoli contrarsi. - Cos ti piace, Emma? - bisbigli, accarezzandole il clitoride con il pollice.
Lei avrebbe voluto rispondere, ma Julian non le aveva tolto la mano dalla bocca; anzi, forse senza rendersene conto, premeva con forza mentre con l'altra mano le accarezzava la vagina con crescente vigore. - Fammi un cenno del capo - disse con voce alterata, diversa dal solito. Temeva di spaventarla, ma in fondo lei se lo meritava, dopo tutto quello che gli aveva fatto passare.
Emma accenn di s con la testa. Julian le infil dentro un altro dito, spiando la sua reazione, e mentre affondava sempre pi in profondit, la vide battere le palpebre, rovesciare la testa all'indietro e raggiungere l'orgasmo.
I muscoli della vagina non avevano ancora cessato di contrarsi quando Julian chin il capo e la baci dove fino a un momento prima l'aveva accarezzata. E quando Emma tent di fargli alzare la testa, lui la ignor. Non era facile resistere, continuando a procurarle piacere senza rischiare di oltrepassare i propri limiti. Imprigionandole i polsi con la mano libera, Julian la immobilizz. Emma parve gradire, perch non oppose resistenza. Del resto come avrebbe potuto?
Raggiunse di nuovo l'orgasmo, stavolta meno violento del precedente. Julian disse a se stesso che poteva far di meglio, ora che sapeva quanto lei lo desiderasse.
Tolse le dita e, afferrandola per le braccia, se la prese in grembo. Con una mano si apr i pantaloni e tir fuori il pene. Emma lo guard, si pass la lingua sulle labbra e, appoggiata la schiena al muro, lo invit con lo sguardo a fare tutto ci che voleva. Con gli occhi gli offriva tutta se stessa, ma non prometteva niente. Come se gli ripetesse ancora una volta: "Questo non significa nulla".
Julian sent una collera sorda montargli dentro. - Vuoi che ti prenda?
Emma distolse lo sguardo e gir la testa dall'altra parte.
- S o no? - domand Julian, afferrandole il mento tra le dita per costringerla a guardarlo.
Emma non rispose. Non poteva dire s, naturalmente; ma rifiutare significava restare su quella specie di iceberg su cui si era isolata.
- Allora? - domand Julian.
Emma continu a tacere, guardando il suo membro gonfio e duro.
- Maledizione, lo vuoi o no?
- S - annu lei, sdraiandosi con i capelli sparsi come una nuvola intorno alla testa.
Julian le and sopra e, prendendosi il membro in mano, glielo punt sulla vulva. Emma emise una specie di singhiozzo che per poco non lo fece desistere, gli pos le mani sul petto e lo spinse via. Julian lasci andare il pene e ancora una volta le afferr i polsi, le alz le braccia al di sopra della testa e spinse avanti i fianchi per inchiodarla. Ah, com'era stretta, calda e bagnata mentre la penetrava. Lei gemette, e la sensazione che gli trasmise era cos intensa che rese pi violenti i colpi iniziali. Emma spalanc gli occhi e Julian, lanciando un'imprecazione, allent la stretta sui polsi. A un tratto aveva paura. Non di lei, ma di se stesso. Emma era cos morbida e arrendevole, e proprio per quello lui non poteva cedere all'istinto che lo spingeva a penetrarla con tanta violenza da farla smettere di fingere e farla gridare, magari di dolore, supplicandolo di fermarsi. Non poteva farle una cosa simile, non era nel suo carattere. Perci, stringendo i denti, le rimise le braccia nella posizione naturale e si sforz di non farle male, bench in fondo fosse lei a volerlo.
Emma si contorceva sotto di lui e Julian non riusc pi a trattenersi. Si stacc da lei un attimo prima di raggiungere l'orgasmo.
Rimase di traverso sul suo corpo, senza fiato, mentre il cuore di Emma gradatamente rallentava i battiti.
Si sarebbe dovuto alzare senza dire una parola, invece non si mosse. Emma era immobile e pallida alla luce fioca della lampada. Teneva gli occhi chiusi e sembrava perduta in un incantesimo che si era costruita da sola e lo escludeva dal suo mondo gelido.
- Non significa nulla - mormor.
- Nulla, Emma - ripet Julian, chinandosi su di lei per sfiorare con le labbra la lacrima che le era scivolata sulla tempia. Le diede un bacio sulla bocca. Magari avesse potuto sciogliere con le labbra e con la lingua il ghiaccio. "Svegliati, Emma" avrebbe voluto dirle. "Hai dormito abbastanza."
Allung una mano per accarezzarle i capelli e la baci di nuovo sulla bocca. Emma dischiuse le labbra, sospir e finalmente rispose al suo bacio.
Nella carrozza, appoggiata allo schienale, Emma guardava fuori del finestrino. In quell'ultima ora si erano scambiati al massimo una decina di parole. Julian aveva incastrato Colthurst, l'aveva imbottito di whisky e alla fine era riuscito a fargli dire che il quadro era stato venduto quel pomeriggio ai Sommerdon. Emma era rimasta seduta vicino a loro, pronta a sorridere se la situazione l'avesse richiesto, ma con il cuore in subbuglio. Ringraziava il cielo di avere il velo sul viso. Di colpo le era sembrato tutto troppo chiassoso e volgare.
Stentava a credere di aver fatto certe cose e nello stesso tempo avrebbe voluto rifarle.
Dentro la carrozza era buio. Julian non aveva acceso la lampada ed Emma lo intravedeva appena. Da quando erano usciti dal club, aveva un chiodo fisso e finalmente trov il coraggio di domandare; - Adesso sono una delle tue donne?
Julian scoppi a ridere. Non rispose subito. - S - disse alla fine. - Suppongo di s.
-  stata un'esperienza interessante.
- Che modo cinico di definirla.
- Tu lo faresti in altri termini?
- In alcuni momenti le emozioni passano in secondo piano. Forse ora hai imparato la lezione. L'unico sistema per comprendere certe verit  metterle in pratica.
- Certo, l'esperienza  una grande maestra - convenne Emma.
- Per noto che hai l'aria triste e distaccata.
Evidentemente recitava meglio di quanto credesse,
pens lei. Non solo il cuore era in tumulto, ma anche i suoi sensi. Si spost in avanti sul sedile, per non serv a nulla perch si ritrov ancor pi vicina a lui, al suo profumo, e sent pi prepotente il desiderio di quello, che lui poteva darle. Aveva dimenticato cosa significasse sentirsi viva.
- Forse una lezione non basta - riprese Julian.
Emma medit sulle sue parole, sforzandosi di comprenderne appieno il significato. - Vorresti darmene un'altra? Sei un libertino, l'hai detto tu stesso. Perci dovevo aspettarmelo.
- Bene, visto che hai capito a cosa mi riferivo, devi fare le cose per bene. - Il tono di lui era serio, ma Emma colse una nota di ironia nella sua voce.
- Cosa vuoi dire?
- Torna ad abitare nella casa dei tuoi genitori.
Dove lei avrebbe potuto riceverlo senza limitazioni. - S, ci avevo gi pensato.  meglio che me ne vada anche per il bene di mia cugina. Inoltre in quella casa c' la luce ideale per dipingere. Al primo piano c' un salone enorme con grandi finestre. C' altro che dovrei fare?
- S, prepararti psicologicamente a essere bandita dall'alta societ. Nessuno ti ricever pi nella sua casa e forse non ti saluteranno nemmeno quando ti incontreranno per la strada.
Non era una tragedia. A Delhi le era capitato di peggio. Nel frattempo le cose erano cambiate e ormai non le importava pi dell'opinione che la gente aveva di lei. Aveva altre priorit e tra queste le gioie e i piaceri che il , corpo e i baci di lui potevano darle. - Dovrai aiutarmi a essere discreta. Assumer una persona che mi faccia compagnia e mi consenta nello stesso tempo di salvare le apparenze.
- Ottima idea - comment Julian, palesemente sarcastico.
- Non mi credi? Pensi che non lo far?
- Al contrario, ne sono convinto. Perch me lo domandi?
- Perch ho l'impressione che ti stia prendendo gioco di me.
- Infatti  cos, Emma.
- Significa che ti tiri indietro?  questo che stai dicendo?
- No, affatto.
- Ma allora... - Emma non capiva. - Intendi dire che sar la tua amante?
- S, certo.
- Bene. L'importante  fare chiarezza.
- Sono perfettamente d'accordo.
- In tal caso riaprir la casa. Per quanto riguarda il quadro... Andremo dai Sommerdon per tentare di recuperare le lettere?
- Inizier a chiedere in gir. Quell'uomo  un grande collezionista, quindi non dovrebbe essere difficile avere informazioni.
- Poi mi farai sapere?
- S.
- E io ti terr informato sulla questione della casa. Non credo che ci vorr molto tempo.
- Penser io ad assumere il personale, compresi gli addetti alla sorveglianza. Ne avrai bisogno.
- Ma non...
-  il minimo che possa fare - replic Julian con il solito tono sarcastico.
Erano giunti a destinazione. Emma si protese verso lo sportello, per lui le afferr il polso e l'attir verso di s. Emma lo lasci fare, tuttavia dopo che si fu seduta al suo fianco, lui non la baci. Invece accese la lampada e la scrut. Com'era bello. Emma ebbe la tentazione di accarezzargli la guancia, ma il gesto era incompatibile con il suo nuovo ruolo.
Lui non le avrebbe dato un bacio prima che se ne andasse?
Julian sorrise ed Emma non riusc pi a trattenere l'impazienza. - Allora? - domand.
- "Mi sto stancando delle ombre" - rispose Julian. - Ce l'hai scritto in faccia.
- Che significa?
Lui scosse la testa. - Te lo direi, ma la risposta non ti piacerebbe. - Chinandosi su di lei, le mise una mano tra i capelli e le diede un bacio frettoloso. Quando cap che Emma stava per aprire la bocca, si ritrasse. - Vai - disse. - Aspetter di vederti entrare in casa. So bene che preferisci andare da sola.
Emma scese dalla carrozza e si incammin sul vialetto. Il chiavistello si apr senza far rumore. Aveva infilato la chiave nella serratura e stava per girarla quando il portone si apr dall'interno ed Emma si trov davanti Delphinia in vestaglia.
Guardando al di sopra della sua spalla, vide che lord Chad non era con lei.
- Dorme - la inform la cugina. - Avanti, entra, altrimenti sveglierai i domestici. Meno male che la carrozza non ha lo stemma - continu, sbirciando in strada. Chiuse il portone.
- Delphinia...
- Vieni con me.
La cugina la precedette nell'atrio. Camminava con passo deciso e le spalle erette.
Nel salotto piccolo c'erano tutte le luci accese. Su una sedia, un libro e un lavoro a maglia. - Mi stavi aspettando - osserv Emma. - Mi hai sentito uscire?
- No. Non riuscivo a prendere sonno. Pensavo a Poppet e... E anche a te, per la verit. Sono venuta in camera tua e ho visto che non c'eri. La mia cameriera dormiva, ed ero in ansia per il fatto che eri uscita da sola, Anche se, ora che ci penso, sarebbe stato preferibile. Oh, togliti quel velo ridicolo e siediti. - Quando Emma si fu tolta il cappellino e il mantello, Delphinia la guard a bocca aperta. - Santo cielo, il vestito! - esclam. - Cosa gli hai fatto? Eri con Auburn, vero?
- S.
- Emma, stai... frequentando quell'uomo?
-  tardi. Sarebbe meglio parlarne domattina.
- Emma, ascoltami. Finirai per rovinarti.
- Comprendo la tua preoccupazione. Non puoi permettermi di vivere sotto il tuo tetto se mi comporto in questo modo. Ho deciso di riaprire la casa dei miei genitori.
- No, tu non capisci. Mi fai paura. Credevo che fossi migliorata, ma con quest'uomo stai regredendo. Il tuo modo di fare, ultimamente, e di comportarti... Peggio di una donna di malaffare. Nessuna donna rispettabile...
- Hai la memoria corta - l'accus Emma. - Ho perduto la rispettabilit il giorno che sono salita a bordo della nave che mi ha portata a Bombay.
- Sono stufa di sentire questa storia. Credi che qualcuno se ne ricordi? Sei un ereditiera, Emma. Se uscissi un po' di pi, capiresti che il denaro indebolisce la memoria. La gente ti perdonerebbe molte cose, se solo glielo consentissi.
- Oh, che nobilt d'animo. Sarebbe come comperare il rispetto del prossimo. Davvero consolante.
- Emma! - esclam Delphinia, sul punto di piangere. - Perch devi sempre fare la difficile? Non capisci?  della tua vita che stiamo parlando. Nessuno sar disposto a riceverti se continui a comportarti con tanta leggerezza. Per Auburn non  un problema.  un duca ed  un uomo. Ma per te  diverso. Non devi lasciarti sedurre da lui.
Emma trattenne a stento un sospiro. Come poteva spiegarlo alla cugina? Non poteva certo dirle che aveva ragione, ma che quella era la sua vita, ed essere sedotta era esattamente ci che lei voleva. Delphinia era una donna fortunata. Non poteva immaginare che provare di nuovo sentimenti ed emozioni dopo un vuoto tanto lungo per lei era cos importante da indurla a sacrificare persino il proprio nome e la rispettabilit. - La vita che conduci tu non  quella che sceglierei replic, stando attenta a misurare le parole. - Se  della mia felicit che ti preoccupi... - Avrebbe potuto essere cattiva e porre fine alla conversazione dicendo che si era rovinata resistenza il giorno in cui era arrivata a Londra, ma non era vero. Durringham era un paese tranquillo, tuttavia era anche soffocante. Per questo aveva deciso di fare un viaggio in Italia. Ora invece il pensiero di lasciare Londra...
Non poteva mentire a se stessa: quello che non sopportava era l'idea di separarsi da lui. Si chiese come fossero le sue pupille in quel momento perch anche Julian per lei era una sorta di droga. Le era bastato un piccolo assaggio, dopo tanto tempo, per scombussolarla in quel modo.
- Non pensi al matrimonio, Emma? Auburn ti ha proposto di sposarlo, oppure  ben contento di rovinarti la vita?
Julian non era affatto contento. La guardava come se lei fosse stata un enigma da risolvere. Non era uno stupido. Pi a lungo fosse riuscita a mantenere vivo il suo interesse e meglio sarebbe stato. La curiosit l'avrebbe tenuto legato a lei, almeno finch l'enigma non fosse stato svelato. Dopodich... Probabilmente lui l'avrebbe lasciata. D'altronde prima o poi le relazioni finivano. La loro caratteristica era proprio quella di non durare a lungo.
- No, non ha mai parlato di matrimonio - rispose. Neanche a Sapnagar. Chiss perch.
- Oh, Emma, pensaci bene. Vuoi passare tutta la vita da sola?
Avrebbe dovuto esserne contenta. Quello che lei voleva da Julian non era il matrimonio, quindi non aveva motivo di prendersela con lui per non averle fatto una proposta che lei non avrebbe potuto accettare.
Era strano che ci riflettesse sopra.
- Non sarebbe una vita facile - riprese Delphina. - Senza bambini, senza qualcuno da amare...
A un tratto Emma credette di capire cosa Julian le aveva letto in faccia. Era sempre stato fin troppo perspicace. Si alz. - Vado a letto - annunci con voce malferma.
- Emma...
- Se vuoi continuare il discorso, lo faremo domattina. - Arrivata alla porta, le venne in mente una cosa.
- Delphinia... "Mi sto stancando delle ombre." Sai da quale opera  tratta questa frase?
Delphinia si chin sulla sedia per prendere il lavoro a maglia. - Mi ricorda qualcosa. Fammi pensare. Ah, gi. Da un poema di Tennyson. "Mi sto stancando delle ombre, disse la Dama di Shalott." Perch me lo domandi?
Emma non ricordava bene il poema. - Parla di una maledizione, vero?
- S. La donna vive in una torre e ha il divieto di guardare verso Camelot, perci passa il tempo tessendo, cantando e sbirciando all'esterno attraverso uno specchio, Il verso che hai citato si riferisce al momento in cui lei vede due innamorati e si accorge della propria solitudine.
- E alla fine muore - disse Emma.
- S. Lancillotto arriva, esultante, e lei non resiste alla tentazione di guardarlo. Lo specchio si rompe, la donna lascia la torre e muore. Stupido da parte sua salire in barca. Nei suoi panni sarei andata a piedi.
- Meglio ancora sarebbe stato non guardare fuori.
Delphinia sbuff. - No, io al suo posto l'avrei fatto molto prima. Sarei impazzita a forza di tessere tutto il giorno. Tu siete diversa, un'eremita, tant' vero che ho dovuto quasi costringerti a lasciare Durringham.
Emma non si aspettava una frecciata del genere.
- Oh, ti chiedo perdono, Emma. Sono di cattivo umore. Non volevo...
- Non importa - mormor Emma, voltandosi per uscire. Delphinia la conosceva cos bene che centrava sempre il bersaglio, anche senza volerlo. Effettivamente doveva essere un po' pazza per isolarsi dal mondo, e sua cugina aveva il diritto di dirlo.
Mentre saliva le scale, a un tratto si ferm di colpo. In fondo non era stata Delphinia a citare il poema di Tennyson.
Emma era a letto, ma non riusciva a dormire. Quando la pendola dell'atrio batt le tre, si alz e scese in biblioteca. C'erano tre volumi di Tennyson nella libreria. Scelse quello della Moxon e, aprendo il libro a caso, trov un'illustrazione che raffigurava la Dama di Shalott avvolta nei fili della sua tela.
Diede una scorsa veloce alle strofe. Aveva studiato quel poema a scuola, naturalmente, e all'epoca non l'aveva impressionata. Soltanto ora capiva l'infelicit di quella poveretta. "Non sapeva quale fosse la maledizione, / e cos tesseva assiduamente, / ed altre preoccupazioni non aveva, la Dama di Shalott ".
Era naturale che la gente di Camelot si fosse spaventata,trovando il suo corpo esanime sulla barca. A chi piace guardare in volto la follia? Solo Lancillotto riusciva a vedere quanto fosse bella, ma la sua ammirazione era temperata dalla piet.
Emma chiuse il libro, tenendo il segno con un dito. A parte l'alone di luce intorno alla candela, la biblioteca era avvolta nell'oscurit. Il fuoco era spento e la stanza fredda. Le pareva impossibile che Julian la vedesse in quel modo. In tal caso, perch mai avrebbe dovuto frequentarla?
Dopotutto era solo una poesia e Julian l'aveva citata senza rifletterci troppo. Emma rimise il volume al suo posto e usc dalla biblioteca.
Non sal in camera sua. Quasi mossi da una volont propria, i suoi piedi la condussero nella stanza che Delphinia le aveva permesso di usare come studio.
Accese la luce e guard l'imprimitura. Era orribile come la ricordava. Negli ultimi mesi si sentiva impacciata con il pennello in mano. Quella parte del suo cervello da cui scaturivano i dipinti era vuota e desolata come il deserto di Sapnagar. Gli incubi che avevano ispirato i suoi lavori precedenti avevano perduto il loro potere. Pur avendo voglia di dipingere, di trasporre sulla tela le proprie incertezze, non sapeva cosa disegnare. I fiori non le interessavano, n l'appassionava un cestino colmo di frutta. Il concetto di "natura morta" le era estraneo. Per sua stessa definizione era l'opposto della vita. Persino la Dama di Shalott, nonostante i suoi sforzi per resistere, alla fine si era lasciata trascinare via dalla corrente.
La ragazza che era stata un tempo non avrebbe fatto venire in mente quel poema a Julian. All'epoca lei aveva una tale voglia di vivere che avrebbe rotto lo specchio con le sue mani e spalancato la porta della torre fin dal primo giorno.
Era cos che lui la vedeva? Distante, piena di manie e ossessioni? Cos diversa dalla ragazza di prima? La vedeva in quella luce anche quando chinava la testa per baciarla?
Emma sent qualcosa nascere dentro di s, quasi un prurito nelle vene, il bisogno di creare. Non era un impulso febbrile come quello che provava a Durringham, ma un desiderio che la sfiorava come un tocco delicato.
And all'armadio e l'apr. La cornice era cos ingombrante che lei non ce la faceva a mettere il quadro sul cavalletto da sola, perci lo appoggi al muro. Gli occhi erano perfetti. Il ritratto di Julian era stato il suo primo dipinto dopo il ritorno dall'India. Sulla tecnica non c'era nulla da ridire. Era l'unica tela dove non figurassero spargimenti di sangue. Sembrava che Julian la guardasse. Ebbe una stretta al cuore.
"Non siete stata l'unica ad affrontare quel viaggio."
Lo sfondo era vuoto. Non era cos che doveva essere. A un tratto cap come doveva realizzarlo.
Passando in rassegna i colori gi mischiati, non ne trov nessuno adatto allo scopo. Ne occorreva uno pi chiaro. Prese la bottiglietta dell'olio di lino e il barattolo del verde smeraldo. In primavera il deserto si risvegliava e le piante buttavano nuovi germogli.
Aveva sempre amato Julian e probabilmente lui lo sapeva. Forse intuiva molto pi di quanto lei sospettasse. Ciononostante, non le aveva voltato le spalle.

19
Il mattino seguente Emma si rec a piedi alla casa dei genitori, poco distante. Le fece uno strano effetto rivederla. La sua famiglia preferiva la vita di campagna, perci lei aveva vissuto poco a Londra. Qualche inverno da bambina, poi l'intera stagione delle feste l'anno prima di partire per l'India. Non c'erano scheletri nell'armadio n avvenimenti tristi legati alla casa; eppure, mentre iniziava a salire le scale, un ricordo le affior nella mente, inducendola a fermarsi di colpo.
Il fruscio delle sue gonne da debuttante mentre scendeva al piano di sotto le aveva dato un'emozione forte. Quella sera si era sentita bella e piena di speranze. Era il suo primo ballo. Com'erano stati generosi i suoi genitori a concederle di partecipare a quelle feste, bench il suo matrimonio fosse stato deciso quando lei era ancora bambina. Com'era stato bello vederli sorridere quando l'avevano vista apparire, confermandole cos quello che le aveva detto lo specchio: che era bella. - Spiccherai su tutte le altre - le aveva detto la mamma. E il padre le aveva offerto il braccio come se fosse stato il suo cavaliere. Come si era sentita grande in quel momento...
Si appoggi al corrimano e riprese a salire le scale. La porta della sua stanza era difettosa e, non appena aperta, stava per richiudersi. Emma tent di bloccarla con la mano e si fece male. Se l'era meritato, visto che era stata cos stupida.
Quel mattino Julian le aveva mandato un messaggio, accompagnato da una graziosa statuetta di arenaria tanto piccola da stare nel palmo della mano. In un primo momento l'aveva scambiato per un elefantino, poi aveva notato che aveva mani e piedi umani e il ventre prominente. Il messaggio diceva:
Forse ricorderai ci che il signor Cooper ha raccontato molto tempo fa, durante un ricevimento, sul dio-elefante. Non mi pare che abbia spiegato il motivo per cui Ganesh non ha la testa di un uomo. Il giovane stava vegliando sulla madre che faceva il bagno in un laghetto. Il padre, Shiva, assente da quando lui era nato, tornato inaspettatamente voleva vedere la moglie. Nessuno dei due uomini aveva riconosciuto l'altro. Per proteggere la madre, Ganesh si rifiut di lasciar passare Shiva, che in un impeto d'ira gli mozz la testa. Siccome la madre di Ganesh protestava, come puoi ben immaginare, Shiva restitu la vita al figlio mettendogli la testa di un elefante. Nonostante il suo aspetto singolare, Ganesh fu ancora pi amato dopo la resurrezione.
Ti mando la statuetta perch ha fama di rimuovere gli ostacoli. Incontrer Sommerdon questa mattina e spero di avere il piacere di restituirti le lettere al pi presto.
Emma infil una mano in tasca e tocc la statuetta. Ogni volta che Julian andava da lei, quasi stentava a crederci. Finiva sempre per tornare, e qualsiasi cosa lei combinasse, sembrava divertirlo.
Diede un'occhiata circolare alla stanza. Probabilmente avrebbero dormito l. Bisognava far prendere aria al materasso e battere i cuscini per togliere la polvere.
In un angolo c'era uno specchio coperto da un lenzuolo, che strapp via e lasci cadere sul pavimento, sollevando una nuvola di polvere. Vide la propria immagine riflessa, sorrise e pens che Julian aveva torto. Il suo sorriso non le dispiaceva affatto. Doveva ricordarsi di dirglielo, la prossima volta.
Le tende, un tempo color bronzo, erano diventate di un giallino sbiadito. Emma le apr e intravide un movimento gi in strada. L'ultima persona che si aspettava di vedere era Marcus Lindley, invece lui era l, sotto i suoi occhi. Scese da una carrozza ed entr nel cortile di casa sua. Alz la testa.
Emma si ritrasse, ma troppo tardi. Ormai lui l'aveva vista e la salut con la mano. Emma scese al piano di sotto. Il valletto di Delphinia, che l'aveva accompagnata, stava aprendo la porta.
- Come mai qui? - domand Emma. - Come avete fatto a trovarmi?
- Ho bisogno di parlarvi - rispose Marcus. Sembrava meno spavaldo del solito. Aveva un accenno di pancia sotto il gilet color malva e un braccio al collo. - Vorrei farvi una proposta - continu con un sorriso sibillino.
- Potete venire a farmi visita da lord Chad - replic Emma. - Non intendo ricevervi in questa casa.
- Gi, ricordo bene questa vostra caratteristica, Emmaline. Vi ricordate delle convenienze solo quando vi fa comodo.
Emma guard con aria significativa il valletto, che alz le sopracciglia come per chiederle se avesse bisogno di aiuto. - Andatevene o vi far buttare fuori.
- Bench sia venuto in memoria di un certo soldato visto per l'ultima volta a Kurnaul?
Emma sent uno strano ronzio nelle orecchie, poi la voce del valletto: - Signorina? Signorina? - L'uomo la chiamava, allungando le mani come per sorreggerla.
- Tutto bene, grazie - lo tranquillizz lei. - Visconte, se volete seguirmi...
Attraversare l'atrio le parve il tragitto pi lungo della sua vita. Aveva portato buona parte dei mobili nel Devon, e in quell'ambiente semivuoto risuonava l'eco dei loro passi. Il mattino in cui Marcus era uscito di corsa dalla Residenza, Emma aveva creduto che fosse uscito dalla sua vita per sempre. Come faceva a sapere quello che era accaduto?
Il salotto grande puzzava di chiuso. Emma apr le tende, sperando che nel frattempo le si schiarissero le idee, ma quando si volt verso Marcus, l'unica soluzione che le era venuta in mente era negare.
Lo vide con la schiena appoggiata alla porta. - Allora, Marcus, spiegatevi meglio.
- Temo che mi confondiate con qualcun altro, Emmaline. Non prendo ordini da voi. - Lui fece una pausa. - Avete una macchia verde sulla manica, sapete?
- S, questa mattina ho dipinto - rispose Emma senza neanche guardarsi. - L'ho sempre fatto. E con questo?
Marcus scosse la testa. Un ciuffo di capelli biondi gli cal sull'occhio. Con un moto d'impazienza li ricacci indietro ed Emma cap che lui non era calmo come voleva sembrare.
- I vostri dipinti sono diventati ancor pi grossolani di quanto immaginassi - disse con un sorrisetto maligno.
- Sono orribili, dovreste bruciarli, signorina Ashdown.
Emma se l'aspettava. - Vi ripeto la domanda: e con questo?
- Ve lo spiego subito. In calce ai dipinti avete trascritto delle frasi estratte da un comunicato militare che era stato affidato dal sottoscritto a un soldato trovato morto nella mia tenda a Kurnaul. Stranamente mancava una lettera, quindi a questo punto ho dedotto che l'avete presa voi e siete stata voi a ucciderlo.
- Non so di cosa stiate parlando - replic Emma, girando la testa dall'altra parte.
- Non funziona. Purtroppo per voi sono bene informato. Vi ricordate di quel vostro ritratto, quello che i vostri genitori hanno mandato a mia madre? L'ho mostrato al mio ex attendente e lui vi ha riconosciuto. Mi ha riferito che gli avete chiesto di indicarvi la mia tenda. Ci sono altri testimoni disposti a dichiarare di avervi vista al campo e che ve ne siete andata poco prima che fosse rinvenuto il corpo del mio attendente.
Pi Marcus parlava e pi Emma si sentiva tranquilla,
- Mi ha aggredito - disse. - Mi sono dovuta difendere.
- Non mi  facile crederlo. Sapevate che ero l, eppure non mi avete cercato. Dopo l'incidente avete preferito dileguarvi piuttosto che chiedermi aiuto. Non  cos che si comporta una persona innocente. Qualunque tribunale sarebbe d'accordo.
Perch era stata tanto stupida da fuggire? - Non sapevo cosa fare - disse lei.
- Bene, sono qui per farvi Una proposta. In questo periodo ho difficolt economiche e c' un buon mercato per i quadri.
- Dunque li avete acquistati voi?
- S, per proteggervi - rispose Marcus, spazientito. - Naturalmente tutto dipende da voi. Se preferite finire impiccata, sono fatti vostri. Uccidere un soldato in tempo di guerra  un reato grave. Se farete una scelta diversa, io ne ricaverei un vantaggio. Il vostro patrimonio mi tornerebbe utile. Del resto, i vostri genitori l'avevano destinato a me, come sapete.
- Non mi starete proponendo...
- Ci sposeremo e io entrer in possesso del vostro denaro. Nessuno scoprir che avete ucciso quell'uomo. Altrimenti per voi ci sar il capestro. Sta a voi scegliere, Emmaline.
- Siete pazzo. Non potete dimostrare che l'ho ucciso io.
- Ne siete sicura? Ditemi piuttosto come potrete provare la vostra innocenza. Troppi testimoni vi hanno vista a Kurnaul e presumibilmente molti altri ad Alwar, sulla strada per Calcutta, anche se vi spacciavate per una certa Anne Marie. Come vi ho detto, sono bene informato. L'East India Club  una miniera di informazioni. Non potete immaginare quante persone vi hanno riconosciuta, vedendo il vostro ritratto.
Emma si guard le mani tremanti. A forza di tormentarsele, aveva le nocche bianche.
- Se non volete farlo per voi stessa, pensate alla vostra famiglia - riprese Marcus. - La vostra esecuzione stroncherebbe la carriera a lord Chad e rovinerebbe la vita a vostra cugina. I vostri beni verrebbero confiscati. Uno spreco inutile.
Segu un silenzio terrificante. Persino le pendole tacevano. Evidentemente si erano scaricate. Mai come in quel momento Emma si era resa conto dell'importanza degli orologi. - No - disse. Non poteva tornare indietro. - Non ho nessuna intenzione di fare ci che mi chiedete.
- Forse dovreste sapere che non siete l'unica persona coinvolta in questa storia - continu Marcus, avvicinandosi. - Quelle scritte in calce ai vostri quadri dimostrano che Auburn era d'accordo con i rivoltosi.
Che assurdit, Emma rise.
- Non ci credete? Vi ha mai parlato di suo cugino? Il ragazzo era uno dei principali sostenitori della rivolta a Delhi. Il mio attendente ha visto diverse volte Auburn incontrarsi con il ragazzo, a cui elargiva denaro e consigli. Una delle vostre scritte  tratta proprio da una lettera.
- No, lui voleva semplicemente aiutare suo...
- Non mi importa niente delle sue intenzioni. Ci che conta  la sostanza. Per il buon nome della famiglia, avrei preferito non tirare in ballo questa storia. Auburn sarebbe accusato di tradimento, cosa che si ripercuoterebbe sulla nostra casata per molte generazioni. Comunque sono disposto a fare questo sacrificio.
Lui le tese la mano. Quella sana, naturalmente. Correva voce che Julian gli avesse spezzato il braccio.
Peccato che non gli avesse rotto l'osso del collo.
Marcus le prese la mano e gliela strinse cos forte da farle male. - Venite - disse, costringendola ad alzarsi. - Volete altre prove? Vi dimostrer fino a che punto vi siete rovinata con le vostre stesse mani.
Sir Eastlake, presidente della Royal Academy of the Arts, era un tipo magro e nervoso e continuava a lisciarsi la testa come per controllare l'avanzata della calvizie. Julian aveva l'impressione che la sua presenza lo mettesse a disagio; infatti, a parte qualche occhiata fugace, l'uomo teneva gli occhi fissi su Lockwood.
Anche il conte se n'era accorto. Infatti, mentre sir Eastlake si assentava un momento con un collaboratore, disse sottovoce: - Forse c' un mappamondo prezioso qui intorno e ha paura che glielo facciate a pezzi.
Non aveva tutti i torti. Julian aveva una gran voglia di spaccare qualcosa. Aveva trascorso la mattinata all'Athletic Club, in sella a un cavallo, gareggiando nella corsa a ostacoli con Sommerdon  lasciandolo vincere. Non era stato esaltante, visto che quell'uomo era sulla sessantina e soffriva di gotta, e aveva fatto tutto questo per niente. Quando aveva tirato in ballo la faccenda del quadro, Sommerdon gli aveva detto di non saperne nulla. Aveva sentito parlare di una certa signorina Ashdown, ma non era sua abitudine dar credito ad artisti sconosciuti. Se i critici si fossero espressi favorevolmente sulle opere esposte alla Royal Academy, forse l'avrebbe presa in considerazione.
Pi tardi, al Park Club, Julian aveva trovato Colthurst immerso nel gioco. Costui gli aveva giurato che il quadro era stato acquistato da un incaricato di Sommerdon per una cifra considerevole ed era stato pagato in contanti.
Successivamente Julian era andato da Lockwood, dove aveva appurato che tutti i dipinti erano stati acquistati da intermediari. -  la prassi normale - gli aveva spiegato il conte. - La cosa strana  che siano stati pagati in contanti. Prover a indagare.
L'amico si era reso utile anche su altri fronti, avendo molte conoscenze nelle alte sfere. Oltre a diramare inviti al St. Giles e al Tiger Bay, aveva interrogato alcune persone e fatto appostare degli uomini armati nei pressi della casa di lord Chad.
Sir Eastlake torn e riprese il discorso interrotto, - Dov'eravamo rimasti? Ah, ora ricordo. Ovviamente, quando mi hanno proposto la carica di direttore, nel '55, ero piuttosto scettico.  bene concentrare le proprie energie in un campo ben preciso, e l'arte,  un'amante molto esigente.
- Davvero? - domand Lockwood, battendogli una mano sulla spalla. - Allora temo che abbiate concentrato le vostre energie nel campo sbagliato. Accompagnatemi qualche volta in una delle mie scorribande fuori citt e avrete modo di constatarlo.
- Ah, milord, siete proprio divertente - replic Eastlake, ridacchiando. - Come stavo dicendo, per me era un grande onore. Esaminando le condizioni che regolavano la nomina, scoprii che...
- Mostrateci i quadri - l'interruppe Julian.
- Vi faccio osservare che questa procedura non  regolare - rispose Eastlake, contrariato. - Comunque dopo essermi consultato con il consiglio d'amministrazione, e tenuto conto della generosit di lord Lockwood nel contribuire a finanziare la costruzione della National Gallery...
Julian si avvi alla porta mentre il conte, alle sue spalle, si profondeva in ringraziamenti.
Finalmente riusciva a vedere i quadri. Alcuni erano gi incorniciati e due uomini ne stavano appendendo uno. Gli altri erano allineati contro la parete.
Avanzando lentamente, Julian lesse le scritte. LO SCOPO NON  RISPARMIARE VITE UMANE. VI INCONTRERETE SUL VERSANTE NORD DELLA COLLINA, IL SEGNALE SAR COSTITUITO DA TRE LAMPADE ALIMENTATE DAL GHEE. CONSEGNATE IL DENARO AL MIO UOMO. - Maledizione! - Esclam Julian a denti stretti. Sull'ultima tela c'era scritto: INVIA REGOLARMENTE DEI SOLDI ALLA CASA DI AJMERI GATE.
- Le lettere non sono state tutte scritte da un'unica persona - disse a Lockwood quando l'amico lo raggiunse. - Una di loro sembra parlare di me.
- Come avete fatto a capirlo? Sono firmate?
- L'ho capito perch uno degli autori si rivolge ai destinatari usando la terza persona plurale, ossia Aap. Ha una buona padronanza della grammatica, e molti termini del suo vocabolario derivano dal persiano. L'altro ha un linguaggio colloquiale e usa il Tuu. Forse  un inglese. Quanto al primo... Oh, Dio.
- Che c'?
- Ho gi letto questa frase su un'altra tela. DIECI CRORE PER LO SPOSTAMENTO DELLE TRUPPE NELLE ZONE SOTTOELENCATE. Ma qui  preceduta dalle parole: NANA SAHIB  LIETO OFFRIRVI.
- Nana Sahib non  il tizio soprannominato "il Macellaio di Cawnpore"?
- Mi pare di s. Chiunque sia,  sicuramente un ufficiale. Qui l'autore gli si rivolge chiamandolo afsar sahib. In quest'altra scritta... - Julian s'interruppe e scoppi a ridere. - Questa s che  una buona notizia. Qui lo chiama "colonnello".
Giunto in Bolton Street, Julian seppe che Emma non era in casa, ma con suo grande stupore e rammarico scopr che lady Chad desiderava parlargli. La donna l'aspettava nel salotto, visibilmente a disagio. La dama che era con lei, una signora anziana che stava lavorando a maglia, al suo ingresso scatt in piedi come a un segnale convenuto e usc dalla stanza senza pronunciare parola.
- Preferisco parlare con voi in privato, senza testimoni - esord lady Chad. - Anche se  contrario alle convenienze, spero che non abbiate nulla da ridire al riguardo.
- No, affatto - rispose Julian. - Ma non posso trattenermi molto. Lockwood mi aspetta nella carrozza.
- Ci sbrigheremo in fretta. Tra poco ci serviranno il t.
L'assenza di Emma lo metteva a disagio. Dovunque lei fosse andata, i suoi uomini l'avevano seguita, quindi non aveva motivo di preoccuparsi. Per quel mattino lui le aveva inviato un messaggio ed Emma non aveva risposto. Non capiva perch. Mentre si sedeva di fronte a lady Chad, per un attimo ebbe la tentazione di chiederle consiglio, ma non poteva certo dirle che desiderava sposare sua cugina, anche se lei preferiva che restassero amanti. E quindi, essendo una situazione abbastanza insolita, lui voleva la sua opinione in proposito.
- Mi sembrate un po' nervoso - osserv lady Chad.
- Mi chiedo dove sia finita la signorina Martin. Ho una notizia urgente da darle.
- Capisco - mormor la padrona di casa. Anche lei era nervosa, infatti non riusciva a tenere ferme le mani. Julian raccomand a se stesso di misurare le parole. La signora non aveva l'aria amichevole.
- Permettetemi di farvi le condoglianze per la morte di... Poppet - mormor.
Le mani di lady Chad si fermarono di colpo. - Ho saputo che eravate nello studio quando  accaduta la disgrazia - disse. - Forse potreste aggiungere qualche dettaglio che mi aiuti a far luce sulla vicenda.
Accidenti, si era dato la zappa sui piedi. - Mi risulta che il cioccolato faccia male ai cani - replic lui.
- Non fino a questo punto.
Per quante colpe avesse sulla coscienza, Julian non intendeva assumersi la responsabilit della morte di quello stupido cane. - Non l'avevo portato io il cioccolato, sapete?
- S, certo. Be', non importa. Come potete immaginare, desidero parlarvi di mia cugina. So che le avete salvato la vita a Delhi.
"Interessante" pens Julian. - Vi ha raccontato tutto?
- Non esattamente - rispose lady Chad, aggrottando la fronte. - Comunque mi ha detto che l'avete aiutata a fuggire da Delhi.
Quindi Emma si era limitata a riferire lo stretto necessario, pi precisamente quello che emergeva dai suoi dipinti. - Non avete mai insistito perch vi raccontasse tutta la storia?
- S, certo - rispose lady Chad, arrossendo. - Non avrei potuto fare diversamente. Non potete immaginare com'era ridotta quando  tornata in Inghilterra. Ero molto preoccupata per lei.
- Stava cos male?
- Malissimo. Sembrava diventata muta; in compenso piangeva in continuazione, tanto che a volte faceva fatica a respirare. Gideon aveva persino pensato di farla ricov... - Lady Chad tacque di colpo, accorgendosi di essersi sbilanciata troppo. - Naturalmente se ne  solo parlato, niente di pi.
- Per fortuna - mormor Julian in tono sprezzante.
La contessa si fece paonazza. - Era sconvolta, ma lord Chad ha dovuto ammettere che era naturale, dopo tutto quello che le era capitato. Chiunque altro nei suoi panni sarebbe stato altrettanto angosciato. - Fece una pausa. - Pensavo che se almeno ne avesse parlato... Ma  terribilmente testarda, mia cugina.
Un domestico port il t. Mentre lady Chad lo serviva, Julian si accorse di tamburellare con le dita sulla gamba e smise subito.
- Forse voi potreste raccontarci qualcosa di pi sulla sua fuga da Delhi - riprese la contessa, porgendogli la tazza.
- Certamente - rispose Julian - anche se ritengo che dovrebbe essere Emma a farlo, non vi pare?
- Non dovreste chiamarla con il nome di battesimo - lo riprese lady Chad.
Julian si strinse nelle spalle. Gli bast bere un sorso per avere la conferma che il t non gli piaceva. Eppure se c'era una cosa che accomunava inglesi e indiani era la passione per quella bevanda. - Quando penso a lei, nella mia mente  Emma.
Lady Chad sbatt la teiera sul tavolo con malagrazia. Un bel caratterino... - Siamo usciti dal seminato - disse. - Desidero esprimervi la mia gratitudine per l'aiuto che le avete dato a Delhi, ma ci non vi autorizza ad approfittarvi di lei. Potete ritenervi fortunato che non ne abbia parlato con lord Chad, altrimenti vi avrebbe chiesto spiegazioni. Come potete farla uscire a qualunque ora della notte per portarla chiss dove, mettendo a repentaglio il suo buon nome?
- Credo che lei lo farebbe ugualmente anche senza di me - replic Julian con un tono secco.
- Non sono affatto d'accordo - protest la contessa. - Il suo modo di comportarsi  cambiato dalla sera del ricevimento di Lockwood. Da allora lei non  pi la stessa. Non dorme,  di cattivo umore, sempre distratta e immusonita. E ora, per giunta, non ragiona pi. Produrre questi cambiamenti in una donna non dovrebbe far piacere a nessuno, nemmeno a una canaglia, a un farabutto, al peggiore dei mascalzoni.
Incredibile cosa si doveva sopportare quando si aveva a che fare con una donna. Se fosse stato un uomo a insultarlo in quel modo, subito dopo avrebbe dovuto porre mano alla pistola per difendersi. Lady Chad, sicura di poter parlare impunemente, si appoggi allo schienale della poltrona e riprese a sorseggiare il suo t. Aveva lo stesso temperamento della cugina, era evidente. Julian le sorrise. Cominciava a piacergli. - Non posso darvi torto - convenne.
- Gi. Voglio mettere subito in chiaro una cosa. Forse pensate che il vostro titolo e la vostra ricchezza vi proteggeranno, per sappiate che ho i miei metodi per vendicarmi. La mano di una donna pu non essere forte, ma arriva lontano con conseguenze che  meglio non sottovalutare.
- Mi dispiace - disse Julian - ma voi stessa avete notato quanto Emma sia ostinata. Aveva deciso di aprire la casa dei genitori e l'avrebbe fatto anche se avessi tentato di dissuaderla.
- La casa? - ripet lady Chad. -  il minore dei mali...
- E dato che siamo in vena di sincerit, vi dir anche che il suo umore attuale non  altro che lo strascico della situazione precedente, quando si era isolata dal resto del mondo e rassegnata alla solitudine.
La contessa era esterrefatta. - Tenete molto a lei, vero? Credevo che la conosceste solo superficialmente, invece ' ora mi accorgo che non  cos.  a causa vostra che ha rotto il fidanzamento con Marcus? Non mi ha mai voluto raccontare come sono andate le cose.
- No - rispose Julian. -  stata una decisione sua, anche se devo ammettere che in cuor mio l'approvavo.
- Anch'io - mormor la contessa. Lo guard qualche istante, soprappensiero. - Sono passati quattro anni, e per tutto questo tempo l'avete creduta morta.
- S.
- Poi l'avete incontrata al ballo. E voi... E lei... - Si protese verso Julian. - Ne siete innamorato, vero? - aggiunse quasi bisbigliando. - Lo eravate da prima.
Julian non rispose subito. - Lei  molto diversa dalla donna che ho conosciuto a Delhi, lady Chad - disse finalmente.
La contessa torn ad appoggiarsi allo schienale. Sembrava delusa. - Cosa intendete dire?
- Semplicemente che se mi aveste chiesto di descriverla all'epoca, vi avrei risposto che era stata ferita ma non aveva cicatrici. La sua gioia di vivere era formidabile, e neppure il naufragio e la perdita dei genitori l'avevano intaccata.
- S - conferm lady Chad. -  sempre stata una ragazza allegra ed esuberante.
- Ora non pi - continu Julian. - Come pensate che la giudicherebbe chi la conoscesse com' attualmente? Vedrebbe in lei una donna stanca e intimorita, che ha rinunciato a sperare. Non sono qualit che attraggono le persone, contessa.
La reazione di lady Chad fu violenta. - Come osate...
- Per venire al punto, visto che finora abbiamo girato intorno all'argomento, aggiunger che chiunque la conoscesse ora la giudicherebbe una maniaca. Quei dipinti non sono frutto di una mente serena.
- Non vi permetto di parlare cos di lei - protest la contessa, balzando in piedi.
- Comunque la risposta alla vostra domanda  s.
- S? - ripet lady Chad, incredula. - Nonostante le cose che avete appena detto sul suo conto?
- Probabilmente grazie a quelle. Forse ho anch'io una mente perversa.
- Dunque l'amate. Per la verit, sembrate pi rassegnato che contento.
- Non mi dite niente di nuovo.
- Emma lo sa?
- Credo di s.
- C' un unico modo per appianare le cose. Chiedetele di sposarvi.
Julian rise. - No, scusatemi, non rido di voi. Mi chiedo se parliamo della stessa donna, quella che voleva partire per l'Italia pur di evitarmi.
- S - convenne lady Chad - non vuole legami. Mi ha persino detto... - Scosse la testa. - Oh, Emma, quanto sei sciocca. - Fece una pausa. - Vi chiedo scusa. Temo di aver esagerato. Forse ero un po' agitata.
- Non l'avevo notato.
Lady Chad lo guard e scoppi a ridere.
Bussarono alla porta. Il valletto gli consegn una busta. Julian sembrava sorpreso mentre rompeva il sigillo.
Il messaggio era di uno degli uomini incaricati di vigilare su Emma. Julian lo lesse e gli si raggel il sangue.
- Dov' Emma? - domand.
- Nella casa dei suoi genitori - rispose lady Chad. - Perch? Che cos' successo?
Ma Julian era gi scattato in piedi ed era corso fuori.

20
Emma sentiva il sapore dell'uva come se l'avesse avuta in bocca. L'aria del magazzino era satura di quell'odore dolciastro. Dalla strada, sopra la sua testa, giungeva il rumore delle carrozze e dei carri che passavano. Su entrambi i lati del corridoio erano accatastati barili di vino. Lei non sapeva di che tipo fosse, perch le lampade che pendevano dal soffitto a intervalli regolari non facevano abbastanza luce per permetterle di leggere le etichette. Marcus la precedeva, reggendo una lampada legata a un lungo bastone. Non le sarebbe dispiaciuto avere pi luce, tuttavia si rifiutava di camminare al suo fianco.
L'impiegato del piano di sopra doveva conoscerlo bene. Gli aveva consegnato una pila di lettere e Marcus si era fermato qualche minuto in uno stanzino per leggerle. Strano. Perch si faceva mandare l la corrispondenza? Era altrettanto singolare che avesse portato i suoi quadri in quel magazzino.
- Ho appena saputo che Auburn sta assillando il consiglio d'amministrazione della Royal Academy perch vi allestisca una mostra personale.
Emma si allarm. Possibile che spiasse Julian? Voleva vendicarsi perch gli aveva rotto il braccio? - Strano - disse.
- Non gli avete rivelato che la signorina Ashdown siete voi, vero?
- Certo che no.
Passarono sotto un arco e subito dopo Marcus apr la porta di una stanza sulla cui sinistra era ammassata della merce. - Un momento - disse. - Reggetemi la lampada, per favore.
Emma prese il bastone. Era piuttosto pesante e faceva fatica a tenerlo in equilibrio. Sent una chiave girare nella toppa, poi Marcus le pos una mano sulla spalla e la spinse verso destra, in una stanza pi spaziosa e pi calda. In un angolo c'era una branda su cui erano ammucchiate pezze di tessuto, forse tela indiana. Accanto c'era uno scaffale pieno di vasetti vuoti di varie misure. Sul muro a sinistra, una grande stufa con due tubi collegati al soffitto; sopra era appeso un bollitore. Nell'aria aleggiava un odore che Emma riconobbe per averlo sentito di recente nel club di Colthurst. Era quello dell'oppio.
Un brutto presentimento la fece rabbrividire. Oltre alla droga, c'era qualcosa che non andava l dentro.
- Bene - disse Marcus. - I quadri sono qui.
Emma alz la lampada per illuminare le tele. Erano
disseminate sul pavimento e macchiate come se qualcuno ci avesse camminato sopra. Marcus ne aveva acquistato molte, quasi tutte quelle che erano state vendute. L'ultimo dipinto rappresentava la signora Kiddell con il sangue che le sprizzava dalla gola.
Dunque il quadro non l'aveva Sommerdon.
- Come vedete ho materiale a sufficienza per inchiodarvi anche senza ricorrere ai testimoni - disse Marcus.
- S - rispose Emma distrattamente. Come aveva fatto ad acquistarlo da Sommerdon in cos breve tempo? A meno che Sommerdon non c'entrasse affatto. Ma perch mai Marcus avrebbe dovuto comprare il quadro sotto falso nome?
- Avete deciso? Preferite morire e disonorare la vostra famiglia, oppure sposarmi e salvare la pelle?
Emma sentiva con tutta se stessa l'imminenza di un pericolo, ma razionalmente non capiva per quale motivo Marcus avrebbe dovuto farle del male.
- Potrei farvi il grande favore di bruciarli - continu Marcus.Vi farebbe piacere?
- Non avrebbe senso - rispose Emma. Bruciandoli distruggereste le prove che vi occorrono per incastrarmi.
-  vero, tuttavia sono sgradevoli e ingombranti e attirano troppo l'attenzione. L'idea che Auburn ci ficchi il naso non mi va gi. Ci sarebbe un'altra soluzione; le lettere da cui avete ricopiato le scritte. Consegnatemele. Serviranno ugualmente allo scopo.
Emma ringrazi il cielo che la stanza fosse male illuminata, altrimenti Marcus avrebbe notato che era impallidita. I dipinti la condannavano. Erano opera sua, con tanto di data, e dimostravano che lei si era appropriata di quelle lettere. Queste ultime per, da sole, non dimostravano nulla. Tutt'al pi erano la prova di un tradimento. - Le ho distrutte - ment.
- Non potete averli dipinti tutti in una volta - osserv Marcus. - Come facevate a ricordare cos bene quei caratteri? Non conoscete l'urdu, vero?
- Certo che no. Ho distrutto le lettere dopo aver terminato i quadri.
Ci fu una pausa. - Non vi credo - disse Marcus. - Dev'esserci una ragione che vi induce a mentire. Per quanto macabri, siete orgogliosa di questi dipinti e vorreste che li esponessero alla Royal Academy, perci dubito che vi faccia piacere bruciarli. Allora ascoltatemi, Emma. Ve ne restituir alcuni, quelli meno compromettenti, poi voi recupererete quelli esposti alla Royal Academy e li porteremo tutti nel posto che vorrete. A patto che mi diate le lettere, ovviamente. In caso contrario... - Diede un'alzata di spalle. - Posso bruciarli anche subito. - Si chin e afferr il dipinto dal titolo Ridevo di lei. - Prender subito fuoco.
- D'accordo - mormor Emma. - Le lettere sono a casa mia, nel Devon.
- Perfetto. Finalmente vi siete decisa a dirmelo. La sincerit  una base solida su cui costruire un matrimonio. Potrete tenere tutti i quadri esposti alla Royal Academy, ma temo che la maggior parte di questi dovr essere distrutta. Datemi la lampada. Accendo la stufa.
Seguendo l'istinto, Emma scaravent la lampada contro il muro.
Ci fu uno schianto, poi piombarono di colpo nell'oscurit. Marcus cacci un'imprecazione. Mentre indietreggiava, Emma sent scricchiolare le cornici dei quadri, segno che lui si stava avvicinando. Si precipit nella direzione da cui erano entrati, ma sulla porta il bastone urt il muro e le rimbalz addosso, facendole male, Emma lo gett via e corse fuori.
- Perch fuggite? Lo trovo strano - disse Marcus, con un tono pacato che la terrorizz. - A meno che qualcuno non vi abbia tradotto quelle scritte.
Oh, Dio.
A un tratto, il vago sospetto che Emma covava gi da un po' si trasform in certezza: quelle lettere erano compromettenti per lui. Per questo gli premeva recuperarle.
A sinistra, in lontananza, si intravedeva un chiarore rossastro. Erano le luci della cantina. Emma si alz le gonne e scapp a gambe levate.
Oltrepassato l'arco, sent l'odore dell'uva. Stava attraversando la cantina quando Marcus le artigli lo chignon.
Le cedettero le gambe. Mentre cadeva all'indietro, lo urt con un ginocchio e Marcus cadde sopra di lei. Emma gli diede una gomitata, sperando di colpire il braccio fratturato.
A un certo punto sent un oggetto duro premerle sulla schiena. - Non costringetemi a spararvi.
Emma rimase immobile, con il respiro affannoso. - Se mi sparerete, non avrete i miei soldi.
- Giratevi. Le lettere sono davvero nel Devon?
- S.
Dopo essersi rialzato, Marcus le punt la pistola in mezzo agli occhi. Pur sparando con la mano sinistra, non avrebbe certo mancato il bersaglio.
- Uccidermi non serve a nulla - mormor Emma.
- Vi ho detto dove sono le lettere. Avete tutte le prove che volete contro di me.
- Ne avete parlato con qualcuno?
- No.
- Mi pare strano che Auburn si interessi tanto ai vostri quadri. Maledetto bastardo. Il patrimonio doveva essere mio. Voi dovevate essere mia. - Nella sua voce c'era un rancore sordo in cui Emma lesse una sentenza di morte.
- I vostri genitori volevano che i vostri beni toccassero a me. Se non foste stata cos maledettamente... Purtroppo, Emmaline, non mi date scelta.
- Non capisco cosa intendete dire.
- Oh, lo sapete eccome. Altrimenti che senso avrebbe questa farsa? Ho dovuto farmi dare i soldi da Nana Sahib in cambio di qualche informazione sui movimenti delle truppe. Uno scambio vantaggioso per entrambi. Ero pieno di debiti. Che altro potevo fare?
Emma ud scattare la sicura della pistola.
- Le lettere non sono nel Devon - disse.
- Comunque lascer l'Inghilterra prima dell'alba - mormor Marcus.
Si ud uno sparo e Marcus si afflosci a terra.
Senza cambiare posizione, Emma si tocc il naso e la fronte con dita tremanti. Non era ferita. Sudava freddo, ma era viva.
- Emma.
Udendo all'improvviso quella voce, si gir di scatto.
- Emma - ripet Julian, chinandosi per posare la pistola sul pavimento. - Stai bene?
- S - mormor lei, prendendogli la mano e lasciando che lui l'aiutasse ad alzarsi. Julian la strinse tra le braccia ed Emma si rese conto che lui stava controllando che non fosse ferita. - Va tutto bene - lo rassicur. Soltanto allora vide lord Lockwood fermo alle sue spalle. - Ci occorre una lampada - disse, tornando alla realt. - Il quadro di Colthurst  qui, in una stanza in fondo al corridoio.
- Bene - mormor Julian, stavolta abbracciandola per davvero. Emma sent che lui tremava e gli accarezz la schiena.
- Era un traditore - disse. - Quelle lettere erano compromettenti per lui.
- Facciamo sparire il corpo o seguiamo la prassi normale? - domand Lockwood.
- Facciamo le cose in regola - rispose Julian. -  giusto che quelle lettere arrivino a Whitehall.
- Ne manderemo delle copie ai giornali, cos non pubblicheranno articoli strappalacrime sull'eroe caduto.
- Giusto - approv Julian. - Nessuno dovr portare il lutto per lui.
- No - protest Emma, prendendolo per un braccio. - Non dovete far circolare le lettere. Perch credi che sia venuta fin qui? Marcus mi aveva detto che su quelle lettere c'era la prova della tua complicit con i ribelli.
- E tu gli hai creduto? - mormor Julian, inarcando le sopracciglia.
- Certo che no. Ma se tuo cugino era coinvolto e da quelle lettere risultava che gli davi del denaro...
Lockwood stacc una lampada e si incammin nel corridoio. - Sta' tranquilla, Emma,  tutto a posto. Il generale Wilson sapeva che io ero in contatto con Deven. Figurati che  stato proprio il suo braccio destro a mostrarmi come entrare nella citt. - Julian sospir e a un tratto parve molto stanco. - Se Marcus pagava delle spie perch mi cogliessero in flagrante, era denaro sprecato.
C'erano ancora molte cose che Emma ignorava di quel periodo. La stessa cosa valeva per Julian. A un tratto le usc uno strano suono dalla gola, una specie di singhiozzo.
Julian le fece una carezza sulla guancia. - Lockwood pu occuparsi del resto - disse. - Ti accompagno a casa.
Al pensiero di dover affrontare le domande di Delphinia, Emma si sentiva male. - No, andiamo a casa tua. - Vedendo che Julian era perplesso, aggiunse: -  ora che parliamo, credo. Vedi, Marcus non era l'unico ad aver motivo di preoccuparsi per quelle lettere.
Nella carrozza le cedettero i nervi. Forse Julian l'aveva previsto, perch la strinse tra le braccia senza farle domande. Le fece appoggiare la testa sul suo petto come avrebbe fatto con un bambino, pens Emma, se avessero mai avuto un figlio. Ammesso che ci che stava per dirgli non le precludesse le possibilit che gli occhi di Julian le offrivano.
Entrati in casa, lui le fece strada in salotto, mentre Emma pensava al modo migliore di iniziare la piccola confessione che stava per fargli. Il cuore le batteva forte come quando Marcus le aveva puntato la pistola alla testa, con la differenza che Ora non aveva paura di qualcun altro, ma di se stessa. Ci che doveva dire e le conseguenze che potevano derivarne la terrorizzavano quanto la pistola.
In salotto Julian le si avvicin. Emma gli fece segno di fermarsi. - No - disse. - Aspetta.
Lui obbed. L'aveva sempre fatto, le aveva sempre dato retta. - Va bene - mormor, togliendosi il cappotto e gettandolo sul divano
Emma lo guard e inizi a passarle la paura. Il ritratto che gli aveva fatto era perfetto. Sulla tela lui era esattamente come le appariva in quel momento: serio, attento, paziente e dolce.- Sai, Lancillotto non mi piace molto. Ho l'impressione che sia un uomo vanitoso. La Dama di Shalott meritava di meglio.
Julian non rispose subito. - Hai ragione. A me non piacciono neanche i mietitori. Sentendo il suo canto struggente avrebbero dovuto scalare la torre e salvare la dama prima che la maledizione si avverasse.
- La storia sarebbe stata a lieto fine - comment Emma con un sorriso. A quel punto per non sapeva come continuare. Abbass gli occhi. Aveva le labbra secche e le umett con la lingua. - Devo parlarti di certe cose che ho fatto - riprese. Come inizio non era male. - Se fossero successe in Inghilterra, mi avrebbero impiccato.
Julian rimase impassibile. Indic la credenza, chiedendole tacitamente il permesso di muoversi. Emma annu e Julian and a prendere una bottiglia. Vedendo che riempiva due bicchieri, Emma pens che doveva avere una gran brutta cera.
- Non ho mai parlato con nessuno di... - Doveva trovare il coraggio di continuare. - Dell'uomo che ho ucciso e di ci che ho fatto a Sapnagar - disse finalmente.
Julian si avvicin adagio e pos i bicchieri su un tavolino basso e lungo.- Posso sedermi?
- Certo - rispose Emma. Julian le si sedette di fronte, cos vicino che le loro ginocchia quasi si toccavano.
Lei aveva le mani sudate e il bicchiere le scivolava dalle dita. Bevve un sorso, e toss. Respir profondamente, poi inclin il bicchiere e lo vuot.
Non voleva piangere davanti a lui. Comunque era improbabile. Anche se non aveva mai raccontato la storia, l'aveva rivissuta mille volte nella propria mente, e quando ricominci a parlare si accorse di riuscire a farlo con facilit, come se l'avesse imparata a memoria.
Sapnagar. Tutto aveva avuto inizio l. Quel mattino luminoso di quattro anni prima. Emma gli spieg com'erano andate le cose con dovizia di particolari. Disse che pensava spesso a lui, che Kavita le aveva consigliato di non occuparsi di questioni che riguardavano gli uomini perch a ogni modo i pretesti avanzati dagli inglesi per governare l'India non avevano nulla a che vedere con loro due. Gli raccont che avevano visto i sepoy da lontano e li avevano scambiati per gli uomini inviati dal Maharajah a riscuotere le tasse.
Gli rifer quanto avessero riso di Anne Marie e della signora Kiddell e che, rassicurandole sulle intenzioni degli uomini che sopraggiungevano, avevano impedito loro di fuggire e mettersi in salvo.
Disse di aver visto come i sepoy avevano ucciso le due donne.
Julian emise un suono strano. Emma lo guard. Lui le prese la mano e, tenendola stretta tra le sue, la port alle labbra.
- Continua - la invit, mettendosi la sua mano sulla coscia.
Emma gli parl della lunga cavalcata nel deserto, di quando vivere o morire le era indifferente. Che strani pensieri le avevano attraversato la mente in quell'oceano infinito di sabbia. Anche di Kurnaul aveva un ricordo piuttosto vago, forse per via dello shock.
In retrospettiva non riusciva a spiegarsi il motivo che l'aveva spinta a intrufolarsi nella tenda di Marcus. Magari il desiderio di vedere una faccia nota. Nonostante i ripetuti tradimenti, lo associava ancora alla sua casa e alla sua infanzia. Marcus non c'era e lei si era addormentata.
- No - si corresse. - Prima ho disegnato un ritratto agghiacciante di Anne Marie, poi mi sono addormentata.
Aveva sognato la scena che aveva disegnato, e quelle cose orribili accadevano a lei, poi, quando si era svegliata...
Julian torn a riempirle il bicchiere.
- Mi aveva seguito nella tenda, mi aveva visto dormire. Era l'uomo del bazar. L'hai riconosciuto quando hai visto il quadro. Ora mi dispiace che tu non gli abbia sparato quel giorno, quando gli hai puntato addosso la pistola. So che non  generoso da parte mia, ma almeno il ricordo non mi avrebbe perseguitata per tutti questi anni. Rammenti quel giorno?
-  vero, avrei dovuto sparargli - disse Julian. - Sarebbe stato meglio. Che cosa ti ha fatto, Emma?
- Ha tentato di violentarmi, ma l'ho ucciso prima che mi mettesse le mani addosso.
Julian abbass la testa. Quando l'alz di nuovo era trasfigurato. Soltanto i suoi occhi verdi non erano cambiati e sembravano trapassarla da parte a parte, lasciandola ferita e indifesa, sola con il suo orrore e il suo senso di colpa. Lei non riusciva a guardarli. Era il momento che aveva tanto temuto, l causa dei suoi incubi recenti. Chin il capo.
- Emma - mormor Julian - devi dimenticare.
- Oh, Dio - gemette lei con voce rotta dall'emozione - l'ho ucciso. Gli ho conficcato un tagliacarte nella testa. Lui ha rovesciato gli occhi e spalancato la bocca...
Julian la prese tra le braccia, facendole appoggiare il volto sul suo petto e soffocando cos i suoi singhiozzi. Emma aveva la strana sensazione di non essere la protagonista, ma una spettatrice della scena. Julian la stringeva forte fin quasi a toglierle il respiro. Per tenere insieme i pezzi, pens lei, affondandogli il viso nel collo e sforzandosi nello stesso tempo di respirare.
Dopo un minuto, o forse dieci o venti, sent che Julian le diceva qualcosa. Non parlava inglese, ma una lingua diversa, musicale, la stessa che parlava Usha tanto tempo prima. Era pi dolce dell'inglese, quasi una ninnananna fatta di parole senza senso. L'inglese era cos pesante e arido, disseccato dai suoi stessi significati, dal dolore, dalla rabbia e da un'infinit di altre cose che alla fine ne oscuravano il senso. Nella voce di Julian Emma sentiva il vento, l'immobilit della notte, le stelle nel cielo. La notte di Sapnagar. Per quanto si fosse sforzata di dimenticare, il ricordo di quella notte magica l'aveva sempre accompagnata. Dolce e discreto come la voce di Julian in quel momento.
Si divincol dall'abbraccio. - Sono cadute dalla scrivania le lettere che aveva in mano quando  entrato nella tenda. Anche il mio album da disegno era caduto. Mentre raccoglievo in fretta i fogli, in preda al panico, per sbaglio ho preso anche i suoi e in seguito non sapevo come sbarazzarmene. Erano la prova che l'avevo ucciso. - Lei tacque un istante, - Questo cambia l'opinione che avevi di me, vero?
- No, Emma. Sai bene che non  cos - rispose Julian, prendendole il mento per costringerla a guardarlo.
- Ma ho assassinato...
- L'hai fatto per difenderti. Quanto alle lettere, non hai motivo di preoccuparti, Se le aveva con s, significa che anche lui era un traditore.
Emma tir il fiato. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato cos semplice, che Julian le avrebbe perdonato una colpa per cui lei non si dava pace. Tutti quegli spargimenti di sangue in qualche modo dovevano averla contagiata. Per non parlare della sua prima colpa, quando aveva riso di quelle due poverette.
- La mia risata  stata l'ultima cosa che Anne Marie ha sentito prima di essere trucidata - disse. - Ridevo di lei.  difficile dimenticare.
- S, hai ragione - convenne Julian, dandole un bacio sulla fronte e attirandola a s per accarezzarle la schiena. Dopo qualche istante disse: - Mio cugino  morto, Emma. Deven  morto - ripet. - Durante l'assalto a Delhi, Sono stato io a dar fuoco alla sua pira. La nonna mi ha concesso questo grande onore. L'ho fatto per lei, anche se Deven non avrebbe voluto.  vero che aiutava i ribelli. Mi odiava per ci che rappresentavo e sarebbe morto una seconda volta se avesse saputo che ero stato io a compiere il rito funebre. Questo pensiero non mi d pace, cos come succede a te per Anne Marie.
- Hai fatto tutto quello che potevi per aiutarlo, Julian. Sempre. Avresti voluto portare la famiglia in un luogo sicuro.
- Naturalmente. E tu, Emma, hai ucciso quell'uomo per salvarti la vita.
- A che mi serve vivere, secondo te?
- Non vivi per l'arte, signorina Martin? - mormor Julian ammiccando.
- Veramente avrei un motivo pi valido - rispose lei eseguendo l'impulso del momento, lo baci.
Julian chiuse gli occhi e lasci che lei lo baciasse come pi le piaceva, limitandosi ad assecondarla. Le fece scivolare le mani sui fianchi e rimase in quella posizione, come se Emma avesse condotto la danza e lui l'avesse seguita passo per passo. L'idea la fece sorridere. Emma si stacc da lui.
- Mi hai cercato - mormor Julian.
- S.
- Sai perch?
Emma sorrise di nuovo. -  la stessa cosa che hai fatto tu. Mi hai cercata a Kurnaul, ad Alwar, a Lucknow, ad Agra, a Bartpur. Ne ho dimenticato qualcuno?
- Diversi - rispose lui, sfiorandole le labbra con un dito - e lo sai bene.
- S, ma c' una citt che non hai mai nominato: Londra.
- Gi.
- Quello che non capivo era se non mi avevi trovata, oppure non ti importava nulla di me. Ma poi ci siamo incontrati, per fortuna.
- S.
Prendendogli il volto tra le mani, Emma lo baci di nuovo sulle labbra e si fece strada con la lingua nella sua bocca, poi rise e disse: - Non mi porti a letto? O dobbiamo sempre far l'amore per terra?
Julian appoggi la fronte alla sua. - Lo farei volentieri, Emma, ma ci sono i domestici.
- E con questo?
- Posso farlo solo a una condizione, Emma, cio a patto di poter rimediare al danno che arrecato fatto al tuo onore.
- D'accordo. Portami di sopra.

21
Percorsero il corridoio in silenzio. Su un lato c'era una lunga fila di ritratti, gli antenati del ramo inglese della famiglia di Julian. Lui le prese la mano, mentre incrociavano una cameriera. - Siamo stati beccati - disse. - Non possiamo pi tirarci indietro.
Emma sorrise. - Credi che voglia farlo?
Julian le strinse forte la mano e acceler il passo. Quando arrivarono in fondo al corridoio, Emma aveva il respir un po' affannoso. Julian la fece entrare nel disimpegno che portava nella sua stanza, dove trovarono il valletto intento a mettere in ordine una pila di cravatte. Vedendo Emma spalanc gli occhi per lo stupore.
- Prenditi una serata di libert - disse Julian.
- Grazie, signore - rispose l'uomo, affrettandosi a uscire.
Emma si guard attorno. Dunque era l che Julian dormiva. Il pavimento era interamente ricoperto da un folto tappeto turco. Davanti al camino c'erano un tavolino e due sedie. In un angolo, una libreria strapiena di volumi, e sulla parete di fronte all'ingresso due portefinestre davano accesso a una luminosa veranda. Il sole del tardo pomeriggio illuminava il letto a baldacchino, facendo luccicare i fili d'argento intessuti nella seta.
Voltandosi, Emma vide ai lati della porta da cui erano entrati due cassettoni con complessi intarsi d'ottone. Non aveva mai visto nulla del genere. Seguendo la direzione del suo sguardo, Julian not che guardava la porta, fraintese e si avvicin per bloccare l'uscita.
- Credevo di essere stato chiaro quando eravamo al piano di sotto - disse.
Evidentemente temeva che lei volesse fuggire ed era risoluto a impedirglielo, pens Emma, divertita e straripante d'amore. Del resto Julian non aveva tutti i torti, considerando che era partita con il piede sbagliato.
- Infatti ho capito - replic, sforzandosi di non ridere perch lui era estremamente serio.
Ma Julian non era ancora convinto. - Ormai il tuo onore  compromesso - insistette.
Stavolta Emma si permise di sorridere. - Non del tutto - precis. - Conto su di te per farlo in modo definitivo.
- Per poi sposarmi? Vediamo di essere chiari:  di questo che stiamo parlando.
L'idea di sposare Julian la travolse ed Emma dovette strizzare gli occhi per non piangere. - Rimangiati quello che hai detto.
- Come?
- Non puoi chiedermi di sposarti finch non ti dico che ti amo, perci lasciamelo dire. Ho aspettato troppo tempo per farlo. Ti amo. Da molto tempo ormai. Da anni.
Julian le strinse forte la mano e rise, felice e incredulo.
- Lo dici quasi con rassegnazione.
- S, perch sono una stupida.  solo che...
Julian non le lasci terminare la frase e le tapp la bocca con un bacio. - Ti sto solo stuzzicando. E stuzzicando un po' anche me stesso. - Le mise le mani sui fianchi, appena sotto il busto. - Dovrai farci l'abitudine - riprese. - Devi sapere che ci sono molti modi di stuzzicare una donna, e intendo farteli provare tutti. Voltati dall'altra parte.
Emma non cap subito. - Ah - mormor, quando Julian la gir verso la finestra. Slacciati i bottoncini delle maniche e aperta la spilla cammeo che chiudeva la giacca, lui gliela sfil; poi con gesti sapienti le sbotton il vestito e le baci il collo. Il tocco delle sue dita e il suo alito caldo sulla nuca le fecero venire i brividi. Julian se ne accorse e rise. Dopo averle allentato il busto, sciolse i nastri di pizzo e glielo lev.
Abbracciandola da dietro, le prese i seni in mano e l'attir a s. Emma sentiva che era eccitato, tuttavia Julian rimase fermo qualche istante, tenendola stretta. Emma chiuse gli occhi. Le sembrava di essere sospesa in aria. Sentiva sulla schiena il calore del suo corpo, e davanti il caldo abbraccio delle sue mani ruvide sui seni.
- Sono tuo - disse Julian in un sussurro.
Le strofin i capezzoli con i pollici. Solo per un attimo, ma bast a farle accelerare i battiti del cuore. Allungando la mano, Emma gli prese il collo e l'attir a s per baciarlo sulla bocca. Sfiorandogli le labbra con la lingua sent il sapore del cognac che lui aveva bevuto. Gli avvicin ancor di pi la testa. Julian apr la bocca e i loro respiri si fusero.
Emma si stacc solo un momento, il tempo di dirgli: - Tu sei ancora vestito. Non  giusto.
- Possiamo rimediare - rispose Julian. Emma gli slacci la cravatta e poi la giacca. Julian voleva aiutarla, ma lei gli spinse via la mano. Sbottonato il gilet, gli sganci le bretelle. Con i pantaloni ebbe qualche difficolt, ma ancora una volta non volle farsi aiutare. In ginocchio davanti a lui, armeggi con i bottoni. Mentre Julian si sfilava la camicia dalla testa, Emma gli tir gi i pantaloni.
Un'artista non si sarebbe dovuta stupire davanti a un corpo nudo, Emma per non aveva mai visto Julian alla luce del giorno e, quanto alle sculture, erano prive di certi... dettagli. Le sembrava impossibile che lui l'avesse penetrata. Lisci con un dito la vena che dall'estremit del membro scendeva verso i riccioli neri alla base, e il respiro affannoso di Julian la indusse ad accarezzarlo di nuovo. Non era poi cos spaventoso, pens, prendendolo in mano. Alz la testa per guardare Julian. Era molto serio, quasi corrucciato. - Oh, scusa, non volevo... - Fece per togliere la mano, ma lui gliela tenne ferma.
- Mi piace - disse lui. - Solo che non me l'aspettavo.
Le guance di Emma si tinsero di rosso. - Come sei bella quando arrossisci - mormor Julian.
Il suono della sua voce, cos dolce e calda, le fece cedere le gambe. Si sedette sui talloni e lo guard, partendo dal ventre piatto per poi passare ai fianchi snelli e al pene che lei stringeva nella mano. Gli mise l'altra sulla coscia e sent un muscolo guizzare sotto il suo tocco. I libri di anatomia che aveva sfogliato non le avevano insegnato granch sul corpo maschile. Avvicin la bocca alla coscia e la mordicchi con delicatezza. Julian gemette.
Spostandosi leggermente, Emma accost le labbra al punto in cui le sue dita avvolgevano il pene e sent Julian gemere di nuovo. Strano, non l'aveva neppure toccato. Ebbe un attimo di esitazione. Sapeva che lui stava guardandola, e provava un po' di vergogna, ma nello stesso tempo l'idea la eccitava. Prese fiato e gli diede una leccatina sulla punta. Era un po' salata e aveva un lieve odore di muschio. Julian emetteva dei suoni strani che la incuriosivano. Si chiese se lei avesse fatto altrettanto quando lui l'aveva baciata in mezzo alle gambe.
Quel ricordo la stord. S, lui le aveva infilato l testa tra le cosce e l'aveva leccata e succhiata. Ora gli avrebbe ricambiato il piacere. Apri la bocca e appoggi le labbra sulla punta del pene. Non avevano pi niente da nascondersi. Non c era nulla di pi intimo di quei baci.
- Vieni qui - disse Julian, afferrandola per le braccia. Emma non oppose resistenza, non ne aveva la forza. Julian le sfil la sottoveste e sleg i nastri della crinolina, Emma se la tolse. Prendendole le natiche nelle mani, lui l'attir di nuovo a s. Ora i loro corpi nudi si toccavano, illuminati dalla luce che veniva dalla veranda. Emma gli affond il volto nella piega del collo mentre lui le accarezzava la schiena, e i loro corpi erano cos vicini che al membro di Julian non restava altro spazio se non quello tra le sue cosce. Emma divaric leggermente le gambe, sent il pene premere sulla sua femminilit e si lasci sfuggire un gemito.
- Guarda - disse Julian. Emma alz la testa e lui la orient in modo che potesse vedersi allo specchio; poi, passandole un braccio intorno alla vita, le prese un seno in mano. Emma guard la loro immagine riflessa mentre Julian le infilava l'altra mano tra le gambe e le stringeva la vulva come se pensasse che fosse di sua propriet. E aveva ragione, Emma gli apparteneva cos come lui apparteneva a lei.
Julian aveva gli occhi offuscati. Emma incontr il suo sguardo attraverso lo specchio e per un attimo lo vide sorridere, come se avesse avuto in serbo una sorpresa e ne fosse compiaciuto. Mise la mano sopra la sua e lui le sfreg con delicatezza il capezzolo. La sua pelle sembrava ancora pi scura in confronto a quella di Emma, e i capelli neri spiccavano sul pallore della sua guancia quando lui avvicin la testa per infilarle la lingua nell'orecchio. Emma emise un suono acuto e all'improvviso Julian premette con forza la mano sui suoi genitali.
Con il pollice trov il punto che le faceva mancare il respiro e spinse dentro le dita senza smettere di accarezzarle il seno e leccarle l'orecchio. - Andiamo sul letto - disse Emma con voce arrochita.
Julian la gir verso di s, la prese in braccio e la deposit sul letto. Emma si ritrov seduta su di lui e si mise in ginocchio con l'intenzione di allungarsi verso il suo viso per baciarlo, ma Julian approfitt dello spazio che si era creato tra i loro corpi per prendersi in mano il pene e sfregare la punta sulle sue cosce umide. - S, cos - sussurr Emma mentre lui la penetrava.
Spingeva tanto forte da farle quasi male, e a un certo punto Emma pens che pi su non sarebbe potuto arrivare. Dimenando i fianchi, Julian la penetr fino in fondo. Sembrava impossibile, ma c'era riuscito. La guidava tenendola per la vita, ed Emma inizi a muoversi, dapprima goffamente, poi man mano con il ritmo giusto. Non sentiva pi male, solo una sensazione dolcissima. Guard Julian e vide che aveva gli occhi chiusi e la testa rovesciata all'indietro. Chin il capo per leccargli il sudore dal volto. Il suo sapore era esattamente come lo ricordava.
Sentendo la lingua di lei scorrergli sulla guancia, Julian apr gli occhi.
- Tu... - mormor, ma non fin la frase. Protendendosi verso di lei, la mise supina. Emma rise, Julian dimen di nuovo i fianchi e lei tacque di colpo. Le torn in mente quella notte nel deserto con tanta chiarezza che le sembrava di esserci. Il letto, il baldacchino e la luce della veranda svanirono all'improvviso, lasciando posto all'oscurit e alle stelle.
Julian le prese la mano e gliel'abbass per farle toccare il punto in cui lui la penetrava. La sensazione delle loro dita congiunte mentre Julian la possedeva era cos forte che Emma raggiunse le vette pi alte del piacere. Le loro labbra si incontrarono e Julian acceler il ritmo. Stretta a lui, Emma ebbe consapevolezza della propria forza e della propria capacit di rispondere ai colpi impetuosi di Julian.
Quando tutto fin, Emma continu a tenerlo stretto per evitare che lui si staccasse.
- Ti schiaccer - disse Julian.
- Non sono fragile.
- No - convenne lui. - Non lo sei affatto. - Le infil una mano tra i capelli e li scosse per farglieli scendere a ventaglio sulla schiena. Aggiunse qualcosa che Emma non cap. - Sono parole di Ghalib - rispose quando lei gli chiese di ripeterle. - Un poeta che ho conosciuto a Delhi, "Nell'amore scoprii un nuovo gusto della vita, nell'amore trovai una cura per il dolore e un dolore senza cura."
-  una poesia bellissima - mormor Emma, accarezzandogli i capelli. - Ma non ho nessuna intenzione di farti soffrire pi di quanto non abbia gi fatto.
- Troppo tardi - replic Julian, baciandola. - Devo essere conciato proprio male per recitare poesie nel mio letto.
Emma rise e gli abbass la testa per continuare ad accarezzargli i capelli. Si sentiva diversa, come se il sole fosse entrato dentro di lei. Guardando le sue ciglia folte e la curva delle sue labbra le venne voglia di baciarlo ancora, ma farlo significava rinunciare a sentire il suo alito caldo sul seno.
Era un momento speciale, un momento magico rubato al suo futuro.
Julian si puntell su un gomito per guardarla. - E ora la proposta di matrimonio - disse.
- S, puoi farmela subito, per prima devo dirti una cosa. Ho terminato un dipinto.
- Davvero?
- Stavolta non ce sangue n disperazione, anche se forse  un po' troppo drammatico.
- Ma non piatto, spero - disse Julian sorridendo.
- No di certo. Sei tu sulla terrazza di Sapnagar. Ne avevo fatto un altro dove c'eri tu con lo sfondo di Kurnaul, ma la campagna era disseminata di morti. Questo  diverso. Non ci sono ombre dietro di te. Ce solo il futuro ed  pieno di colore.
Una porta si apr. Emma s'infil sotto le coperte e sent Julian parlare con qualcuno.
- Bene - disse lui poco dopo - abbiamo scandalizzato la cameriera, comunque ora puoi venire fuori.
Emma fece capolino.
- Sei arrossita un'altra volta.
- Gi. L'unico vantaggio di una ragazza disonorata  che non deve pi preoccuparsi delle apparenze.
- Lo stesso discorso vale per una duchessa.
- Di quale duchessa parli? Non mi hai ancora chiesto di sposarti.
- Allora ricominciamo daccapo - replic Julian, avvicinandosi e baciandola sulla bocca.
...
.
...
FINE.